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Centenari del Fortore, il Pascale studia nuove difese contro il cancro

Il punto di partenza della ricerca è semplice solo in apparenza: invece di chiedersi perché alcune persone sviluppino un tumore, provare a capire perché altre riescano ad arrivare a novanta o cento anni senza averne mai avuto uno.

Da questa domanda nasce il progetto A.M.I.C.I. – Affinità tra Microorganismi e Cancro con Immunità cross-reattiva, promosso dall’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di Napoli in collaborazione con l’ASL di Benevento e la Comunità Montana del Fortore. Il territorio fortorino è stato scelto per la presenza di cittadini ultralongevi e per la possibilità di studiare persone che hanno raggiunto età molto avanzate mantenendo condizioni di salute particolarmente favorevoli. I primi risultati sono stati presentati il 19 giugno 2026 al Pascale di Napoli.

La ricerca non vuole dimostrare l’esistenza di un qualche “elisir di lunga vita” né sostenere che gli abitanti del Fortore siano naturalmente protetti dal cancro. L’attenzione è rivolta a un meccanismo molto più preciso: la memoria immunitaria e la possibilità che alcune infezioni incontrate nel corso della vita abbiano lasciato nel sistema immunitario una capacità di riconoscimento utile anche contro determinate cellule tumorali.

A coordinare il progetto è il gruppo diretto da Luigi Buonaguro, responsabile dell’unità di Modelli Immunologici Innovativi del Pascale. A.M.I.C.I. si inserisce in un filone di ricerca avviato da anni sul cosiddetto mimetismo molecolare, il fenomeno per cui alcuni antigeni appartenenti a virus o batteri possono somigliare ad antigeni espressi dalle cellule tumorali. In determinate condizioni, un linfocita T sviluppato per riconoscere un microrganismo potrebbe quindi reagire anche contro un bersaglio tumorale.

Il Fortore è diventato un terreno di osservazione particolarmente interessante proprio per verificare se questo tipo di risposta sia presente nei longevi sani. Nel 2026 lo stesso gruppo del Pascale ha pubblicato una ricerca sperimentale sulla capacità di alcuni linfociti T diretti contro un antigene di SARS-CoV-2 di reagire anche con un antigene associato alle cellule tumorali. Lo studio non riguarda direttamente i centenari fortorini e non conferma i risultati di A.M.I.C.I., ma dimostra che il meccanismo biologico alla base dell’ipotesi può effettivamente verificarsi.

La domanda centrale diventa quindi molto concreta: il sistema immunitario di questi longevi conserva una memoria di precedenti infezioni che ha contribuito, almeno in parte, a riconoscere anche cellule tumorali?

La prima fase del progetto ha confrontato longevi sani e pazienti oncologici per verificare la presenza di differenze significative. I risultati preliminari hanno evidenziato nei primi un particolare profilo di memoria immunitaria verso alcuni microrganismi, soprattutto virus, definito dai ricercatori una possibile “firma immunitaria”. Il dato è abbastanza interessante da giustificare ulteriori studi, ma non consente ancora di stabilire un rapporto di causa ed effetto.

Sarà necessario ampliare il numero dei partecipanti, individuare con maggiore precisione i microrganismi coinvolti e capire se quella particolare risposta immunitaria abbia realmente contribuito alla protezione osservata nei soggetti studiati.

Se questa relazione venisse confermata, le conseguenze potrebbero essere importanti. Identificare antigeni microbici capaci di indurre una risposta contro proteine presenti sulle cellule tumorali potrebbe fornire nuovi strumenti per la progettazione di vaccini antitumorali, immunoterapie e terapie cellulari. Non significa che dal Fortore sia arrivata una cura contro il cancro, ma che lo studio di una popolazione particolarmente longeva potrebbe contribuire a comprendere meglio un meccanismo sfruttabile in futuro dalla medicina oncologica.

La ricerca offre anche una lettura insolita dell’invecchiamento nelle aree interne. Nei territori segnati dallo spopolamento e dall’aumento dell’età media, la presenza di anziani e centenari viene normalmente considerata soprattutto come un problema demografico e sanitario. Nel progetto A.M.I.C.I. diventa invece un elemento di interesse scientifico: persone che hanno attraversato decenni di esposizioni ambientali, infezioni, trasformazioni nell’alimentazione e negli stili di vita mantenendo, in alcuni casi, condizioni di salute eccezionali.

Naturalmente la longevità non dipende da un solo fattore. Genetica, ambiente, alimentazione, attività fisica, condizioni sociali e accesso alle cure concorrono insieme a determinarla. Allo stesso modo, lo studio non permette di sostenere che nel Fortore l’incidenza dei tumori sia inferiore rispetto ad altri territori: per dimostrarlo servirebbero dati epidemiologici specifici sull’intera popolazione, mentre A.M.I.C.I. riguarda un gruppo selezionato di longevi sani.

Il risultato più interessante, almeno per ora, è più circoscritto: alcune persone che hanno raggiunto un’età molto avanzata senza sviluppare tumori mostrano un profilo immunitario diverso da quello osservato nei pazienti oncologici.

Capire da dove nasca quella differenza è il prossimo passaggio della ricerca. Se la “firma immunitaria” individuata dal Pascale verrà confermata su campioni più ampi, i centenari del Fortore potrebbero offrire alla ricerca oncologica non il segreto della longevità, ma qualcosa di forse ancora più utile: un indizio su come il sistema immunitario possa imparare, nel corso della vita, a riconoscere meglio il cancro.

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