Nel numero del Valfortore del 1° dicembre 1949, un breve articolo dedicato alle scuole popolari descriveva una realtà molto diversa da quella attuale. L’anno precedente era stato istituito a Montefalcone un corso diretto dalla maestra Maria Zeppa. Si erano presentati oltre novanta giovani, ma non era stato possibile accoglierli tutti: a frequentarlo furono più di sessanta alunni.
Anche le ragazze avevano chiesto insistentemente di partecipare, ma il corso non era stato concesso per mancanza di fondi. Il giornale domandava allora che a Montefalcone venissero assegnati tre o quattro corsi, denunciando la distanza tra i centri maggiori, nei quali le opportunità formative erano più numerose, e i paesi dell’entroterra.
Erano gli anni in cui la scuola rappresentava una conquista ancora incompleta. Nei numeri successivi del periodico si tornava più volte sulla necessità di costruire edifici adeguati e di sottrarre gli alunni ai locali provvisori adattati ad aule. Nel marzo del 1950 si faceva notare che Montefalcone aveva sedici classi, mentre il nuovo edificio scolastico progettato ne avrebbe potute ospitare soltanto dieci. Nello stesso periodo il sindaco chiedeva alle forze politiche del paese di collaborare per accelerare la realizzazione delle opere pubbliche, tra le quali figurava proprio la scuola.
La situazione non riguardava soltanto Montefalcone. Da San Bartolomeo in Galdo si denunciavano le condizioni della strada che conduceva all’edificio scolastico, percorsa ogni giorno da centinaia di bambini e quasi impraticabile durante l’inverno. Andare a scuola poteva significare attraversare il fango, bagnarsi e rischiare di cadere.
In quel Fortore povero e ancora segnato dalla guerra, il problema era trovare aule, insegnanti e risorse sufficienti per una popolazione giovane e numerosa. Le scuole popolari avevano il compito di combattere l’analfabetismo e offrire un’istruzione anche a chi non aveva potuto frequentare regolarmente. La richiesta di nuove scuole accompagnava la speranza di miglioramento di un territorio che cercava faticosamente di uscire dall’isolamento.
Il problema opposto
A più di settant’anni di distanza, quelle strutture sono state costruite, ma nel frattempo è cambiato il territorio. I paesi hanno perso popolazione, le nascite sono diminuite e le scuole sono diventate sempre più piccole.
Un servizio del TGR Campania, trasmesso il 10 settembre 2026, ha mostrato classi composte da dieci o undici alunni e pluriclassi che in alcuni casi ne riuniscono appena sei o sette. A Molinara la seconda e la terza primaria frequentano insieme, così come la quarta e la quinta; in altri plessi sono state accorpate persino tre annualità.
Tra gli istituti di San Marco dei Cavoti e San Bartolomeo in Galdo, considerando l’intero percorso dall’infanzia alle scuole superiori, gli studenti sono poco più di mille. La stessa dirigente guida l’istituto di San Marco ed è da dieci anni reggente di quello di San Bartolomeo, distante quasi trenta chilometri. Alla diminuzione degli alunni si aggiunge infatti la difficoltà di trovare dirigenti e docenti disposti a scegliere sedi periferiche. Nell’anno scolastico precedente, all’Istituto agrario di San Bartolomeo si è arrivati fino a novembre senza gli insegnanti delle materie professionalizzanti.
Non siamo più di fronte alla mancanza materiale delle scuole, ma al progressivo indebolimento della popolazione necessaria a mantenerle. È uno degli effetti più evidenti dello spopolamento: quando diminuiscono gli abitanti, non si svuotano soltanto le case. Diventano più fragili le classi, i trasporti, l’assistenza sanitaria, gli uffici pubblici e tutte le attività che dipendono dalla presenza di una comunità sufficientemente numerosa.
I dati della strategia territoriale F.A.R.O. indicano che, tra il 2001 e il 2020, i quattordici comuni inclusi nell’area considerata hanno perso complessivamente 6.901 abitanti, pari al 18 per cento della popolazione.
La scuola non è quindi un settore separato dalla crisi demografica. Ne rappresenta uno degli indicatori più immediati e il progressivo indebolimento dell’offerta scolastica può, a sua volta, alimentare lo spopolamento. La mancanza di un servizio adeguato rende più difficile per una famiglia giovane scegliere di restare o trasferirsi in un piccolo comune.
Quando un servizio viene valutato soltanto come un costo
Nella concezione economica ormai dominante i servizi pubblici sono valutati sempre più spesso attraverso criteri di efficienza, dimensionamento e convenienza della spesa. Una scuola con pochi iscritti, osservata esclusivamente attraverso questi parametri, rischia inevitabilmente di apparire come un costo eccessivo.
Nelle aree interne, però, il valore di un servizio non può essere misurato soltanto dividendo la spesa per il numero degli utenti. Una scuola, un presidio sanitario o un collegamento pubblico possono risultare meno convenienti rispetto agli stessi servizi organizzati in una città, ma rispondono a condizioni territoriali completamente diverse. La loro presenza contribuisce a rendere possibile la permanenza delle persone e a garantire diritti che non dovrebbero dipendere dal luogo di residenza.
Si crea altrimenti un meccanismo difficile da interrompere: la popolazione diminuisce, il servizio viene ridotto perché utilizzato da poche persone e la sua riduzione rende ancora meno conveniente vivere in quel territorio. Lo spopolamento finisce così per essere considerato soltanto una causa dei tagli, quando spesso ne diventa anche una conseguenza.
Un problema da affrontare come territorio
La tenuta del sistema scolastico è uno dei problemi che la Val Fortore dovrà affrontare in maniera coordinata. La riduzione degli alunni, la difficoltà nel reperire docenti e dirigenti, l’organizzazione dei trasporti e il mantenimento degli indirizzi superiori non possono essere considerati problemi dei singoli comuni nei quali hanno sede le scuole. Riguardano l’intero territorio e la sua stessa possibilità di continuare a garantire servizi essenziali.
I comuni fortorini dovrebbero quindi cominciare a ragionare come un unico soggetto territoriale, superando una programmazione chiusa entro i rispettivi confini amministrativi. Condividere i dati sulla popolazione scolastica, coordinare i trasporti, valutare l’offerta formativa nel suo insieme e programmare per tempo il futuro degli istituti potrebbe consentire di affrontare il problema prima che siano lo spopolamento o decisioni assunte altrove a imporre nuove chiusure.
Quella scolastica è soltanto una delle questioni nelle quali questa esigenza sta diventando evidente. In un territorio formato da piccoli comuni che perdono popolazione, continuare ad agire separatamente significa indebolire ulteriormente la capacità di organizzare e difendere i servizi essenziali.
Nel dopoguerra il Fortore chiedeva scuole, aule e maestri per offrire un futuro a una popolazione numerosa che non aveva avuto accesso all’istruzione. Oggi la sfida è garantire una scuola adeguata a una popolazione sempre più ridotta e dispersa. Affrontarla insieme potrebbe essere il primo passo verso una strategia più ampia, capace di considerare la Val Fortore non come una somma di piccoli comuni isolati, ma come un unico territorio chiamato a difendere il proprio futuro.