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Foiano di Val Fortore nella storia dell’eolico italiano

Dalle monopala Riva Calzoni ai nuovi progetti Edison e agli impianti di accumulo

Nel 1996, sui crinali di Foiano di Val Fortore, arrivarono otto aerogeneratori che oggi apparirebbero quasi estranei al paesaggio eolico contemporaneo. Avevano una sola pala e una potenza di appena 350 kilowatt ciascuno. Trent’anni dopo, sugli stessi rilievi, Edison progetta di sostituire quarantasette vecchie turbine con dieci macchine da 6,6 megawatt: ognuna, da sola, avrebbe una potenza nominale quasi diciannove volte superiore a una delle monopala installate allora.

Fra queste due immagini c’è gran parte della storia dell’eolico italiano.

Foiano ne ha attraversato quasi tutte le stagioni: la sperimentazione tecnologica degli anni Novanta, l’arrivo dei primi operatori privati, la costruzione dei parchi industriali, l’espansione degli anni Duemila, le controversie sulla saturazione del territorio, il passaggio degli impianti attraverso grandi gruppi e fondi d’investimento e, infine, la nuova fase nella quale alla produzione di energia si affiancano il rinnovamento delle turbine e i grandi sistemi di accumulo.

Quando tutto cominciò, però, nulla di questo era ancora scontato.

Quando Foiano era un laboratorio europeo

Il progetto avviato nel settembre 1996 non nasceva come un normale investimento commerciale. Riva Calzoni, storica impresa industriale italiana, aveva sviluppato una propria tecnologia eolica e cercava di dimostrarne la validità su scala reale. La turbina M30S2 utilizzava un rotore monopala con contrappeso e soluzioni pensate per affrontare anche le difficoltà di installazione e funzionamento nei siti montani.

Una prima macchina era già in sperimentazione dal 1994 a Monte Secchieta, sull’Appennino toscano. Foiano rappresentava il passaggio successivo: non più verificare soltanto il comportamento di un aerogeneratore, ma costruire e gestire un piccolo parco formato da otto macchine, a circa 860 metri di quota, collegato a una rete elettrica poco robusta.

La Commissione europea sostenne il progetto attraverso il programma THERMIE. L’investimento complessivo era di circa 1,8 milioni di euro, con un contributo comunitario di 628.544 euro, pari al 35 per cento. Gli obiettivi dichiarati andavano ben oltre la semplice produzione di elettricità: sperimentare la tecnologia monopala, acquisire esperienza nella gestione commerciale degli impianti, studiare il collegamento alle reti delle aree remote, provare la formula della project company e preparare l’ingresso della tecnologia nel nascente mercato eolico italiano.

Fra le finalità del programma compariva anche lo sviluppo socioeconomico delle regioni meridionali. È un particolare che, riletto a trent’anni di distanza, assume un significato che va molto oltre la storia tecnica di quelle otto turbine.

Foiano non era dunque soltanto il luogo in cui collocare degli aerogeneratori. Era parte di un tentativo industriale più ambizioso: dimostrare che una tecnologia italiana potesse diventare un prodotto competitivo e che anche le zone interne dell’Appennino meridionale potessero entrare nella nuova economia dell’energia.

Ma mentre Riva Calzoni sperimentava il futuro, il mercato aveva già cominciato a correre.

Alla fine del 1998 le ricostruzioni dell’epoca registravano infatti a Foiano anche nove turbine Vestas da 600 kilowatt appartenenti a IVPC. Alle otto monopala per 2,8 megawatt si affiancavano così altri 5,4 megawatt di tecnologia danese. Due modelli industriali differenti si incontravano sugli stessi crinali: da una parte un costruttore italiano che cercava di portare sul mercato una macchina propria, dall’altra un operatore che stava costruendo rapidamente parchi utilizzando aerogeneratori già disponibili commercialmente.

Foiano stava diventando parte di qualcosa di molto più grande. Nel 1998 i sette comuni fortorini considerati nelle statistiche storiche raccoglievano circa 80 degli 84,78 megawatt eolici installati in Campania; l’anno successivo sarebbero saliti a circa 126,8 megawatt su 133,98. In quella fase una quota enorme dell’eolico italiano si concentrava in un’area interna dell’Appennino meridionale.

E quasi contemporaneamente alle turbine arrivarono le prime contestazioni.

Nel novembre 1997 il deputato Mario Pepe portò alla Camera il caso della Parco Eolico Foiano S.r.l., interrogando il ministro dell’Ambiente sui rapporti con le realtà locali, sugli interessi coinvolti e sulle conseguenze paesaggistiche delle installazioni. Nel maggio successivo il Fortore tornò nel dibattito parlamentare con l’interpellanza Mattarella-Pepe, questa volta con un’attenzione più ampia agli effetti d’insieme degli impianti, all’informazione delle popolazioni e alle procedure ambientali.

Erano atti politici, non accertamenti giudiziari. Restano però una testimonianza significativa della velocità con cui il fenomeno stava cambiando dimensione: mentre a Foiano era ancora in corso un programma europeo destinato a dimostrare la fattibilità commerciale dell’eolico, in Parlamento si discuteva già delle conseguenze della sua diffusione.

Dalla sperimentazione all’industria

La tecnologia monopala non avrebbe caratterizzato la successiva espansione italiana.

Proprio mentre il programma di Foiano era in corso, Riva Calzoni stava riorganizzando le proprie attività. Alla fine del 1997 il ramo eolico fu separato nella Riva Wind Power. Nel dicembre 1998 Edison acquisì il 60 per cento della società e nel corso del 1999 procedette verso il controllo completo. Riva Wind Power sarebbe poi diventata Edison Energie Speciali.

Dietro una sequenza societaria apparentemente tecnica si intravede un cambiamento molto più importante: l’eolico italiano stava uscendo dalla fase pionieristica. Una tecnologia sviluppata all’interno di un’impresa meccanica italiana entrava nell’orbita di uno dei maggiori gruppi energetici del Paese.

Le otto monopala di Foiano non ebbero una lunga vita. La ricostruzione ENEA le indica come disinstallate nel 2000, poco dopo la conclusione del programma europeo. Le fonti disponibili permettono di ricostruire l’esperienza e la sua conclusione, ma non consentono di attribuire con certezza la dismissione a una specifica causa tecnica o economica.

Sul territorio, tuttavia, la scomparsa di quelle macchine non significò affatto la fine dell’eolico. Al contrario, cominciava la sua fase industriale.

Nel 2001 entrarono in esercizio i nuclei di Piano del Casino e Monte Barbato-Toppo Grosso. A Piano del Casino furono installate sedici Enercon E40 da 600 kilowatt, per 9,6 megawatt; a Monte Barbato-Toppo Grosso altre undici della stessa taglia, per ulteriori 6,6 megawatt. Ventisette turbine e 16,2 megawatt complessivi prendevano così il posto della breve stagione sperimentale.

Insieme alle turbine si consolidava però qualcosa di meno visibile e destinato a durare molto più a lungo: l’infrastruttura.

L’elettricità prodotta veniva convogliata attraverso cavidotti in media tensione fino alla stazione di Montefalcone, trasformata e immessa nella rete a 150 kilovolt. Strade di servizio, piazzole, cabine, cavi e stazioni elettriche cominciarono a costituire una seconda geografia del vento, sovrapposta a quella dei crinali.

Da quel momento il valore industriale di Foiano non dipendeva più soltanto dalla sua ventosità. Dipendeva anche da ciò che era stato costruito per sfruttarla.

Una turbina può essere sostituita e un parco può cambiare proprietario, ma una rete di connessione già realizzata modifica stabilmente l’attrattività energetica di un territorio. Questa infrastrutturazione aiuta a comprendere perché, negli anni successivi, gli investimenti continuarono ad accumularsi negli stessi luoghi.

Anche la proprietà degli impianti si andava concentrando. Una sentenza del TAR Campania del 2006 documenta la fusione attraverso la quale Edison Energie Speciali incorporò, fra le altre, Parco Eolico Foiano, Parco Eolico San Giorgio e Parco Eolico Faeto. La società citata nell’interrogazione parlamentare del 1997 scompariva così come soggetto autonomo dentro una struttura industriale più grande.

Un territorio sempre più conteso

Foiano, però, non divenne un territorio esclusivo di Edison.

Nel 2007 ottenne il parere ambientale favorevole, con prescrizioni, un altro progetto da 16,5 megawatt in località Frassineta, promosso da Energia e Servizi S.r.l. L’anno successivo l’autorizzazione passò a Wind Energy Foiano, mentre le relative opere elettriche furono volturate a Terna.

Contemporaneamente continuava a crescere il complesso Edison. Nel 2011 Monte Barbato-Toppo Grosso fu ampliato con venti nuove turbine. La configurazione raggiunse così, insieme a Piano del Casino, quarantasette aerogeneratori e 33,2 megawatt.

A questa geografia si aggiungeva anche ERG. Il rapporto annuale ERG Renew del 2012 riporta infatti un impianto denominato Foiano da 70,2 megawatt, acquisito nell’agosto 2011 insieme agli asset di ERG Eolica Campania. Quel numero, però, non rappresenta 70,2 megawatt collocati interamente entro i confini comunali: il parco denominato Foiano-Molinara-Baselice interessa i territori dei tre comuni.

È un dettaglio tutt’altro che secondario. La storia dell’eolico nel Fortore non può essere ricostruita sommando semplicemente tutti i megawatt associati al nome di un Comune. Gli impianti seguono i crinali, le connessioni seguono la rete e le denominazioni societarie non coincidono necessariamente con i confini amministrativi.

Intanto il territorio cominciava a mostrare anche un altro tipo di limite.

Nel 2010 il TAR Campania affrontò il ricorso di Aeolic Energy System contro il giudizio ambientale negativo ricevuto per un proprio progetto. La società lamentava anche una disparità di trattamento rispetto a Edison, che aveva ottenuto autorizzazioni per nuove installazioni nella stessa area.

Nel pronunciarsi sulla vicenda, il tribunale affrontò un problema destinato ad assumere un peso crescente nel Fortore: in un territorio già occupato da numerosi aerogeneratori, anche la concentrazione delle installazioni esistenti poteva diventare un elemento della valutazione ambientale di quelle nuove. Il congestionamento, quando sostenuto da circostanze concrete, poteva concorrere a giustificare una valutazione negativa.

L’eolico aveva così prodotto una condizione apparentemente contraddittoria. Gli impianti già costruiti rendevano il territorio più interessante industrialmente perché avevano portato connessioni, viabilità ed esperienza operativa; allo stesso tempo, la loro concentrazione rendeva progressivamente più problematico aggiungerne altri.

Era la stessa contraddizione che negli stessi anni emergeva negli altri comuni del Fortore: l’infrastrutturazione favoriva nuovi investimenti proprio mentre l’accumulo degli investimenti rendeva sempre più evidente il problema della saturazione.

Le turbine restano, i proprietari cambiano

Con la maturazione del settore cambiò anche la scala economica alla quale venivano decise le sorti degli impianti.

Nel novembre 2014 Edison, EDF Energies Nouvelles e F2i completarono un’aggregazione delle attività rinnovabili in Edison Energie Speciali. F2i assunse il 70 per cento del capitale; il restante 30 per cento apparteneva a una holding partecipata da Edison ed EDF Energies Nouvelles. Il nuovo polo riuniva circa 600 megawatt di impianti, prevalentemente eolici.

Foiano entrava così in una struttura finanziaria che non aveva più una dimensione locale e neppure regionale.

Nel febbraio 2021 Edison riacquistò da F2i il 70 per cento di E2i Energie Speciali. Il portafoglio interessato comprendeva allora trentotto parchi eolici per 706 megawatt, oltre ad altri progetti e piccoli impianti fotovoltaici.

Sui crinali questi passaggi societari non erano visibili.

Le turbine continuavano a girare negli stessi luoghi mentre la loro proprietà economica cambiava attraverso operazioni riguardanti centinaia di megawatt distribuiti in tutta Italia. È una distinzione importante quando si prova a leggere la storia dell’eolico soltanto attraverso il paesaggio: ciò che appare immobile sul territorio può essere estremamente mobile sul piano finanziario.

Lo stesso problema si presenta quando si cerca di stabilire quanta potenza eolica possa essere realmente attribuita a Foiano.

Nel rapporto Qual Buon Vento 2025, Legambiente Campania attribuisce al Comune diciotto impianti per 223,4 megawatt. La stessa pubblicazione precisa però che Terna associa la potenza ai Comuni sulla base dei punti di connessione. Non significa dunque che 223,4 megawatt di aerogeneratori siano materialmente collocati entro i confini amministrativi di Foiano.

È anche questa una conseguenza di trent’anni di infrastrutturazione. Foiano non è più soltanto un luogo nel quale si produce energia: è diventato parte di un nodo della rete energetica del Fortore.

Da quarantasette turbine a dieci

La trasformazione oggi più significativa riguarda proprio gli impianti Edison costruiti all’inizio degli anni Duemila e successivamente ampliati.

Il progetto di integrale ricostruzione di Monte Barbato-Piano del Casino prevede lo smantellamento delle quarantasette turbine esistenti, per 33,2 megawatt, e la loro sostituzione con dieci aerogeneratori da 6,6 megawatt ciascuno, per 66 megawatt complessivi.

Il numero delle macchine diminuirebbe di quasi l’80 per cento mentre la potenza installata quasi raddoppierebbe.

È difficile trovare un’immagine più chiara di quanto sia cambiata la tecnologia eolica dal 1996. Allora occorrevano otto monopala per ottenere complessivamente 2,8 megawatt. Oggi una sola delle turbine previste dal nuovo progetto raggiungerebbe 6,6 megawatt.

Non è però soltanto una questione di numeri. Macchine meno numerose ma molto più potenti comportano una diversa scala fisica degli aerogeneratori, nuove opere, nuove piazzole, interventi sulla viabilità e sulla rete. La riduzione del numero delle turbine, da sola, non misura quindi l’impatto territoriale della nuova configurazione.

Occorre inoltre distinguere il progetto dalla sua effettiva realizzazione. Nel gennaio 2025 il procedimento ministeriale di verifica ambientale si è concluso con l’esclusione dalla VIA accompagnata da condizioni ambientali. Nel 2026 è proseguito l’iter regionale dell’Autorizzazione Unica. La documentazione disponibile non consente quindi di raccontare le dieci nuove turbine come una trasformazione già conclusa.

Anche in questa nuova fase, tuttavia, riemerge la continuità con il passato. Il progetto comprende la sostituzione dei cavidotti e interventi sulla stazione di utenza di Montefalcone. Cambiano radicalmente le macchine, ma resta quella struttura territoriale costruita progressivamente a partire dagli anni Novanta.

Ed è proprio mentre l’eolico entra in questa nuova stagione che a Foiano compare un’altra industria dell’energia.

Dopo il vento, le batterie

Per trent’anni il problema fondamentale dell’eolico è stato produrre elettricità quando il vento era disponibile e trasferirla alla rete. La crescita delle fonti rinnovabili non programmabili aggiunge oggi un’altra necessità: immagazzinare l’energia e restituirla al sistema quando serve.

Foiano e Molinara sono già interessati da due grandi progetti di accumulo elettrochimico.

Il primo, denominato FOIANO, è un impianto proposto da FRV Italia da 58 megawatt nei territori dei due comuni. Il procedimento autorizzativo si è sviluppato tra il 2024 e il 2025, portando all’autorizzazione dell’impianto.

Un secondo progetto, BESS Foiano, ha una potenza di 64,13 megawatt e una capacità di 491,05 megawattora, con opere di connessione ancora una volta distribuite tra Foiano e Molinara. Nel 2026 il progetto è entrato anche in una controversia amministrativa: la Provincia di Benevento ha deliberato di costituirsi in giudizio contro l’autorizzazione regionale relativa all’impianto, originariamente proposto da Geko Green e successivamente passato a Edison BESS.

Il contenzioso è un capitolo ancora aperto e non consente, allo stato attuale, di anticiparne l’esito. Segnala però quanto sia cambiato ancora una volta il tipo di investimento che interessa il territorio.

Un BESS — Battery Energy Storage System — non produce elettricità. La assorbe dalla rete, la conserva nelle batterie e può restituirla successivamente. Per questo i suoi megawatt non possono essere sommati a quelli dei parchi eolici come se si trattasse di nuove turbine. La potenza indica quanto rapidamente il sistema può assorbire o erogare energia; la capacità, espressa in megawattora, indica invece quanta energia può immagazzinare.

Dal punto di vista territoriale, però, il passaggio è molto più interessante della distinzione tecnica.

Negli anni Novanta Foiano fu scelto perché aveva vento, crinali utilizzabili e la possibilità di sperimentare il collegamento di un piccolo parco a una rete allora poco robusta. Trent’anni dopo lo stesso territorio viene individuato anche per immagazzinare energia.

La sua funzione è cambiata. Foiano non è più soltanto uno dei luoghi nei quali il vento viene trasformato in elettricità: è entrato in un sistema nel quale produzione, trasformazione, connessione e accumulo tendono a concentrarsi negli stessi territori.

La storia cominciata con otto insolite turbine monopala non si è quindi chiusa con la loro scomparsa. Quelle macchine furono soltanto il primo strato.

Dopo di loro sono arrivati i parchi industriali, le stazioni elettriche, i cavidotti, altri operatori, ampliamenti, fusioni societarie e nuovi progetti. Oggi arrivano aerogeneratori di una scala incomparabile con quelli degli anni Novanta e batterie capaci di immagazzinare centinaia di megawattora.

Nel programma europeo del 1996, insieme agli obiettivi tecnologici e commerciali, compariva una promessa precisa: contribuire allo sviluppo socioeconomico delle regioni meridionali.

Dopo trent’anni Foiano offre abbastanza storia per non dover più giudicare quella promessa nelle intenzioni. Può essere misurata nei bilanci comunali, nell’occupazione stabile prodotta dagli impianti, nelle imprese nate o cresciute attorno all’energia, nei servizi e nelle infrastrutture lasciate al territorio, nella popolazione che è rimasta e nelle opportunità che vi sono state create.

Il vento ha trasformato Foiano in un territorio energetico. Resta da misurare quanto quella trasformazione sia riuscita a diventare sviluppo locale.

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