Nel 2021 pubblicai una fotografia di Montefalcone accompagnata da una citazione che, all’epoca, mi sembrava poco più di una frase acchiappa-like:
«Non si scappa dai piccoli paesini, immobili nel tempo: ti rendono un mostro se resti, un codardo se te ne vai. E nessuno ti perdona.»
Oggi inizio a comprenderne davvero il senso. Probabilmente perché, nel frattempo, sono cresciuto.
Quelli che un tempo erano semplicemente “i ragazzi del paese” oggi hanno trenta, quarant’anni o qualcuno in più. Hanno famiglie, lavori e responsabilità. Molti, nel frattempo, hanno fatto le valigie e sono andati via in cerca di un’occupazione, di servizi migliori, di opportunità o di una vita che qui sembrava sempre più difficile costruire.
Chi è rimasto si è ritrovato a guardare gli altri partire e, prima o poi, a domandarsi se non avrebbe dovuto fare lo stesso.
A questa età il confronto diventa quasi inevitabile. Ci si chiede che cosa sarebbe accaduto andando via qualche anno prima, se avessimo avuto il coraggio di cambiare città, regione o magari Paese. Ci immaginiamo con maggiori possibilità, più stimoli, servizi migliori e, perché no, con una vita diversa.
Poi, però, pensiamo anche a ciò che abbiamo qui.
Le persone che conosciamo da una vita. I rapporti che non hanno bisogno di essere coltivati ogni giorno per continuare a esistere. Il saluto per strada, il sapere chi sei, da dove vieni e chi sono i tuoi genitori. La consapevolezza che, se avrai bisogno di una mano, difficilmente sarai lasciato solo.
È una dimensione umana che nelle grandi città, forse, è più difficile trovare.
E allora il dubbio rimane, perché un paese può essere contemporaneamente casa e limite.
Può offrirti un senso di appartenenza profondo e, nello stesso tempo, farti temere di stare perdendo delle occasioni.
È questo il paradosso di chi vive ancora nei piccoli paesi.
Non si tratta più soltanto di scegliere tra restare e partire, ma di capire se ciò che chiamiamo “restare” sia ancora una scelta o sia diventato semplicemente un’abitudine.
Restare può essere una scelta bellissima quando corrisponde davvero a ciò che si desidera. Può trasformarsi, invece, in una forma di immobilità quando si continua a farlo soltanto per paura di scoprire che cosa ci sia dall’altra parte.
Partire non significa necessariamente rinnegare le proprie radici, così come restare non vuol dire aver avuto meno coraggio.
A un certo punto della vita bisogna semplicemente chiedersi dove vogliamo essere.
A chi desidera davvero rimanere auguro che questa scelta non debba mai significare accontentarsi. Che restare possa ancora voler dire costruire, crescere, amare, lavorare e sognare.
Siamo una generazione cresciuta con l’idea che, bene o male, le cose avrebbero seguito un percorso abbastanza prevedibile. Abbiamo visto i nostri genitori costruire una famiglia, comprare una casa, trovare un lavoro e vivere in un contesto economico molto diverso da quello che abbiamo incontrato noi.
Oggi quel modello non è più così scontato. Sono cambiati il mondo del lavoro, l’economia, le possibilità e anche ciò che ci aspettiamo dalla vita. Dobbiamo allora smettere di guardare continuamente a ciò che eravamo, domandandoci perché non possa tornare tutto come prima.
Non possiamo pretendere di vivere il presente con le regole del passato. Questo vale ancora di più per i piccoli paesi.
Se vogliamo restare, non possiamo limitarci a difendere ciò che esisteva. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare qualcosa che ancora non c’è: nuovi modi di lavorare, nuove opportunità, nuovi spazi e nuove idee, senza rinunciare a quella dimensione umana che rappresenta una delle ricchezze più autentiche di questi luoghi e che altrove spesso si perde.
Questa è la sfida della nostra generazione: comprendere che restare non deve significare vivere con lo sguardo rivolto all’indietro.
Possiamo e dobbiamo rispettare ciò che ci è stato lasciato, custodendolo senza sentirci obbligati a replicarlo.
Possiamo scegliere di restare non per paura di partire, ma perché vogliamo provare a dare un futuro a questi luoghi e, insieme, a noi stessi.
Forse non siamo la generazione che ha avuto tutto più facile, ma possiamo essere quella che, invece di aspettare il ritorno del mondo di prima, prova a costruirne uno nuovo.
Gianpiero Reino
Hai qualcosa da raccontare?
Hai una storia, una riflessione o una testimonianza da condividere?
Valfortore è aperto al contributo di tutti.
Inviaci il tuo articolo e saremo lieti di pubblicarlo.
📩 redazione@valfortore.it