Il Monte Frumentario di Montefalcone di Val Fortore
A cura di Rossella Matrangolo con il contributo di Giunio Zeppa
Il documento narra la nascita, nel 1782, del Monte Frumentario di Montefalcone di Val Fortore, istituzione laica e benefica fondata da Grato Ianzito, un montefalconese tornato ricco dalla Puglia. Tra leggenda familiare e documenti d'archivio (registro notarile di Giovanni Zeppa presso l'Archivio di Stato di Benevento), si racconta come l'istituzione prestasse grano ai contadini e doti alle ragazze povere, con una gestione condivisa tra il montista Filippo di Gabriele Paoletta, il sindaco e i due parroci del paese.

C’è una storia che si tramanda da padre in figlio nei vicoli silenziosi di Montefalcone di Val Fortore, una storia che unisce leggenda e realtà, memoria e documenti. È quella del Monte Frumentario, un’istituzione tanto singolare quanto preziosa, la cui nascita affonda le radici nel Settecento, grazie all’iniziativa di un uomo il cui nome è ancora oggi ricordato con rispetto e stupore: Grato Ianzito.
Il padre di Giunio gliene parlava spesso, con la voce bassa e piena di riverenza, come si fa con le storie che si temono di perdere. Raccontava che Grato era un montefalconese emigrato in Puglia, da cui era tornato con una fortuna inaspettata. La leggenda narra che, divenuto uomo di fiducia di un ricco possidente, fosse stato incaricato di custodire un tesoro sepolto, con la promessa di mantenere il segreto. Alla morte del suo benefattore, nessuno oltre Grato conosceva quel nascondiglio. E così, con la ricchezza nelle mani e nessun erede a cui lasciarla, scelse di fare qualcosa di straordinario: donarla alla sua comunità.
Il 15 marzo 1782, nel registro notarile redatto da Giovanni Zeppa – oggi custodito presso l’Archivio di Stato di Benevento – si trova traccia concreta di questo gesto. Nasceva così il Monte Frumentario di Montefalcone, un’istituzione laica e benefica che prestava grano ai contadini in difficoltà, ma anche molto di più: elargiva doti alle ragazze povere, permettendo loro di sposarsi con dignità.
Il primo a gestirlo fu Filippo di Gabriele Paoletta, scelto personalmente da Ianzito come “montista”, un laico incaricato della conservazione del Monte. L’amministrazione era condivisa con il sindaco e i due parroci del paese, quello di Santa Maria e quello di San Pietro, a testimonianza dell’equilibrio tra potere civile e religioso.
Col tempo, tuttavia, la fortuna dell’istituzione declinò. Già sei anni dopo la fondazione, problemi gestionali iniziarono a intaccarne l’efficacia. E sebbene il Monte continuasse ad esistere per decenni, alla fine dell’Ottocento – forse all’inizio del Novecento – fu inglobato dalla Banca del Monte dei Pegni Orsini, perdendo la sua autonomia originaria.
Ma le tracce del Monte Frumentario non scomparvero del tutto. La sede dell’istituzione, ad esempio, fu riutilizzata come aula scolastica fino al 1961, quando il paese si dotò di un edificio scolastico moderno. I montefalconesi la ricordano ancora con il nome di “’a scola ‘u Mont”, in omaggio al passato dell’edificio. Oggi, quell’edificio è restaurato e ancora agibile, testimone silenzioso di una storia che ha attraversato i secoli.
Tra gli aspetti più toccanti della vicenda vi è il fatto che Grato Ianzito fosse analfabeta. Eppure, con un gesto di rara generosità, seppe immaginare un futuro migliore per la sua comunità. Il suo lascito prevedeva, tra l’altro, che i proventi della vendita di venti tomoli di grano – parte del cosiddetto “aumento” – fossero destinati non solo ai poveri, ma in particolare alle giovani donne prive di dote, oltre che alla celebrazione di messe.

Il grano era un bene prezioso. La misura base era il “mezzetto”, di cui Giunio ricorda ancora un esemplare nella cantina del nonno. Era un cilindro a doghe di legno che conteneva, rasato, 21,5 Kg di chicchi di grano.
Tale misura era quella che si otteneva con il recipiente pieno, ma con il contenuto portato “a raso”.
Per assicurare un raso perfetto, ed evitare discussioni, il contenitore presentava una barretta metallica sull’imbocco che consentiva il controllo del raso.
Quando il grano veniva chiesto in prestito, la quantità di grano prestata era rigorosamente pareggiata con questa barretta tramite una apposita spatola. Alla restituzione invece occorreva riempire lo stesso mezzetto, ma lasciando che la quantità di grano superasse l’asticella finchè non debordava. E quello era l’interesse che andava versato al creditore.
Per ottenere un quintale di grano, erano necessari, all’incirca, cinque mezzetti. Per un tomolo di terreno, corrispondente ad 8575 mq. di superficie, erano necessari quattro tomoli (il tomolo era doppio di un mezzetto) di grano, da seminare a spaglio.

All’atto della “pisatura”, (l’odierna trebbiatura, ma dove la separazione del chicco dalla spiga si otteneva con una pesante pietra trascinata da un asino sulle spighe)
sulla base della superficie di terreno che intendevano coltivare a grano o ad altro tipo di cereale, attraverso l’impiego del mezzetto i contadini calcolavano la quantità di semi che dovevano conservare per l’autunno.
Ma non sempre riuscivano a conservare le quantità che occorrevano.
Interveniva così il monte frumentario, che consentiva al contadino rimasto senza sementi di poter comunque provvedere alla semina.
Era una economia poverissima, dove tutte le strategie di risparmio potevano fare la differenza tra il sopravvivere o il soccombere. La mitica “civiltà contadina” nei paesi dell’alta valfortore era in realtà una continua durissima lotta per la vita, sempre giocata sul filo della sopravvivenza. Non c’era nessuna “solidarietà di classe” tra i contadini poveri. Il contadino povero, a differenza dell’operaio, non nutriva nessun sentimento solidale, se non nei rarissimi momenti di rivolta, quando “impazziva” mettendo a ferro e fuoco tutto quello che gli capitava a tiro (a montefalcone nel 1949 diedero fuoco al comune, bruciando tutti i registri anagrafici), tutto senza un vero disegno di emancipazione. Il contadino era ferocemente attaccato alla sua “robba”, ed era continuamente in lotta con i propri vicini (i “rivali”). Si sentiva sfruttato, ma questo non lo portava a solidarizzare, piuttosto ne acuiva la profonda diffidenza che lo trascinava in rancori feroci e a faide infinite per beni miserabili. La lotta per la sopravvivenza richiedeva continue strategie. Il contadino metteva il suo pasto quotidiano, un tozzo di pane, al sole prima di cominciare a zappare. Perché? Perché così diventava duro e gli sarebbe durato di più, quando a mezzogiorno si fermava per mangiare. Le pagnotte di pane erano enormi. Le ricorda ancora, Giunio, quando le su zie “ammassavano” il pane. Perchè? Perché il fornaio si faceva pagare per numero di pagnotte infornate, non in base al peso, e quindi si cercava di produrne il meno possibile. Per questo, istituzioni come il monte frumentario sono da considerarsi veri “miracoli”, destinati ineluttabilmente ad avere vita breve in realtà, come quella montefalconese, dove la miseria non consentiva mai di alzare la testa dal proprio “particulare”.
Un’altra istituzione “solidale” che vide ad esempio la luce a montefalcone fu il mulino sociale. Il capitale per costituirlo fu raccolto attraverso la vendita di quote azionarie. Una vera e propria società per azioni, costituitasi ai primi del novecento, all’avanguardia per quei tempi, ma anche essa destinata ad avere vita breve. Dopo qualche anno infatti il mulino fu rilevato dal tecnico che era stato chiamato apposta da Bari, non essendoci evidentemente competenze in paese, il quale continuò a farlo funzionare per decenni, ma in proprio, e lasciando poi la attività al figlio, segno evidente che a far chiudere la esperienza solidale di un mulino “sociale” non fu certo la mancanza di presupposti economici.
Nessuna iniziativa che richiedesse una “messa in comune” di risorse, e quindi un atto iniziale reciprocamente fiduciario e cooperativistico, a ben guardare, ha mai avuto prospettive di lunga durata, nella valfortore, condizionata da una cultura preda di miseria economica che diventava anche culturale.
Montefalcone visse ad esempio un’altra esperienza solidale di avanguardia per i tempi, ma anche essa destinata ad avere vita breve: sperimentò il riscatto dal feudatario, costituendosi in università. Con tale termine nel regno di napoli si indicava originariamente una comunità con autonomia e poteri. Il riscatto dal feudatario comportava il pagamento, per un certo numero di anni, di una tassa di riscatto al re di napoli. I montefalconesi pagarono per qualche anno, poi non pagarono più, ritornando ad essere proprietà dei duchi di Sangro, ultimi feudatari di montefalcone, di cui il bisnonno di Giunio curava, fino ai primi del novecento, gli interessi.
E, per parlare dei giorni nostri, cosa dire dello strame, economico e sociale, fatto dello spirito solidale dalle cooperative finanziarie fiorite con grandi speranze all’inizi degli anni novanta a Montefalcone? Altra vicenda che ha fortemente contribuito alla desertificazione di un contesto già storicamente chiuso verso le nuove forme di imprenditoria solidale.
https://www.valfortore.it/biblioteca/quando-il-credito-odorava-di-grano/












