La storia del Fortore e dell’intero Appennino meridionale sembra attraversata da una contraddizione che cinque secoli di trasformazioni politiche, economiche e sociali non sono riusciti a risolvere. Territori ricchi di risorse naturali, la cui utilizzazione ha alimentato fortune considerevoli, sono rimasti a lungo subordinati agli interessi di grandi proprietari e centri di potere estranei alle comunità locali. Un tempo erano i feudatari a controllare boschi, pascoli, terre coltivabili e vie della transumanza; oggi, sulle medesime montagne, grandi società energetiche sfruttano la forza del vento, trasformata in una risorsa industriale di enorme valore economico.
Il parallelismo tra l’antico feudalesimo e l’attuale organizzazione del settore energetico trova le proprie ragioni nella storia dei rapporti tra proprietà, ricchezza e potere politico. La progressiva affermazione dello Stato moderno aveva contribuito a limitare il predominio delle grandi famiglie aristocratiche, fino a raggiungere nel Novecento una stagione nella quale lo Stato stesso assunse il ruolo di imprenditore e protagonista dell’economia nazionale. Il successivo smantellamento di quel modello, attraverso le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli anni Novanta, ha accompagnato una nuova concentrazione del potere economico nelle mani dei grandi gruppi industriali e finanziari.
Osservata attraverso questa prospettiva, l’espansione dell’industria eolica nel Sannio, nell’Irpinia e nella Daunia appare come una manifestazione contemporanea di un fenomeno assai più antico: la capacità di pochi soggetti di appropriarsi dei benefici derivanti dalle risorse territoriali, lasciando alle popolazioni locali una partecipazione marginale alla ricchezza prodotta.
I Carafa e i Guevara: il dominio feudale nell’Appennino meridionale
Per comprendere le origini storiche di questi rapporti bisogna risalire al Quattrocento, quando la conquista aragonese del Regno di Napoli favorì l’insediamento di importanti famiglie aristocratiche provenienti dalla penisola iberica. Tra queste figuravano i Guevara, antica casata di origine basca, il cui nome derivava dal borgo medievale di Gebara, nella provincia spagnola di Álava.
Secondo la ricostruzione genealogica, nel 1442 i fratelli Iñigo, Ferrante e Alfonso de Guevara giunsero nel Mezzogiorno al seguito di Alfonso V d’Aragona, ottenendo importanti concessioni feudali grazie alla fedeltà militare dimostrata alla Corona. La famiglia consolidò progressivamente la propria influenza tra il Sannio, l’Irpinia e la Capitanata, legando il proprio nome alle contee di Ariano, al ducato di Bovino e a numerosi possedimenti dell’entroterra.
Accanto ai Guevara esercitavano un potere considerevole i Carafa, una delle più antiche famiglie nobiliari napoletane, la cui influenza politica e religiosa si estese ben oltre i confini del Regno, fino a esprimere numerosi cardinali e un pontefice, Paolo IV. I rapporti tra le due dinastie furono caratterizzati da un complesso sistema di alleanze e matrimoni, attraverso i quali venivano riuniti patrimoni, consolidati diritti di successione e rafforzato il controllo sulle proprietà. Tra gli esempi ricordati figura l’unione tra Carlo Carafa e una discendente dei Guevara di Bovino, espressione di una politica matrimoniale nella quale i legami familiari costituivano strumenti essenziali di accumulazione economica.
La ricchezza dell’Appennino meridionale derivava allora soprattutto dalle attività agricole e pastorali, ma il valore dei grandi possedimenti feudali era strettamente collegato alla possibilità di controllare i collegamenti commerciali e le vie della transumanza. Ogni anno enormi greggi attraversavano le montagne del Sannio e dell’Irpinia per raggiungere il Tavoliere delle Puglie, percorrendo tratturi che interessavano anche San Bartolomeo in Galdo, Baselice e Foiano. La Dogana della Mena delle Pecore aveva trasformato questa attività in un vasto sistema economico e fiscale, dal quale traevano benefici la Corona e i grandi proprietari che disponevano dei pascoli e dei diritti territoriali.
I Guevara e i Carafa, attraverso i rispettivi possedimenti, partecipavano a un’organizzazione della ricchezza nella quale il controllo dei territori garantiva rendite e privilegi, mentre la popolazione contadina rimaneva soggetta a tributi, obblighi e rapporti di dipendenza. La concentrazione della proprietà si accompagnava all’esercizio del potere politico e militare, consentendo alle grandi casate di difendere i propri interessi anche attraverso apparati armati e il sostegno all’autorità monarchica. Durante le rivolte popolari del Seicento, comprese quelle che accompagnarono i moti di Masaniello del 1647, la difesa dei privilegi aristocratici rappresentò una delle principali preoccupazioni delle famiglie dominanti.
La memoria di quel potere è sopravvissuta anche nelle tradizioni popolari del Fortore. A Baselice, presso la chiesa della Madonna delle Grazie, il monumento funebre di Ottavio Carafa, feudatario legato anche alla storia di Foiano, è associato al ricordo di un amministratore particolarmente inflessibile nell’esazione dei tributi. La raffigurazione malinconica e sofferente del barone sarebbe stata interpretata dalla tradizione come una sorta di condanna eterna, quasi che il signore fosse destinato a manifestare per sempre il proprio pentimento davanti ai discendenti dei contadini che aveva vessato.
Anche Castelfranco in Miscano conserva memorie legate alla presenza aragonese e ai Guevara. Secondo la tradizione storica, Innico de Guevara avrebbe ospitato Ferrante d’Aragona in occasione di una solenne rassegna militare, episodio che restituisce l’importanza strategica di questi territori nelle vicende politiche del Regno di Napoli.
La forza delle grandi casate dipendeva tuttavia dalla fedeltà alla monarchia, e il mutamento degli equilibri politici poteva provocare la perdita improvvisa di interi patrimoni. Nel 1528, durante il conflitto tra Carlo V d’Asburgo e la Francia, il conte Alberico de Guevara avrebbe sostenuto la parte francese, provocando la confisca dei possedimenti familiari, formalizzata negli anni successivi, e una lunga controversia per il loro recupero. Il destino economico delle comunità sottoposte al dominio feudale era quindi condizionato da decisioni assunte nelle corti europee, dove i territori e le popolazioni costituivano spesso elementi di una più vasta contesa dinastica.
Dai Guevara del Sannio al mito di Ernesto Che Guevara
La storia della famiglia presenta una singolare diramazione che conduce fino all’America Latina. Dalle antiche origini basche dei Guevara si svilupparono diversi rami familiari, alcuni dei quali raggiunsero il continente americano durante l’espansione coloniale spagnola. A questa tradizione genealogica apparteneva anche Ernesto Guevara de la Serna, il rivoluzionario argentino passato alla storia come Che Guevara.
Nel 2016 il fratello minore del Che, Juan Martín Guevara, visitò i Paesi Baschi, ricordando le origini familiari tramandate dal padre e il legame con l’antica terra di provenienza.
L’accostamento assume un significato storico e sociologico particolarmente suggestivo. Un cognome associato per secoli all’aristocrazia europea e al dominio feudale divenne, attraverso Ernesto Guevara, uno dei simboli più conosciuti della ribellione contro l’imperialismo e le disuguaglianze sociali. Il rivoluzionario argentino scelse di dedicare la propria esistenza alla lotta contro le forme di oppressione e sfruttamento, rinnegando idealmente i privilegi che avevano caratterizzato l’antico potere aristocratico.
La sorte successiva della sua immagine introduce però un’ulteriore contraddizione. Il volto del Che è stato trasformato in un’icona commerciale riprodotta su milioni di oggetti di consumo, alimentando un mercato internazionale che ha progressivamente separato il personaggio storico dal contenuto politico delle sue idee. Le stesse logiche capitalistiche contro le quali il rivoluzionario aveva combattuto ne hanno fatto un prodotto, appropriandosi del valore simbolico della ribellione per trasformarlo in profitto.
La mercificazione del mito del Che rappresenta così una dimostrazione della straordinaria capacità del sistema economico contemporaneo di assorbire persino le espressioni più radicali della propria contestazione, svuotandole del loro significato originario e restituendole alla società sotto forma di merci.
Dalle riforme borboniche allo Stato imprenditore
L’affermazione della monarchia borbonica nel 1734 segnò una svolta nei rapporti tra lo Stato e le grandi famiglie feudali. Con Carlo di Borbone ebbe inizio una stagione di riforme amministrative e fiscali attraverso le quali il potere centrale cercò di limitare alcuni privilegi aristocratici e rafforzare la propria autorità sulle strutture economiche del Regno.
Tra gli strumenti più importanti figurò il Catasto Onciario, introdotto attraverso i provvedimenti del 1740 e del 1741. La rilevazione delle famiglie, delle proprietà e delle fonti di reddito consentiva all’amministrazione di conoscere con maggiore precisione la distribuzione della ricchezza e di organizzare il prelievo fiscale secondo criteri meno dipendenti dalla discrezionalità dei poteri locali. Pur conservando significativi privilegi feudali, la riforma rappresentava un tentativo di sottrarre progressivamente l’amministrazione economica al predominio delle grandi casate.
Particolare importanza rivestirono anche i Monti Frumentari, istituzioni che offrivano ai contadini la possibilità di ottenere in prestito il grano necessario alla semina, da restituire dopo il raccolto a condizioni generalmente favorevoli. Per le popolazioni rurali, frequentemente esposte alla povertà, alle carestie e all’indebitamento, questi organismi costituivano una forma concreta di protezione sociale, capace di ridurre la dipendenza economica dai grandi proprietari e dai prestatori privati.
Il progressivo rafforzamento dell’autorità statale contribuì a modificare gli equilibri sui quali si era retto per secoli il sistema feudale, fino alla sua abolizione giuridica nel 1806. L’eversione della feudalità non eliminò le disuguaglianze nella distribuzione della proprietà, ma segnò il superamento di un ordinamento nel quale privilegi economici, potere politico e autorità giurisdizionale erano strettamente intrecciati.
L’unificazione italiana introdusse successivamente nuove tensioni, particolarmente acute nelle campagne meridionali. La tassa sul macinato del 1868, gravando su un consumo essenziale per le classi popolari, divenne uno dei simboli della pesantezza della fiscalità postunitaria. La povertà rurale e l’insufficienza delle opportunità economiche contribuirono ad alimentare i grandi movimenti migratori che avrebbero segnato la storia dell’entroterra meridionale.
Bisognerà attendere il Novecento perché lo Stato assuma una funzione economica profondamente diversa, passando dal ruolo di autorità amministrativa e fiscale a quello di protagonista diretto dell’organizzazione produttiva nazionale. La costituzione dell’IRI nel 1933 e la riforma bancaria del 1936 rappresentarono passaggi fondamentali di questa trasformazione, attraverso la quale il potere pubblico acquisì strumenti per intervenire nel credito e nei settori industriali strategici.
La Banca d’Italia venne riconosciuta come istituto di diritto pubblico, mentre il sistema delle partecipazioni statali permise di sottrarre una parte importante dell’apparato produttivo nazionale agli interessi della finanza privata. Energia, telecomunicazioni, siderurgia, trasporti e grandi infrastrutture entrarono progressivamente nell’orbita di un modello economico nel quale lo Stato disponeva della capacità di programmare investimenti e orientare la produzione secondo obiettivi di interesse nazionale.
La piena sovranità economica, in questa concezione, dipendeva dalla possibilità per le istituzioni pubbliche di esercitare un controllo effettivo sui settori strategici, impedendo che le principali decisioni industriali fossero determinate esclusivamente dalla convenienza dei grandi capitali privati.
Il modello dello Stato imprenditore si sviluppò ulteriormente nel secondo dopoguerra, quando la ricostruzione e l’espansione industriale furono accompagnate da importanti programmi di investimento pubblico. Nel Mezzogiorno, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e altri strumenti, vennero finanziate infrastrutture, opere idriche, collegamenti e insediamenti produttivi che contribuirono alla modernizzazione di territori storicamente esclusi dai principali processi di industrializzazione.
La successiva stagione di ricostruzione dopo il terremoto del 1980 e gli incentivi industriali rappresentarono ulteriori manifestazioni di questa capacità di intervento, mobilitando risorse e attività economiche anche nei territori dell’Appennino interno. In un sistema fondato su una forte programmazione pubblica, le aree economicamente più fragili potevano beneficiare di investimenti che il mercato privato, lasciato alle proprie convenienze, difficilmente avrebbe realizzato nelle stesse dimensioni.
Gli anni Novanta, le privatizzazioni e il potere della finanza
La progressiva demolizione dello Stato imprenditore, culminata nella stagione delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta, modificò radicalmente questo equilibrio.
La trasformazione del sistema bancario, la liquidazione delle partecipazioni statali e l’apertura dei settori strategici ai grandi operatori privati coincisero con la crisi politica della Prima Repubblica. Le inchieste di Mani Pulite contribuirono alla scomparsa dei tradizionali partiti di governo, mentre il nuovo orientamento economico favorì il trasferimento di una parte crescente del potere industriale e finanziario dalla sfera pubblica a quella privata.
Il processo di integrazione europea e i vincoli derivanti dai trattati comunitari accompagnarono questo cambiamento, riducendo progressivamente gli strumenti attraverso i quali lo Stato italiano aveva esercitato la propria sovranità economica. La liberalizzazione dei mercati e la crescente centralità della finanza contribuirono così all’affermazione di un modello nel quale le decisioni strategiche risultavano sempre più condizionate dagli interessi dei grandi gruppi industriali e dalle istituzioni sovranazionali.
In questa lettura critica, la classe politica italiana, compresa quella proveniente dalla tradizione comunista, avrebbe progressivamente accettato un sistema economico che subordinava l’intervento pubblico alle regole del mercato, rinunciando agli strumenti attraverso i quali lo Stato aveva potuto orientare per decenni lo sviluppo industriale nazionale.
La contraddizione risulta particolarmente evidente osservando i rapporti storici tra politica, organizzazioni economiche e mondo cooperativo. Nel volume Compagni di rispetto, Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato hanno ricostruito criticamente il sistema delle cosiddette cooperative rosse, descrivendo gli intrecci tra apparati politici, interessi economici e gestione degli appalti pubblici, con particolare riferimento alle strutture storicamente legate al Partito Comunista Italiano.
Il sistema cooperativo, nato anche come strumento di mutualismo ed emancipazione delle classi lavoratrici, avrebbe così sviluppato forme di concentrazione economica e di influenza politica capaci di sopravvivere ai mutamenti dei partiti. La progressiva adesione di una parte della sinistra alle politiche di privatizzazione e liberalizzazione rappresenterebbe, in questa prospettiva, il compimento di una trasformazione nella quale le originarie aspirazioni di emancipazione sociale sono state subordinate agli equilibri del potere economico.
Il risultato è un sistema nel quale gli Stati dispongono di una capacità sempre più limitata di orientare direttamente gli investimenti produttivi, mentre le grandi imprese e i gruppi finanziari acquisiscono un’influenza crescente sulle scelte industriali e sulle politiche economiche.
L’espansione delle fonti rinnovabili, sviluppatasi attraverso incentivi pubblici e investimenti privati, si inserisce precisamente in questo nuovo quadro.
Il neo-feudalesimo energetico: i nuovi baroni dell’Appennino
L’installazione massiccia degli aerogeneratori sulle montagne del Fortore, dell’Irpinia e della Daunia costituisce una delle manifestazioni più evidenti della nuova organizzazione del potere economico. Crinali che per secoli avevano ospitato pascoli, boschi e attività agricole sono diventati sedi di grandi impianti industriali appartenenti a società energetiche nazionali e internazionali, capaci di trasformare una risorsa naturale in profitti considerevoli.
Le multinazionali del vento occupano oggi una posizione che richiama, sotto il profilo della concentrazione della ricchezza, quella esercitata dalle antiche famiglie feudali. Attraverso capitali, tecnologie e strumenti contrattuali acquisiscono la disponibilità delle aree necessarie agli impianti e organizzano una produzione destinata al mercato nazionale, mentre le comunità locali rimangono sostanzialmente estranee alla proprietà delle infrastrutture e alla distribuzione dei principali rendimenti economici.
Il paragone con i Carafa e i Guevara assume un significato particolarmente evidente osservando il rapporto tra i profitti delle società produttrici e le compensazioni riconosciute ai territori. L’energia generata sulle montagne viene immessa nella rete nazionale, contribuendo ad alimentare il sistema industriale e i consumi del Paese, mentre gli abitanti dei comuni produttori continuano a pagare l’elettricità secondo le condizioni del mercato. Le royalties comunali rappresentano una quota modesta rispetto al valore economico complessivo dell’energia prodotta e non hanno impedito il progressivo spopolamento di numerosi centri dell’entroterra.
I profitti milionari realizzati attraverso lo sfruttamento del vento non hanno determinato una crescita occupazionale proporzionata alla quantità di capitali investiti. Le opportunità di lavoro collegate alla costruzione e alla manutenzione degli impianti rimangono limitate rispetto alle dimensioni economiche dell’industria, mentre il territorio continua a perdere abitanti, attività produttive e servizi.
La trasformazione industriale ha inoltre modificato profondamente il paesaggio montano. Le grandi fondazioni in cemento armato, le strade di accesso, le piazzole e le infrastrutture elettriche intervengono sulla morfologia dei crinali e sugli equilibri idrogeologici, con conseguenze per la flora, la fauna avicola e le attività agricole tradizionali. La progressiva occupazione delle dorsali da parte degli aerogeneratori richiama, nella sua dimensione territoriale, gli antichi processi attraverso i quali i grandi proprietari sottraevano boschi e pascoli alla disponibilità collettiva.
L’antico feudatario esercitava il proprio dominio attraverso la proprietà fondiaria, i tributi e il controllo delle attività agricole; il moderno operatore energetico dispone di strumenti industriali e finanziari attraverso i quali trasforma la disponibilità delle risorse naturali in rendita economica. Sono mutati gli ordinamenti giuridici e le forme dell’autorità, ma permane una profonda sproporzione tra il potere dei soggetti che controllano la produzione e quello delle comunità che ospitano gli impianti.
Il ridimensionamento dello Stato imprenditore assume, alla luce di questa trasformazione, un significato decisivo. In un sistema caratterizzato da una forte programmazione pubblica, una risorsa strategica come l’energia avrebbe potuto essere amministrata attraverso strumenti direttamente orientati all’interesse nazionale e allo sviluppo dei territori. Il modello attuale affida invece prevalentemente ai grandi operatori industriali la proprietà degli impianti e la gestione dei profitti, lasciando alle amministrazioni locali compensazioni che non modificano sostanzialmente i rapporti di forza.
La vicenda del Fortore riassume così una contraddizione che attraversa la storia economica del Mezzogiorno. Le riforme borboniche avevano avviato il ridimensionamento dei privilegi aristocratici, mentre lo Stato imprenditore del Novecento aveva rappresentato il tentativo più ambizioso di subordinare una parte significativa dell’economia nazionale a obiettivi pubblici. Le privatizzazioni e l’affermazione del capitalismo finanziario hanno successivamente favorito una nuova concentrazione del potere economico, della quale l’industria eolica costituisce una manifestazione particolarmente visibile nell’Appennino meridionale.
Le montagne sulle quali un tempo si estendevano i possedimenti dei Carafa e dei Guevara sono oggi disseminate di aerogeneratori che producono energia per un mercato vastissimo, ma la ricchezza generata continua a concentrarsi prevalentemente lontano dalle comunità locali. Il territorio ha cambiato funzione economica, passando dalla rendita agricola e pastorale a quella energetica, senza che questa trasformazione abbia determinato una corrispondente emancipazione delle popolazioni.
Il neo-feudalesimo energetico rappresenta dunque il ritorno, sotto le forme del capitalismo contemporaneo, di un antico rapporto di subordinazione: le risorse naturali dell’Appennino continuano ad alimentare grandi concentrazioni di ricchezza, mentre le comunità che le custodiscono rimangono economicamente fragili, sempre più esposte allo spopolamento e alle decisioni di poteri lontani dal proprio territorio.
Contributo di un lettore di Valfortore, elaborato dalla ricerca storico-sociologica «Dall’antico feudalesimo al neo-feudalesimo energetico», dedicata alla storia del potere economico nel Sannio e nell’Appennino meridionale.