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Ricordi di neve

Trascorreva allora il lungo inverno, particolarmente duro a Montefalcone. Come in tutto l’Appennino meridionale, gli inverni erano sempre carichi di neve. La nuova neve cadeva su quella vecchia ancora non disciolta e gli uomini trascorrevano molto tempo nelle case.

Ma all’inverno bisognava cominciare a pensare già dall’inizio della primavera, quando ogni famiglia provvedeva alla legna necessaria per l’anno successivo. Chi possedeva un proprio boschetto tagliava la quantità che riteneva opportuna, programmando anche le esigenze per gli anni futuri; gli altri si approvvigionavano al bosco di Pagliano.

Era il Comune a distribuire i “buoni”: un quarto di legna a famiglia. Ma i buoni non bastavano mai per tutti. Coloro che riuscivano ad averli pagavano il relativo importo all’esattoria, poi si recavano al bosco di Pagliano, consegnavano il buono e ritiravano il quarto di legna assegnato, identificato con un numero progressivo.

La stessa cosa avveniva per le fascine. La loro produzione, al contrario della legna, era generalmente sufficiente, perché le risorse comunali servivano soltanto a integrare una produzione propria. Anche per le fascine occorreva il buono, ma non era previsto alcun pagamento. Bisognava raccogliere personalmente i rami residui dalla preparazione dei tronchi; ciascuno provvedeva ad ammucchiarli, spezzettarli e legare tante fascine quante ne prevedeva il buono.

Queste operazioni si svolgevano a febbraio e al massimo entro l’inizio di marzo. Sia le fascine sia la legna dovevano essere portate fuori dal bosco prima che i nuovi germogli di quercia cominciassero a schioccare nell’incipiente primavera.

Chi aveva posto accatastava legna e fascine in casa, in qualche sottano attiguo o poco distante. Gli altri dovevano sistemare tutto nelle periferie adiacenti. Questo comportava un continuo andirivieni dalle cataste subito fuori paese e, quando arrivava la neve, le cose si complicavano. Bisognava prima disseppellire il combustibile dalla coltre bianca, poi trascinarlo fino a casa e infine, oltre alla fatica di accendere il fuoco, bisognava fare i conti con la legna inevitabilmente umida.

Quando la neve cadeva, i primi a uscire lasciavano l’impronta delle scarpe nella coltre ancora intatta. Passava una seconda persona, poi eventualmente altre, e tutte cercavano di mettere i piedi nelle orme di chi le aveva precedute. Si creava così una specie di vialetto, uno stretto canale profondamente inciso nella neve.

Se due persone si incrociavano, la più audace si spostava nel manto nevoso ancora intatto per lasciare passare l’altra nel viottolo. Quando però si incontrava una donna, era sempre l’uomo a doversi spostare nella neve alta.

Con l’andirivieni dei passanti il viottolo si allargava sempre di più e la neve calpestata diventava un lastrone di ghiaccio. Camminare era difficile, soprattutto lungo le discese e le salite, cioè nella maggior parte delle vie del nostro paese. La circolazione, ovviamente, era soltanto pedonale.

Dopo tre o quattro giorni, se finalmente smetteva di fioccare, il podestà o il sindaco, a seconda dei tempi, disponeva che lo spazzino e il custode del camposanto, entrambi dipendenti comunali, rompessero i lastroni di ghiaccio e ne ammucchiassero i frammenti ai margini della strada.

Quando la neve e il ghiaccio cominciavano a sciogliersi, le strade si riempivano d’acqua. Dal Palazzo, da San Giovanni, dal Ponte e da piazza Teglia scendevano veri e propri rivoli. I ragazzini e i ruscellitti, per cui ogni occasione di svago era buona, si ritiravano a casa con le scarpe piene d’acqua e i piedi ntrupàti, completamente inzuppati.

E gli stivali? Quelli di gomma non c’erano. C’erano soltanto gli stivaloni rigidi di pelle di capretto, con la pianta di suola, nei quali l’acqua sarebbe entrata facilmente come in tutte le altre scarpe. Ma quegli stivali rappresentavano un lusso e soltanto pochi potevano permetterseli. Si sarebbero diffusi più tardi, quando divennero obbligatori nella divisa fascista.

D’inverno, per godere di quel minimo tepore, bisognava rimanere seduti davanti al camino. Le case più piccole e più povere avevano un solo vano al piano terra; alcune non avevano neanche una finestra. In molte di esse c’era anche il pollaio e, a volte, persino il maiale, almeno fino a dicembre, quando veniva ammazzato.

Altre abitazioni disponevano di un secondo vano, oppure di qualche stanza al piano superiore, ma il freddo si avvertiva ancora di più perché non sempre era possibile accendere il fuoco. L’unico camino si trovava al piano terra e spesso fungeva anche da ingresso, soggiorno e cucina. Al piano superiore c’era soltanto la camera da letto e il freddo della notte sembrava più lieve quando, come spesso accadeva, si lasciava aperto il passaggio della scala esterna affinché vi salisse un poco di calore.

I tetti erano generalmente coperti con travi di legno e tavole di pioppo sulle quali poggiavano gli embrici, senza essere saldati tra loro. Fra l’uno e l’altro rimanevano piccoli spazi vuoti: che spifferi!

Sulle assi di legno venivano disposti due strati di embrici, uno diritto e l’altro rovescio. Gli embrici erano prodotti localmente dalla fornace dei fratelli Tulino; la fornace di Montefalcone produceva anche mattoni quadrati per pavimenti, rettangolari per volte a vela e a botte.

Dalle fessure dei tetti filtrava sempre acqua, da una parte o dall’altra, quando pioveva. Quando invece fioccava con vento, la neve ridotta a pulviscolo gelato si infilava tra i coppi e le tavole. Con lo sciogliersi della neve il gocciolio si moltiplicava e non si salvavano né il letto né il sacco di farina. Al disgelo nevicava sempre nei posti nuovi e in quelli più impensati.

In alcune case sotto il tetto era stato ricavato un soppalco, u granar, che serviva come ripostiglio per le fascine e la legna e come deposito per i granoni, i tutoli. Anche questi venivano utilizzati per alimentare il fuoco dei camini e tutto ciò che si accumulava nel granaio serviva almeno ad attenuare il freddo.

Dormire ininterrottamente per mesi sotto quei tetti coperti da una spessa coltre di neve non era piacevole, specialmente per le persone anziane. Le donne preparavano per la notte un poco di brace del camino e la mettevano in un mattone di terracotta. Quando il mattone era diventato ben caldo, lo avvolgevano in una pezza pulita e lo portavano nel letto come scaldino.

A quello stesso fuoco, unico camino della casa, si poggiava il grosso caldaio per cuocere la pasta o la polenta, mentre accanto alla fiamma si lasciava la pignata dei fagioli o dei ceci.

Con l’istituzione del servizio postale giornaliero, quando d’inverno fioccava e la neve bloccava la strada, molte persone ne godevano al punto da sperare che continuasse ancora per qualche giorno, perché così sarebbe stato possibile guadagnare qualche soldo.

Telegraficamente si segnalava all’Amministrazione provinciale di Benevento il blocco della strada e si rimaneva in attesa di una risposta. Tutti stavano con le orecchie tese per cercare di sapere quando sarebbe arrivata l’autorizzazione. La mattina seguente erano sempre in tanti a presentarsi, tutti muniti di pala, pronti e contenti di poter finalmente fare qualche giornata di lavoro pagata con soldi contanti.

Il telegramma della Provincia arrivava al capo cantoniere e indicava anche i limiti della spesa entro i quali bisognava far rientrare il costo delle giornate di lavoro. Spesso, perciò, non tutti coloro che si presentavano venivano ammessi a spalare. Per alcuni rimaneva soltanto l’amara delusione di dover tornare a casa, ancora una volta, “con la coda fra le gambe”.

Gli spalatori non venivano pagati subito. Se tutto andava bene, potevano sperare che il pagamento arrivasse per la festa del Carmine, ma qualche volta giungeva anche più tardi. La festa, comunque, si faceva.

Durante il periodo invernale poteva succedere che le campane suonassero qualche volta in più, sia prima sia dopo le due Ave Maria. Quando fioccava e tirava vento, camminare nella neve diventava difficile e anche pericoloso. Il pulviscolo di neve gelata accecava e non consentiva al viandante di seguire la strada. Potevano perdersi nella tormenta quelli che tornavano dai campi e anche qualche viandante occasionale.

Allora suonavano insieme le campane di entrambi i campanili. Il loro rintocco attraversava il vento e la neve e indicava la direzione a chi non riusciva più a vedere il cammino.

Nelle lunghe notti d’inverno, quando ogni strada sembrava scomparsa sotto la coltre bianca, era il suono delle campane a guidare il viandante verso Montefalcone.

 

Ricordi Montefalconesi – Mario Capasso

 

 

I ricordi di Mario Capasso restituiscono un inverno ormai lontano senza abbellirlo né trasformarlo in nostalgia. Raccontano il freddo, la fatica, la povertà e l’ingegno con cui una comunità imparava ogni anno ad affrontare una stagione lunga e severa.

Quella neve non era una parentesi suggestiva da osservare dietro una finestra. Entrava nella vita materiale delle persone, condizionava il lavoro, il rifornimento della legna, gli spostamenti e persino il modo di abitare le case. Copriva le strade, isolava il paese e rallentava ogni gesto, ma non riusciva a interromperne la vita.

Quando invece la tormenta cancellava ogni sentiero, le campane dei due campanili suonavano insieme per guidare verso il paese chi si era smarrito, come se Montefalcone chiamasse a raccolta i propri figli.

Forse è proprio questa l’immagine che resta più a lungo: una comunità che, anche nel cuore dell’inverno, riusciva ad aprirsi insieme una strada.

 

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