21 agosto 1962: il terremoto che cambiò il volto del Fortore
Tre scosse in meno di quaranta minuti colpirono il territorio tra Sannio e Irpinia. Molinara, Ginestra degli Schiavoni, San Giorgio la Molara e Foiano furono tra i centri più danneggiati. I documenti tecnici e i giornali dell’epoca raccontano la distruzione, le tendopoli e una ricostruzione destinata a durare molti anni.

Nel 1962 l’Italia viveva gli anni del cosiddetto miracolo economico. Le fabbriche del Nord attiravano manodopera, la televisione entrava nelle case, aumentavano i consumi e il Paese mostrava al mondo il volto di una modernizzazione rapida. Ma quella crescita non procedeva ovunque allo stesso modo. Nelle aree interne del Mezzogiorno il benessere arrivava lentamente, quando arrivava, e il Fortore restava ai margini di quella trasformazione.
L’economia era ancora legata soprattutto all’agricoltura. Si lavoravano i campi, si allevava il bestiame e si viveva in paesi raccolti sulle alture. Gran parte delle abitazioni era stata costruita secoli prima, con pietre irregolari, malte povere e fondazioni superficiali: case che avevano resistito al tempo, ma che nascondevano una fragilità ancora sconosciuta ai loro abitanti.
Intanto era cominciata una nuova stagione di partenze. Sempre più persone lasciavano i paesi per raggiungere le città industriali del Centro-Nord o cercare lavoro all’estero. Tra il 1951 e il 1961 la provincia di Benevento aveva già perso quasi 19.000 abitanti, passando da 333.203 a 314.253 residenti. Il calo degli occupati in agricoltura non corrispondeva soltanto a una modernizzazione dell’economia: rifletteva anche la partenza di migliaia di lavoratori.
Era questo il territorio sul quale, martedì 21 agosto 1962, calò la sera.
Un primo movimento, avvertito alle 16:56, mise in allarme la popolazione. Non produsse danni rilevanti, ma fu abbastanza forte da spingere molte persone fuori dalle abitazioni. Per quasi due ore gli abitanti rimasero nelle strade, nelle piazze e nelle campagne, incerti se rientrare.
Poi, nel giro di appena trentacinque minuti, si susseguirono le tre scosse principali.
Alle 19:09, ora italiana, si verificò una scossa di magnitudo momento 5,68. Dieci minuti dopo, alle 19:19, arrivò quella principale: magnitudo 6,15 e un’intensità massima del IX grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Fu la scossa più violenta e distruttiva. Alle 19:44, quando il territorio era già sconvolto, un terzo terremoto di magnitudo 5,34 colpì nuovamente la stessa area.
Le tre scosse ebbero origine praticamente nella stessa zona, al confine tra il Sannio e l’Irpinia.

In quel breve intervallo cambiò la storia di numerosi paesi. Le famiglie cercarono gli spazi aperti, le strade si riempirono e le principali vie di comunicazione vennero congestionate da persone in fuga. La stagione estiva, l’ora e l’allarme provocato dalle scosse precedenti contribuirono a limitare il numero delle vittime, ma migliaia di abitanti non poterono più rientrare nelle proprie case.
In provincia di Benevento, i centri maggiormente colpiti furono Molinara, Ginestra degli Schiavoni, San Giorgio la Molara, Reino e Apice. Anche Foiano di Val Fortore, Montefalcone, San Marco dei Cavoti, Castelfranco in Miscano, Baselice e Castelvetere subirono danni di diversa entità. Complessivamente il sisma interessò circa 450 comuni, 355 dei quali in Campania.
Il “terremoto bianco”
Il terremoto del 1962 venne ricordato anche come il “terremoto bianco”. Non perché fosse stato privo di conseguenze, ma perché in molti paesi non produsse immediatamente l’immagine spettacolare delle grandi rovine. Interi edifici conservavano la facciata, mentre all’interno presentavano lesioni profonde, crolli parziali e gravi problemi di stabilità.
A rendere particolarmente vulnerabili i centri del Fortore furono le caratteristiche del patrimonio edilizio: abitazioni costruite con murature irregolari, malte poco resistenti, solai pesanti e fondazioni spesso insufficienti. Molte case erano state realizzate o ampliate in epoche diverse, senza collegamenti efficaci tra le pareti. Gli edifici più moderni in cemento armato mostrarono generalmente una resistenza maggiore, anche se non mancarono danni.
Il bilancio non si misurò quindi soltanto nel numero dei crolli visibili. Il terremoto svuotò case che sembravano ancora integre, costrinse migliaia di persone a vivere nelle tende e nelle baracche e pose le basi per demolizioni, trasferimenti e ricostruzioni che negli anni successivi avrebbero modificato profondamente il volto di diversi paesi del Fortore.
I danni nei comuni del Fortore
La principale fonte utilizzata per ricostruire la distribuzione dei danni e la risposta dello Stato è la Relazione sugli interventi dello Stato ed in particolare dell’amministrazione dei Lavori pubblici nelle zone dell’Irpinia e del Sannio colpite dal terremoto del 21 agosto 1962, pubblicata nel 1963 dalla Direzione generale dei servizi speciali del Ministero dei Lavori pubblici.
Il documento raccoglie gli accertamenti compiuti dai tecnici del Genio civile in 68 comuni delle province di Benevento e Avellino. Non si trattava soltanto di un censimento degli edifici lesionati: per ciascun comune venivano indicate le abitazioni danneggiate, la gravità delle lesioni, il numero degli sfollati e le persone sistemate nelle baracche. Proprio questi dati, molti anni dopo, hanno permesso all’INGV di ricostruire con maggiore precisione gli effetti del sisma nei singoli territori.
L’area coinvolta era molto vasta. Nei 39 comuni maggiormente colpiti vivevano circa 156.000 persone; altri 105.000 abitanti risiedevano nei 29 comuni che avevano subito danni meno gravi. Nei centri più danneggiati delle due province furono registrati complessivamente 15.273 senzatetto, ai quali si aggiunse circa un migliaio di sfollati nelle province limitrofe.
Nel Fortore l’impatto variò sensibilmente da comune a comune, come mostrano i dati raccolti dal Genio civile.

A Ginestra degli Schiavoni risultò danneggiato il 94,5 per cento delle abitazioni; a Molinara il 92,5 per cento e a San Giorgio la Molara l’89 per cento. Foiano di Val Fortore registrò una percentuale complessiva inferiore, ma quasi tre abitazioni su dieci riportarono danni gravi.
A San Giorgio la Molara furono lesionati anche il municipio, la pretura, il carcere e quattro chiese. Crollò parte del muro del cimitero e furono danneggiati un ponte e alcune opere di sostegno. Nel paese si contarono cinque feriti.
Molinara sulle prime pagine
Nei giorni successivi al terremoto, Molinara divenne uno dei simboli della distruzione nel Sannio. Il 23 agosto 1962 il quotidiano Roma dedicò la prima pagina ai paesi colpiti, accompagnando la cronaca con una fotografia del centro fortorino.
Nella didascalia si affermava che nel paese fosse rimasto intatto un solo edificio, l’asilo infantile. Era la rappresentazione immediata e drammatica raccolta dai cronisti arrivati sul posto. I successivi rilievi tecnici permettono di precisarla: a Molinara furono censite 1.121 abitazioni danneggiate su 1.210, delle quali 499 in condizioni gravi. Circa 831 persone dovettero trovare sistemazione nelle baracche.
Tre giorni dopo, il Roma della domenica titolava “Fuggono dai paesi feriti a morte”. Le domande raccolte tra gli abitanti non riguardavano soltanto il momento dell’emergenza: ci si chiedeva quando sarebbe stato possibile riavere una casa, come affrontare l’inverno e se i centri maggiormente colpiti sarebbero stati ricostruiti oppure trasferiti.
Alla perdita delle abitazioni si aggiungeva quella delle botteghe, dei luoghi di lavoro e delle poche risorse sulle quali si reggeva l’economia locale. Per molti abitanti l’emergenza non riguardava quindi soltanto la ricerca di un alloggio, ma la possibilità stessa di continuare a vivere e lavorare nel proprio paese.

Dalle tende alle baracche
La risposta iniziale dello Stato fu rapida nelle dimensioni, ma non sempre ordinata. Il Consiglio dei ministri si riunì il 22 agosto, il giorno successivo al terremoto, e stanziò 2 miliardi di lire per gli interventi urgenti e altri 400 milioni per l’assistenza, disponendo anche la sospensione delle imposte nelle zone colpite.
Nei dieci giorni successivi vennero montate 18.800 tende ordinarie e oltre 3.800 tende di grandi dimensioni. Furono allestite 53 mense e distribuiti generi alimentari, vestiario e materiale sanitario. Accanto ai Vigili del fuoco, alla Croce Rossa e all’Esercito si mobilitarono enti locali e privati. La RAI organizzò una sottoscrizione attraverso la quale furono raccolte offerte per un miliardo di lire.
La macchina dei soccorsi mostrò però anche profonde debolezze. Durante la seduta della Camera del 5 settembre 1962, il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani riconobbe ritardi nell’arrivo degli aiuti e difficoltà nella distribuzione dei materiali. Le attribuì soprattutto all’assenza di un’organizzazione permanente capace di coordinare gli interventi in caso di calamità: in Italia non esisteva ancora un sistema nazionale di protezione civile come quello che sarebbe nato molti anni dopo.
Superata la prima fase delle tende, cominciò la costruzione dei ricoveri provvisori. Il Genio militare realizzò 329 baracche, comprendenti 2.614 alloggi nei quali furono sistemate 7.908 persone. Il Genio civile ne costruì altre 1.898, per 1.904 alloggi destinati a 7.865 persone. Complessivamente furono quindi realizzate 2.227 baracche e 4.518 alloggi provvisori.
Per demolizioni, puntellamenti, sgombero delle macerie, costruzione delle baracche, allacciamenti e servizi, il Genio civile spese circa 2 miliardi e 600 milioni di lire. Ciò che doveva essere una sistemazione temporanea, tuttavia, sarebbe diventato per molte famiglie una condizione destinata a durare per anni.

L’emergenza coinvolse anche i bambini. Un articolo dell’epoca documenta la partenza da Ariano Irpino di un primo gruppo di 93 figli di famiglie terremotate, diretti a Pinarella di Cervia. L’iniziativa, sostenuta dalle amministrazioni e dalle cooperative emiliane, avrebbe successivamente coinvolto altri minori provenienti dall’Irpinia e dal Sannio.

Per quei bambini il viaggio rappresentava l’occasione di lasciare le tende prima dell’inverno, ma anche una nuova separazione dalle famiglie. La cronaca restituisce l’immagine dei genitori rimasti ad affrontare la ricostruzione mentre i figli partivano verso località che molti di loro non avevano mai visto.

Una ricostruzione lunga e incompleta
Il 5 settembre 1962, appena quindici giorni dopo il terremoto, il Governo presentò alla Camera il disegno di legge n. 4106. Il provvedimento venne approvato rapidamente e divenne la legge 5 ottobre 1962, n. 1431, intitolata significativamente Provvedimenti per la ricostruzione e la rinascita delle zone colpite dal terremoto dell’agosto 1962.

La legge autorizzava inizialmente una spesa di 18 miliardi e 300 milioni di lire per gli interventi di competenza del Ministero dei Lavori pubblici. A questa somma si aggiungevano un miliardo per lavori urgenti e inderogabili, 600 milioni per l’assistenza e altri 100 milioni per specifiche misure previste dal provvedimento.
Per le abitazioni private erano previsti contributi rapportati alle condizioni economiche dei proprietari: fino al 90 per cento della spesa per i proprietari di una sola abitazione con redditi più bassi, il 70 per cento per una fascia intermedia e il 50 per cento per gli altri proprietari, entro il limite di 3 milioni e mezzo di lire per ogni unità immobiliare. La Cassa per il Mezzogiorno poteva inoltre finanziare fino al 70 per cento della costruzione dei fabbricati rurali.
Il provvedimento non riguardava soltanto le case. Lo Stato poteva contribuire alla ricostruzione di edifici pubblici, scuole, strade, fognature, acquedotti e impianti di illuminazione, coprendo fino all’80 per cento della spesa. L’INA-Casa e il programma per le abitazioni dei lavoratori agricoli furono incaricati di predisporre nuovi alloggi da assegnare prioritariamente ai senzatetto.
La legge interveniva anche sulla futura forma dei paesi. I comuni beneficiari dovevano individuare entro sessanta giorni le aree destinate all’edilizia economica e popolare. Nei centri maggiormente colpiti il Ministero poteva disporre la redazione di piani di ricostruzione, prevedendo anche il trasferimento totale o parziale dell’abitato. Entro un anno i comuni interessati avrebbero inoltre dovuto adottare un piano regolatore generale.
Queste disposizioni spiegano perché il terremoto non produsse soltanto riparazioni, ma modificò l’assetto urbanistico di numerosi paesi. La ricostruzione offrì la possibilità di ampliare gli abitati, aprire nuove strade e realizzare quartieri popolari; nello stesso tempo favorì il progressivo abbandono di parti dei centri storici e, in alcuni casi, il trasferimento degli insediamenti.
I comuni ammessi ai benefici
Il decreto del Presidente della Repubblica del 19 ottobre 1962 stabilì quali territori potessero beneficiare della legge. Nella provincia di Benevento furono inclusi 32 comuni.
Tra quelli del Fortore figuravano Baselice, Castelfranco in Miscano, Castelvetere in Val Fortore, Foiano di Val Fortore, Ginestra degli Schiavoni, Molinara, Montefalcone di Val Fortore, Reino, San Giorgio la Molara e San Marco dei Cavoti. Nell’elenco non compare invece San Bartolomeo in Galdo, dove pure la relazione del Genio civile registrò 139 abitazioni danneggiate e 50 casi di danno grave.
L’individuazione dei comuni beneficiari era determinante: essere compresi nel decreto significava poter accedere ai contributi per le abitazioni, alle opere pubbliche, ai piani di ricostruzione e alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. Restarne fuori, anche in presenza di danni accertati, limitava fortemente la possibilità di ricevere gli stessi interventi.
Dalle promesse ai ritardi
La legge del 1962 non fu sufficiente. Negli anni successivi furono necessari nuovi provvedimenti: modifiche e integrazioni arrivarono nel 1963 e nel 1964, mentre nel 1968 la legge n. 373 autorizzò un’ulteriore spesa. Nel complesso gli stanziamenti raggiunsero circa 50 miliardi di lire.
La disponibilità formale delle risorse, però, non si tradusse rapidamente nei cantieri. I comuni dovevano redigere i piani, individuare ed espropriare le aree, realizzare le urbanizzazioni e istruire le pratiche dei privati. Molte amministrazioni non disponevano delle risorse finanziarie e delle strutture tecniche necessarie per sostenere un procedimento tanto complesso.
Dopo due anni risultava finanziato soltanto l’1 per cento delle pratiche relative alle opere urbane e il 4 per cento di quelle riguardanti le abitazioni. A cinque anni dal terremoto era stato finanziato complessivamente appena il 21 per cento delle pratiche presentate. La ricostruzione, annunciata come parte di un più ampio programma di rinascita, procedeva molto più lentamente dell’emergenza.
Nel settembre del 1971, nove anni dopo le scosse, il quadro era ancora drammatico. Secondo la relazione dell’allora assessore regionale ai Lavori pubblici Roberto Costanzo, soltanto un terzo delle opere progettate era stato completato. Due terzi dei fabbricati danneggiati non risultavano ancora riparati o ricostruiti.
Numerose famiglie vivevano ancora nelle baracche realizzate durante il primo intervento, ormai deteriorate e quasi inabitabili. Altre erano rimaste nelle stesse case che i tecnici del Genio civile avevano dichiarato inagibili. Quello che nel 1962 era stato presentato come un ricovero provvisorio si era trasformato in una lunga condizione di precarietà.
Il terremoto mostrò così due volti dell’intervento pubblico. Nelle prime settimane lo Stato riuscì a mobilitare uomini, tende, viveri e risorse in una dimensione considerevole. Quando fu necessario passare dall’emergenza alla ricostruzione, invece, emersero la debolezza amministrativa dei piccoli comuni, la complessità delle procedure e l’insufficienza dei finanziamenti.
La promessa contenuta nel titolo della legge parlava non soltanto di ricostruzione, ma anche di rinascita. Quest’ultima, tuttavia, non arrivò. I lavori non produssero quella trasformazione economica e sociale che avrebbe potuto contrastare l’emigrazione già in corso. In diversi paesi il terremoto cambiò le case e la forma urbana, ma non riuscì a interrompere la perdita di popolazione che avrebbe segnato i decenni successivi.
Un terremoto rimasto ai margini della memoria
Il sisma del 1962 è stato a lungo oscurato da quello del 23 novembre 1980, molto più distruttivo e ancora presente nella memoria collettiva della Campania. Eppure, per molti paesi del Fortore, il processo di trasformazione era cominciato diciotto anni prima.
Le fotografie, gli articoli dei giornali e i rilievi del Genio civile raccontano non soltanto un evento naturale, ma la condizione sociale ed economica delle aree interne all’inizio degli anni Sessanta. Dietro le facciate rimaste apparentemente in piedi si trovavano abitazioni fragili, famiglie senza un alloggio sicuro e comunità già esposte all’emigrazione e all’impoverimento.
Il terremoto non cancellò completamente i paesi, ma ne modificò l’aspetto, spostò una parte della popolazione verso nuove zone e lasciò a lungo baracche, edifici vuoti e ricostruzioni incompiute. Per questo il 21 agosto 1962 non rappresenta soltanto una data della storia sismica del Sannio e dell’Irpinia: è uno dei passaggi che hanno contribuito a formare il Fortore contemporaneo.

Fonti
- Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Archivio Storico Macrosismico Italiano, evento del 21 agosto 1962.
- Francesco T. Gizzi, Il “Terremoto Bianco” del 21 agosto 1962. Aspetti macrosismici, geologici, risposta istituzionale, 2012.
- INGV, StoryMap 21 agosto 1962: un terremoto dimenticato.
- Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, CFTI4Med e CFTI5Med.
- Ministero dei Lavori pubblici, dati del Genio civile sui comuni colpiti, 1963.
- Legge 5 ottobre 1962, n. 1431.
- Roma, 23 agosto 1962.
- Roma della domenica, 26 agosto 1962.
- Articolo Partono per l’Emilia i figli dei terremotati, testata e data da identificare.












