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Il Fortore prima dei confini

Quando la valle collegava il Sannio alla Daunia

Guardando una carta contemporanea è difficile immaginare il Fortore come uno spazio centrale nelle comunicazioni dell’Italia meridionale. Il territorio appare oggi diviso tra Campania, Molise e Puglia, lontano dalle principali infrastrutture e segnato da collegamenti che spesso trasformano pochi chilometri in distanze considerevoli. San Bartolomeo in Galdo appartiene alla provincia di Benevento, Tufara a quella di Campobasso, Roseto e i centri dei Monti Dauni a quella di Foggia. Sono confini ormai entrati nella nostra percezione del territorio, tanto da far sembrare naturale una separazione che appartiene in realtà a una fase relativamente recente della sua storia.

Per molti secoli la geografia funzionò diversamente. Prima delle regioni, delle province e delle moderne reti stradali, erano i fiumi, le vallate, i valichi e la conformazione delle montagne a determinare le direzioni degli spostamenti. Il Fortore si trovava precisamente lungo una delle aree di contatto tra l’Appennino sannitico e la Daunia, la fascia collinare e pianeggiante che conduce verso Lucera e il Tavoliere. Le ricerche archeologiche condotte dall’Università di Foggia definiscono espressamente questo comprensorio come un punto di confluenza tra culture diverse e una zona di frontiera tra l’area frentana e quella dauna, indicando Carlantino come uno degli estremi meridionali della presenza frentana e, poco più a oriente, l’inizio dell’area interessata dalle popolazioni daune.

Il termine “frontiera”, tuttavia, non deve far pensare a una linea netta. Nell’antichità i confini tra popolazioni erano spesso territori di contatto, nei quali gli scambi potevano essere intensi quanto i conflitti. Le testimonianze archeologiche della valle del Fortore restituiscono precisamente questa immagine: non una fascia vuota posta tra due mondi, ma un territorio frequentato, abitato e attraversato da lungo tempo.

Le indagini tra la valle del fiume e il Subappennino daunio hanno infatti restituito una densità di presenze che contrasta con qualsiasi idea di marginalità originaria. In una superficie di circa trenta chilometri quadrati esplorata a ovest di Lucera furono individuati oltre quattrocento punti archeologici, con testimonianze che vanno dalla preistoria all’alto Medioevo. Già nel Neolitico e nell’età del Bronzo gli insediamenti occupavano pianori affacciati sulle vallate; tra l’VIII e il IV secolo a.C. l’area entrò nella sfera culturale dauna, con abitati sparsi, nuclei di capanne, sepolture e successivamente edifici più strutturati. Le ricerche parlano di un popolamento diffuso, molto più articolato di quanto lasciasse supporre la conoscenza archeologica precedente.

Questa occupazione non si comprende senza ricostruire le strade.

Non le strade come le immaginiamo oggi, progettate su una carta e poi imposte al territorio, ma percorsi formatisi seguendo le condizioni naturali più favorevoli. Gli stessi archeologi che hanno lavorato tra Casalnuovo Monterotaro, Castelnuovo della Daunia e Pietramontecorvino sottolineano come l’orografia e l’idrografia abbiano determinato le piste preromane, influenzando in seguito anche la localizzazione degli insediamenti agricoli e produttivi. Le vie più antiche nascevano quindi dalla conoscenza concreta del paesaggio: dove attraversare un fiume, quale valle seguire, quale crinale permettesse di avanzare, dove fosse possibile raggiungere una pianura o superare un rilievo.

Su alcuni di quei percorsi sarebbero passati secoli dopo i Romani; altri sarebbero sopravvissuti nel Medioevo e sarebbero infine confluiti nella grande rete dei tratturi. È proprio questa sovrapposizione di epoche a rendere particolarmente interessante la storia della viabilità del Fortore.

Una strada nascosta nella Tabula Peutingeriana

Una delle ricostruzioni più suggestive è stata proposta dall’archeologo Gianfranco De Benedittis studiando la Tabula Peutingeriana, la celebre copia medievale di una carta stradale dell’Impero romano. Nella sezione dedicata al Sannio e all’Apulia settentrionale la rappresentazione dei percorsi presenta alcune anomalie che in passato erano state considerate errori del copista. De Benedittis ha invece avanzato l’ipotesi che almeno alcune di quelle incongruenze possano conservare la traccia di collegamenti realmente esistiti e successivamente perduti nella lettura della carta. Tra questi emerge la possibilità di una comunicazione diretta tra il Sannio interno e l’Apulia.

Il quadro che ne deriva non ruota attorno a una sola strada, ma a un sistema di direttrici che attraversava l’Appennino e raggiungeva il Tavoliere. Una di esse può essere accostata al percorso del Castel di Sangro-Lucera; un’altra interagiva con il Celano-Foggia. Lungo queste direttrici si trovavano municipi romani, insediamenti, abbazie e percorsi che continuarono a essere utilizzati nel Medioevo. I documenti ricordano perfino una via vetere presso Dragonara e una porta francigena, toponimo che rimanda ai pellegrini diretti al santuario di San Michele sul Gargano. Le fotografie aeree hanno inoltre suggerito, per alcuni tratti, la possibile sovrapposizione tra il tratturo storico e precedenti strade romane.

È in questo sistema che l’Alto Fortore acquista un ruolo particolarmente interessante.

Da Saepinum, l’antica Sepino, un percorso avrebbe seguito la valle del Tappino costeggiando la villa romana dei Neratii e raggiungendo un’area nella quale sono documentate presenze sannitiche. Una parte della direttrice coincide con il successivo tratturo Pescasseroli-Candela e lungo il tragitto sono stati individuati antichi luoghi di culto presso Gildone e Jelsi. Proseguendo verso sud-est si arriva a Tufara, dove sono conservati i resti di un ponte romano.

Da quel punto l’orientamento conduce direttamente verso San Bartolomeo in Galdo.

La continuità del percorso trova diversi indizi. Sul versante destro del Fortore le fonti medievali ricordano una via Sancti Angeli; lungo lo stesso asse si trovano i ruderi di una chiesa e la cosiddetta Pietra Cruciata, una roccia sulla quale compare un’iscrizione interpretata come Regius Braccius Sancti Bartolomei. Il braccio conduceva alla località Taverna, nell’attuale territorio di San Bartolomeo, dove sono stati rinvenuti resti romani considerati da De Benedittis tra gli elementi più significativi per la possibile localizzazione del municipio dei Ligures Corneliani. La ricostruzione proposta dallo studioso prosegue quindi verso Troia, nei pressi dell’antica Aecae, attraverso la direttrice del tratturo Foggia-Camporeale.

Naturalmente non disponiamo di una strada romana conservata integralmente da Sepino a Troia, né le ipotesi archeologiche consentono di trasformare ogni tratto in una certezza. Il dato interessante è un altro: fonti di epoche differenti continuano a restituire collegamenti lungo la stessa fascia territoriale.

Nel 1070 un documento utilizza l’espressione Via Beneventana in un contesto che fa ipotizzare un’arteria proveniente dall’area beneventana, passante per Saepinum e diretta verso il Fortore. Altri documenti medievali parlano nello stesso settore di via publica e strata publica. Le denominazioni cambiano, ma mostrano come tra XI e XIII secolo l’asse viario fosse ancora riconoscibile e utilizzato.

La storia delle strade del Fortore non può quindi essere ridotta alla transumanza, anche se i tratturi ne rappresentano la testimonianza più evidente sopravvissuta fino all’età contemporanea. Prima di diventare le grandi vie stagionali percorse dalle greggi dirette verso il Tavoliere, alcuni di quei corridoi avevano probabilmente già svolto altre funzioni. Mettevano in comunicazione città e insediamenti rurali, permettevano di raggiungere mercati e santuari, accompagnavano spostamenti militari e favorivano la circolazione di persone e merci.

Lo dimostra anche ciò che gli archeologi hanno trovato ai lati di quelle direttrici.

Un territorio densamente abitato

Le ricognizioni condotte nell’area di Casalnuovo Monterotaro, Castelnuovo della Daunia e Pietramontecorvino hanno individuato una sessantina di unità topografiche; circa il settanta per cento mostrava una continuità di frequentazione dalla preistoria fino all’età romana. Nel territorio compaiono insediamenti rurali, fattorie, ville, necropoli e presenze neolitiche. A Masseria Sterparapiana, per esempio, le fotografie aeree hanno permesso di riconoscere tracce di un villaggio neolitico nello stesso contesto in cui compaiono successivamente strutture di una villa romana. A Masseria Vallevona sono documentate, nello stesso sito, fasi preistoriche, daune, romane e tardoantiche.

Ancora più significativo è il caso di Ponte Rotto, nel territorio di Casalnuovo Monterotaro. Qui le tracce archeologiche indicano una frequentazione che dalla preistoria arriva fino al Medioevo; nello stesso punto attraversava il territorio il Regio Tratturo. Non significa necessariamente che lo stesso sentiero sia stato percorso senza interruzione per migliaia di anni, ma mostra quanto alcune caratteristiche geografiche abbiano continuato a rendere determinati luoghi favorevoli all’insediamento e al movimento.

Con Roma il paesaggio cambiò profondamente. La fondazione della colonia latina di Luceria nel 314 a.C. comportò l’arrivo di coloni e una riorganizzazione dell’agro. Le indagini archeologiche hanno riconosciuto tracce della divisione fondiaria romana e una diffusa presenza di piccole fattorie. Nei secoli dell’Impero molte di quelle strutture vennero progressivamente sostituite da proprietà più ampie e da grandi ville rustiche, alcune delle quali disponevano di settori residenziali, impianti produttivi, magazzini e ambienti termali. Non si trattava, dunque, di un territorio marginale rispetto all’economia romana, ma di una campagna organizzata e produttiva inserita nel sistema gravitante intorno a Lucera.

La centralità di Lucera permette di comprendere anche la relazione tra il Tavoliere e l’interno. Le ricostruzioni della viabilità ipotizzano collegamenti della città con Teanum, con il Celano-Foggia, con Aecae e con i centri distribuiti sulle colline del Subappennino. Verso occidente quelle direttrici incontravano la valle del Fortore e, attraverso di essa, penetravano nel Sannio.

Non circolavano soltanto derrate agricole. La somiglianza tra elementi decorativi rinvenuti nei luoghi di culto e negli insediamenti di Gildone, San Paolo Civitate, Carlantino, Rotello e Jelsi mostra che lungo queste vie viaggiavano anche modelli culturali e artistici. Proprio analizzando la diffusione di alcune antefisse di tipo etrusco-campano, De Benedittis attribuisce alla valle del Fortore un vero ruolo di cerniera tra aree culturali differenti.

È probabilmente questa l’immagine che restituisce meglio il Fortore antico. Non un confine chiuso tra Sanniti e Dauni, ma una fascia nella quale territori diversi entravano continuamente in relazione. Il fiume, le montagne e le vallate non impedivano il movimento: lo indirizzavano.

Come una terra di passaggio divenne area interna

È a questo punto che il confronto con il presente diventa inevitabile, senza bisogno di forzarlo.

La definizione contemporanea di “area interna” nasce dalla distanza dai grandi servizi e dalle principali reti di collegamento. Nel Fortore questa condizione è particolarmente evidente: la debolezza infrastrutturale è uno dei fattori che hanno accompagnato lo spopolamento e la progressiva concentrazione di funzioni economiche e amministrative nei centri maggiori.

Ma leggere il territorio nel lungo periodo mostra che la perifericità non è un dato immutabile.

Le montagne non sono cambiate. È cambiato il modo in cui l’economia le attraversa.

Per secoli la relazione tra Appennino e Tavoliere attribuì valore alle direttrici interne. La transumanza, l’agricoltura, i mercati, i pellegrinaggi e i collegamenti tra città rendevano necessario attraversare questi territori. Un centro collocato lungo una strada che conduceva da Sepino verso la Daunia, o lungo un tratturo diretto a Foggia, occupava una posizione che non può essere misurata utilizzando la rete infrastrutturale contemporanea.

Con l’età moderna e soprattutto con quella contemporanea, il sistema delle connessioni cambiò. Le grandi vie della mobilità nazionale seguirono altri assi; ferrovie e strade veloci privilegiarono corridoi differenti; attività produttive, servizi e popolazione si concentrarono progressivamente nei centri maggiori e lungo le fasce costiere. Molti degli antichi percorsi appenninici persero la funzione economica che li aveva mantenuti vivi.

È così che un territorio può cambiare posizione senza muoversi di un metro.

La valle che per secoli aveva messo in comunicazione il Sannio e la Daunia finì per trovarsi ai margini delle nuove reti. I vecchi assi sopravvissero nei tratturi, nelle strade rurali, nei toponimi e nei documenti; alcuni furono cancellati quasi completamente. Ma la loro ricostruzione consente oggi di leggere il Fortore con una prospettiva diversa da quella suggerita dai confini provinciali e regionali.

La linea che da Sepino attraversava la valle del Tappino, raggiungeva Tufara e San Bartolomeo e poteva proseguire verso Troia non univa tre regioni. Quelle regioni ancora non esistevano. Collegava territori che appartenevano allo stesso sistema di relazioni tra l’Appennino e il Tavoliere.

Prima che la storia trasformasse il Fortore in una delle aree interne del Mezzogiorno, questa terra era uno dei passaggi attraverso i quali il Sannio comunicava con la Daunia.

Ed è forse da qui che bisogna partire per comprendere davvero la sua geografia: non dai confini che oggi la dividono, ma dalle strade che per secoli l’hanno tenuta insieme.

Fonti principali: Gianfranco De Benedittis, “Sanniti e Dauni sul Fortore. La viabilità celata e l’orientamento dei templi”, Atti del 38° Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia; Maria Luisa Marchi e Daniela Buffo, “Tra la valle del Fortore e il subappennino daunio: nuovi dati per la ricostruzione storica del paesaggio antico”.

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