Montefalcone di Val Fortore è uno dei paesi più alti e panoramici del Fortore, un borgo di montagna nel quale il paesaggio, la pietra e la memoria della civiltà contadina raccontano ancora il carattere più autentico dell'Appennino sannita.
Montefalcone di Val Fortore è uno dei paesi che meglio raccontano le contraddizioni, la storia e le trasformazioni del Fortore. Arroccato sull’Appennino sannita, in una posizione dalla quale lo sguardo si apre per chilometri sulle montagne circostanti, conserva l’identità di un antico borgo rurale ma porta impressi nel paesaggio anche i segni delle grandi trasformazioni economiche degli ultimi decenni. Qui convivono il centro storico medievale, la devozione secolare per la Madonna del Carmine, la memoria della civiltà contadina, un patrimonio archeologico e paleontologico sorprendente e le decine di aerogeneratori che hanno fatto di Montefalcone uno dei territori pionieri dell’eolico italiano.
Per comprendere veramente il paese, però, non basta elencarne monumenti, altitudine e dati demografici. Bisogna raccontare la comunità che lo ha abitato, il lavoro che l’ha sostenuta, i luoghi nei quali generazioni di fortorini si sono incontrate e soprattutto il passaggio, avvenuto nel giro di pochi decenni, da un’economia fatta di terra, edilizia e fabbriche a un territorio nel quale una delle principali risorse economiche è diventata l’energia prodotta dal vento.
Un paese affacciato sull’Appennino
Montefalcone sorge nell’estremo lembo orientale della provincia di Benevento, nel cuore dell’area fortorina. Il centro abitato si sviluppa a oltre ottocento metri di altitudine e il carattere montano del territorio non rappresenta semplicemente un elemento geografico: ha condizionato per secoli il modo di vivere, lavorare, costruire e spostarsi dei suoi abitanti.
Il paesaggio è quello tipico dell’Appennino interno, con rilievi, vallate, terreni agricoli, pascoli e vaste zone boscate. Nel territorio comunale, in località Trivolicchio, nasce inoltre il fiume Fortore, il corso d’acqua che dà il nome all’intera area e che da queste montagne prosegue il proprio cammino verso l’Adriatico.
La montagna ha rappresentato contemporaneamente una ricchezza e una difficoltà. Ha offerto terra, acqua, boschi e pascoli, ma ha significato anche isolamento, inverni difficili e grandi distanze dai principali centri economici. Da questo rapporto con il territorio nasce buona parte del carattere di Montefalcone e della sua comunità.
Dalle origini al borgo medievale
La presenza umana nel territorio precede di molti secoli la formazione dell’attuale abitato. I ritrovamenti archeologici documentano frequentazioni antiche e una parte importante delle testimonianze rinvenute nel corso del tempo è oggi conservata nel Museo Civico. Nell’area del centro storico sono stati recuperati frammenti ceramici risalenti fino al IV secolo a.C., mentre altri ritrovamenti, tra cui quelli provenienti dalla zona di San Luca, contribuiscono a ricostruire una storia del territorio molto più antica del paese medievale.
È in epoca normanna che nella documentazione compare il nome Mons Falconis. Nei secoli successivi il paese conobbe diverse dominazioni feudali e il suo sviluppo rimase strettamente collegato alla presenza del castello, costruito in una posizione dalla quale era possibile controllare un’ampia porzione del territorio e le vie che attraversavano questa parte dell’Appennino.
Dell’antica fortezza oggi rimangono soltanto i ruderi e alcune strutture riportate alla luce dagli scavi. Il castello, danneggiato più volte nel corso della sua lunga storia, venne definitivamente distrutto all’inizio dell’Ottocento, quando era ormai diventato rifugio di banditi. Le indagini archeologiche nell’area hanno permesso di individuare una cisterna e di recuperare numerosi reperti, contribuendo a ricostruire almeno in parte la vita del nucleo medievale.
Il centro storico conserva ancora qualcosa di quell’organizzazione antica. Vicoli, scalinate, edifici raccolti e strade che seguono l’andamento naturale del rilievo restituiscono l’immagine di un abitato costruito adattandosi alla montagna anziché imponendosi su di essa. Terremoti, ricostruzioni e trasformazioni urbanistiche ne hanno inevitabilmente modificato l’aspetto, ma passeggiando nella parte più antica del paese è ancora possibile riconoscere la struttura compatta tipica dei borghi dell’Appennino.
Il Santuario della Madonna del Carmine
Tra i luoghi che appartengono più profondamente all’identità di Montefalcone c’è il Santuario della Madonna del Carmine, punto di riferimento religioso la cui importanza ha da tempo superato i confini comunali. La sua storia comincia nel 1604, quando Giacomo Zillante avviò la costruzione di una piccola cappella dedicata alla Madonna del Carmine. Quell’edificio originario, nato in forme modeste, venne ampliato e trasformato nel corso dei secoli grazie anche alla partecipazione della popolazione, fino ad assumere il ruolo e le dimensioni del santuario attuale.
Uno dei momenti più importanti della sua storia arrivò nel 1903, con l’aggregazione alla Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma e la solenne incoronazione della statua della Madonna. Il complesso venne successivamente ampliato e sistemato, consolidando una devozione che ancora oggi rappresenta uno degli elementi più forti dell’identità religiosa locale.
Per comprendere l’importanza del santuario bisogna però andare oltre la storia dell’edificio. In un paese segnato profondamente dall’emigrazione, la festa della Madonna del Carmine è stata per generazioni anche un momento di ritorno e di ricomposizione della comunità. Le famiglie partite da Montefalcone, spesso stabilitesi a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, ritrovavano nelle celebrazioni religiose un’occasione per tornare, incontrarsi e ristabilire un rapporto concreto con il paese d’origine. La devozione diventava così anche appartenenza, memoria familiare e legame con una comunità che continuava a esistere ben oltre i propri confini geografici.
Accanto al santuario, il patrimonio religioso del centro abitato comprende anche la Chiesa di Santa Maria Assunta, inserita nel tessuto storico del paese e parte di quel sistema di luoghi religiosi attorno ai quali per secoli si è organizzata una parte importante della vita comunitaria.
Due musei per raccontare migliaia di anni
Per un comune delle dimensioni di Montefalcone, la presenza di due realtà museali costituisce un patrimonio culturale particolarmente significativo. Le loro collezioni raccontano epoche completamente diverse ma, osservate insieme, permettono di attraversare una storia che parte da milioni di anni fa e arriva quasi fino alla memoria diretta delle generazioni contemporanee.
Il Museo Civico affronta l’arco temporale più vasto. Le raccolte sono organizzate nelle sezioni paleontologica, storico-archeologica e dedicata all’evoluzione dell’uomo. La collezione paleontologica comprende migliaia di fossili appartenenti a differenti periodi geologici, mentre quella archeologica conserva testimonianze che aiutano a ricostruire le vicende più antiche del territorio montefalconese, comprese quelle provenienti dall’area del castello. La sezione dedicata all’evoluzione umana completa il percorso affrontando la lunga storia dell’uomo e conservando, tra le altre testimonianze, la ricostruzione di una sepoltura rinvenuta nella zona di San Luca.
Completamente diverso è il racconto proposto dal Museo della Civiltà Contadina dell’Area del Fortore, nato nei primi anni Ottanta per iniziativa del professor Cosimo Nardi e formato da circa tremila oggetti legati alla vita quotidiana e al lavoro delle popolazioni rurali. Definirlo semplicemente una raccolta di vecchi attrezzi sarebbe riduttivo, perché attraverso quegli oggetti è possibile ricostruire l’organizzazione materiale di una società che fino a pochi decenni fa costituiva la normalità in gran parte del Fortore.
Gli strumenti per lavorare la terra, gli utensili domestici, gli oggetti legati agli antichi mestieri e alla trasformazione dei prodotti agricoli raccontano un’economia nella quale quasi tutto aveva un valore e moltissimo veniva prodotto, riparato o riutilizzato all’interno della famiglia. Il museo conserva dunque non soltanto oggetti, ma la memoria di un sistema sociale ed economico scomparso con una rapidità tale che molte delle sue pratiche, un tempo quotidiane, risultano oggi sconosciute alle generazioni più giovani.
I due musei finiscono così per completarsi: il primo colloca Montefalcone dentro la lunghissima storia naturale e umana del territorio; il secondo racconta la vita concreta delle generazioni che quelle montagne le hanno coltivate e abitate fino alla grande trasformazione economica e sociale del secondo Novecento.
Un’economia che non era soltanto agricola
L’immagine attuale dei piccoli comuni appenninici può indurre a pensare che la loro economia sia sempre stata quasi esclusivamente agricola. Per Montefalcone sarebbe una rappresentazione incompleta. Ancora fino agli ultimi decenni del Novecento, infatti, il paese disponeva di un tessuto economico relativamente articolato, costruito essenzialmente intorno a tre settori: agricoltura, edilizia e industria.
L’agricoltura e l’allevamento rappresentavano naturalmente la base più antica. Non significavano soltanto famiglie direttamente impegnate nei campi o con gli animali, ma un sistema di attività collegate alla trasformazione, al trasporto e al commercio dei prodotti. Era un’economia nella quale il rapporto tra lavoro e territorio rimaneva immediato: la terra produceva reddito, sosteneva le famiglie e contribuiva a mantenere popolata anche la campagna.
Accanto al settore agricolo aveva assunto un peso importante l’edilizia, che per molti anni offrì lavoro a muratori, carpentieri, artigiani e piccole imprese locali. Le competenze passavano spesso da una generazione all’altra e consentivano a numerosi lavoratori di trovare un’occupazione senza dover necessariamente abbandonare il paese. Agricoltura ed edilizia, pur con tutti i limiti di un’economia periferica, garantivano quindi una diffusione del lavoro sul territorio.
A sorprendere maggiormente, osservando Montefalcone con gli occhi di oggi, è però la presenza dell’industria. Fino agli anni a cavallo del Duemila erano attive nel paese quattro fabbriche che, complessivamente, arrivavano a dare occupazione a circa un centinaio di persone. In un comune di queste dimensioni, cento posti di lavoro rappresentavano molto più di un semplice dato statistico: significavano decine di famiglie con un reddito prodotto localmente, giovani con la possibilità di costruire il proprio futuro senza partire, consumi che alimentavano negozi e attività e una maggiore capacità dell’intera comunità di trattenere popolazione.
Montefalcone, dunque, non è stato soltanto il paese della civiltà contadina che oggi ricordiamo attraverso il museo. Per una fase importante della sua storia recente è stato anche un piccolo centro produttivo dell’Alto Fortore, con un equilibrio economico certamente fragile ma sufficientemente diversificato da distribuire opportunità tra agricoltura, costruzioni e attività industriali.
Quell’equilibrio sarebbe cambiato profondamente nel giro di pochi anni.
La febbre del vento e la grande trasformazione
A metà degli anni Novanta Montefalcone scoprì che una caratteristica naturale con la quale i suoi abitanti avevano convissuto da sempre poteva assumere un valore economico completamente nuovo. Il vento che attraversava con particolare intensità i crinali dell’Appennino non era più soltanto una componente del clima di montagna: poteva diventare energia, investimento e rendita.
In quegli anni l’eolico aveva ancora una presenza marginale nel panorama energetico italiano. A Montefalcone, invece, la trasformazione cominciò prestissimo. Tra il 1995 e il 1996 la IVPC – Italian Vento Power Corporation realizzò uno dei primi grandi impianti eolici dell’area. Le prime dodici turbine entrarono in esercizio nell’aprile del 1996, sviluppando complessivamente 7,2 MW; appena due anni più tardi il parco era cresciuto fino a raggiungere 43 aerogeneratori e 25,8 MW di potenza.
Per comprendere la portata di quel cambiamento bisogna provare a immaginare il paesaggio di allora. Sui crinali che per generazioni erano stati associati soprattutto alla pastorizia, all’agricoltura e alla vita rurale comparvero strutture tecnologiche di dimensioni mai viste prima. Montefalcone entrava, quasi improvvisamente, in un settore energetico che soltanto molti anni dopo sarebbe diventato centrale nel dibattito nazionale sulla transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili.
Ma la trasformazione non riguardò soltanto il paesaggio. La possibilità di ricavare valore economico dal vento modificò progressivamente anche il modo di guardare ai terreni e alle montagne, attirando investimenti e interessi verso un settore nuovo e particolarmente redditizio. Quello che era cominciato con i primi impianti si trasformò progressivamente in una vera febbre del vento, destinata successivamente a interessare una parte molto più ampia del Fortore.
È proprio osservando ciò che avvenne negli stessi anni nell’economia locale che emerge uno degli aspetti più delicati e interessanti della storia recente di Montefalcone. Mentre aumentavano gli investimenti nell’eolico e cresceva il valore economico attribuito ai crinali, il tessuto produttivo tradizionale iniziava progressivamente a perdere forza. Le quattro fabbriche che avevano garantito complessivamente circa cento posti di lavoro scomparvero una dopo l’altra dal panorama economico del paese; contemporaneamente anche l’edilizia tradizionale e l’agricoltura riducevano la propria capacità di assorbire manodopera.
Attribuire una trasformazione tanto complessa a una sola causa sarebbe improprio, perché la crisi dell’industria nelle aree interne si inseriva in dinamiche economiche molto più vaste. Nel caso di Montefalcone, tuttavia, non si può ignorare il modo in cui interessi, aspettative e convenienze economiche si spostarono progressivamente verso la nuova frontiera energetica. Mentre diventava sempre più difficile mantenere attività produttive capaci di richiedere investimenti, organizzazione e numerosa manodopera, il vento offriva una possibilità completamente diversa di valorizzazione del territorio. L’economia delle fabbriche arretrava proprio mentre quella dell’energia acquistava centralità, e nel giro di pochi anni il rapporto tra produzione, territorio e occupazione risultò profondamente modificato.
La differenza tra i due modelli è sostanziale. Uno stabilimento industriale ha bisogno quotidianamente di operai, tecnici, amministrativi, fornitori, trasportatori e servizi; intorno ai suoi dipendenti si sviluppano consumi e altre attività. Un impianto eolico richiede investimenti considerevoli nella fase di realizzazione e successivamente manutenzione e gestione, ma può continuare a produrre grandi quantità di energia senza impiegare stabilmente una forza lavoro paragonabile a quella di un sistema industriale tradizionale.
È qui che emerge uno dei paradossi della Montefalcone contemporanea. Il territorio non ha smesso di produrre ricchezza e, sotto alcuni aspetti, la sua capacità di generare valore attraverso l’energia è persino aumentata; ciò che è cambiato è il rapporto tra questa ricchezza e l’occupazione locale. Nel passaggio dalle fabbriche alle turbine, la produzione si è progressivamente separata dalla necessità di una presenza numerosa e quotidiana di lavoratori.
A quasi trent’anni dall’arrivo dei primi impianti, gli aerogeneratori sono ormai diventati parte della percezione stessa di Montefalcone. Il loro profilo accompagna quello delle montagne e testimonia materialmente una trasformazione iniziata quando l’eolico era ancora poco conosciuto in gran parte d’Italia. Possono piacere o meno, e il loro impatto sul paesaggio continua legittimamente a essere discusso, ma non possono essere considerati un elemento marginale della storia del paese: rappresentano uno dei passaggi che più profondamente ne hanno modificato economia, territorio e prospettive.
L’esperienza montefalconese pone così una questione che supera largamente i confini comunali e riguarda oggi molte aree interne italiane: quanto della ricchezza prodotta dalle risorse naturali di un territorio riesce effettivamente a trasformarsi in lavoro, servizi, imprese e possibilità di futuro per la comunità che quel territorio continua ad abitare?
Lo Chalet della Luna, quando la notte del Fortore passava da Montefalcone
La storia di un paese non è composta soltanto dai luoghi che sopravvivono per secoli. Esistono spazi che durano molto meno di una chiesa o di un castello ma che, per una generazione, possono diventare altrettanto importanti. Nella storia sociale recente di Montefalcone un posto particolare appartiene allo Chalet della Luna, che dagli anni Ottanta fino al 2014 è stato uno dei locali più conosciuti e frequentati del Fortore.
La sua nascita va collocata in un periodo molto diverso da quello attuale. Negli anni Ottanta la formula del pub-pizzeria e del locale nel quale trascorrere l’intera serata non aveva ancora raggiunto la diffusione che avrebbe avuto nei decenni successivi. Lo Chalet riuscì a interpretare in anticipo quel cambiamento nei consumi e nelle abitudini dei giovani, costruendo nel tempo una reputazione che superò rapidamente i confini di Montefalcone.
Per diverse generazioni di fortorini il nome dello Chalet rimane legato ai fine settimana, alle comitive, alla musica, alle pizze, alle amicizie e agli incontri. Ma il suo pubblico non proveniva soltanto dai paesi vicini: negli anni di maggiore notorietà il locale riusciva ad attirare persone da altre zone della Campania, facendo di Montefalcone una destinazione serale in un’epoca nella quale spostarsi nell’entroterra significava affrontare collegamenti molto meno agevoli di quelli delle aree urbane.
È questo l’aspetto che rende lo Chalet interessante nella storia del paese. Montefalcone, generalmente percepito come centro periferico e lontano dalle grandi direttrici regionali, riusciva per alcune sere a invertire la direzione degli spostamenti: non erano i giovani del Fortore a dover necessariamente cercare altrove occasioni di svago, ma erano persone provenienti da altri territori a raggiungere Montefalcone per trascorrervi la serata.
La chiusura dello Chalet nel 2014 ha concluso una storia durata oltre trent’anni, ma non ne ha cancellato il ruolo nella memoria collettiva. Per chi ha vissuto quella stagione, il locale continua a rappresentare un pezzo della giovinezza e della socialità fortorina. È una memoria diversa da quella custodita nei musei e nei monumenti, ma non per questo meno importante: racconta come ci si incontrava, come cambiavano i costumi e come anche un piccolo paese dell’Appennino potesse diventare, attraverso un’attività capace di innovare, un punto di riferimento per un territorio molto più vasto.
Tradizioni, memoria e cultura locale
Le trasformazioni economiche del secondo Novecento non hanno cancellato le profonde radici rurali della comunità montefalconese. Una parte di quel mondo sopravvive naturalmente negli oggetti conservati nel Museo della Civiltà Contadina, ma la memoria materiale rappresenta soltanto l’aspetto più visibile di un patrimonio molto più ampio, fatto di conoscenze tramandate, espressioni dialettali, pratiche familiari, ricette, feste e consuetudini che per generazioni hanno scandito la vita del paese.
Nella società contadina il calendario non era determinato soltanto dalle date, ma dal lavoro e dalle stagioni. Semina, raccolto, allevamento, conservazione degli alimenti e preparazione delle provviste per l’inverno organizzavano il tempo delle famiglie e influenzavano inevitabilmente anche la cucina. Il patrimonio gastronomico montefalconese nasce all’interno di questa cultura dell’utilizzo attento delle risorse, condivisa con gli altri comuni del Fortore ma declinata attraverso preparazioni e tradizioni familiari che meriterebbero oggi di essere raccolte e documentate prima che vadano perdute.
Ancora più evidente è il legame tra tradizione religiosa e senso di appartenenza. Le grandi ricorrenze, e in particolare quelle legate alla Madonna del Carmine, hanno rappresentato per lungo tempo occasioni nelle quali il paese tornava idealmente a ricomporsi. Questo ruolo è diventato ancora più importante con l’emigrazione: partire non significava necessariamente recidere il rapporto con Montefalcone e il ritorno in occasione delle feste permetteva di rinnovare periodicamente un’appartenenza che continuava a essere trasmessa anche nelle famiglie stabilitesi lontano.
È anche attraverso questi legami che il paese reale è sempre stato più grande di quello indicato dalle statistiche demografiche. Alla comunità residente si è affiancata nel tempo una Montefalcone dispersa in altre regioni italiane e all’estero, composta da persone che hanno continuato a riconoscere nel paese un’origine familiare e un luogo al quale tornare.
Un patrimonio diffuso
Il patrimonio di Montefalcone non si concentra in una sola attrazione e proprio questa varietà costituisce uno degli elementi più interessanti del paese. Nel centro storico e nell’area dei ruderi dell’antico castello si leggono le tracce dell’insediamento medievale; il Santuario della Madonna del Carmine e la Chiesa di Santa Maria Assunta raccontano la dimensione religiosa della comunità; il Museo Civico permette di risalire dalla storia locale fino alle ere geologiche più remote, mentre il Museo della Civiltà Contadina dell’Area del Fortore conserva la memoria del lavoro e della vita quotidiana delle generazioni più vicine a noi.
Fuori dal centro abitato il racconto continua nel paesaggio. I boschi, le pinete, le campagne, i punti panoramici e l’area nella quale nasce il Fortore appartengono a un territorio che può essere compreso soltanto percorrendolo. A questa geografia antica si è sovrapposta negli ultimi trent’anni quella dei parchi eolici, ormai parte integrante del profilo delle montagne e testimonianza della grande trasformazione energetica cominciata nel 1996.
Accanto ai luoghi storici e naturalistici esistono infine quelli della memoria sociale, dei quali lo Chalet della Luna rappresenta l’esempio più evidente. Mettere sullo stesso piano un castello medievale, un santuario del Seicento, fossili vecchi di milioni di anni, attrezzi della civiltà contadina, un locale diventato simbolo generazionale e grandi turbine eoliche potrebbe sembrare insolito; in realtà sono tutti frammenti della stessa storia, perché ciascuno racconta un’epoca nella quale gli abitanti di Montefalcone hanno attribuito al proprio territorio funzioni, significati e valori differenti.
Montefalcone oggi
Come gran parte delle aree interne dell’Appennino meridionale, Montefalcone deve confrontarsi oggi con una questione che condiziona tutte le altre: la progressiva diminuzione della popolazione. Quando gli abitanti diminuiscono non si perde soltanto un numero nelle statistiche, ma diventa più difficile mantenere servizi, attività commerciali, associazioni, scuole, occasioni di incontro e, in definitiva, quella rete di relazioni che permette a un paese di continuare a essere una comunità e non soltanto un insieme di case.
La storia di Montefalcone dimostra però che il territorio non è mai stato immobile. Nei secoli ha cambiato più volte il proprio modo di produrre e di vivere; nel solo secondo Novecento sono mutate profondamente l’agricoltura, l’edilizia, l’industria, le abitudini sociali e persino il paesaggio. Questa capacità di trasformarsi non garantisce automaticamente un futuro, ma impedisce anche di considerare inevitabile l’idea di un paese destinato soltanto a perdere abitanti e funzioni.
Montefalcone possiede risorse molto diverse tra loro: un patrimonio storico e religioso, due musei, un ambiente montano ancora fortemente riconoscibile, la memoria della civiltà rurale, una storia industriale quasi dimenticata, un’esperienza trentennale nel settore dell’energia rinnovabile e una comunità che si estende ben oltre i residenti attuali attraverso le famiglie emigrate. La questione decisiva è riuscire a collegare queste risorse alla vita quotidiana del paese, trasformandole in occasioni di lavoro, servizi, cultura, turismo e nuova iniziativa economica.
È forse questa la prospettiva più utile dalla quale osservare Montefalcone. Non quella di un borgo da fermare nel tempo e trasformare in una cartolina della civiltà contadina, né quella di un territorio da considerare esclusivamente per l’energia che può produrre. La sua storia racconta esattamente il contrario: per secoli Montefalcone è esistito perché la comunità è riuscita, di volta in volta, a trovare modi diversi di utilizzare le risorse della montagna e di adattarsi ai cambiamenti.
La sfida contemporanea consiste nel riuscire a farlo ancora, riportando al centro non soltanto ciò che il territorio può produrre, ma soprattutto le persone che hanno scelto, o potrebbero scegliere, di viverlo.
È forse questa la chiave con cui guardare Montefalcone oggi. Non un borgo da conservare come una fotografia del passato, ma un paese che possiede una storia abbastanza ricca da poter ancora immaginare il proprio futuro.
Identikit
Comune: Montefalcone di Val Fortore Provincia: Benevento Regione: Campania Area: Fortore Tipologia: borgo montano dell’Appennino sannita Vocazione storica: agricoltura, allevamento, edilizia e attività industriali Una particolarità: tra i territori pionieri dell’eolico industriale italiano fin dal 1996 Da scoprire per: paesaggio, centro storico, cultura contadina, memoria del lavoro, tradizioni e natura
Grato Ianzito fu un benefattore montefalconese del Settecento, ricordato per aver destinato gran parte dei propri beni alla fondazione del Monte Frumentario di Montefalcone, istituzione nata per aiutare i contadini poveri, contrastare l’usura del grano e sostenere anche le giovani prive di dote. Analfabeta ma dotato di grande sensibilità sociale, volle che la sua ricchezza continuasse a essere utile alla comunità anche dopo la morte. La sua memoria è sopravvissuta per oltre due secoli, fino al Premio nazionale “Grato Ianzito e Nicola Ciletti” promosso nel 2007-2008 dal Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore.
Il Dr. Rosario Zeppa apre uno studio sulla "demoiatrica" (medicina popolare) nel Valfortore, lamentando la scarsità di letteratura sull'argomento a livello provinciale. Descrive la persistenza delle tradizioni popolari di cura accanto alla medicina ufficiale, citando il medico condotto Ernesto Capozzi e distinguendo una componente "eroica" magico-empirica da una più diffusa fatta di rimedi tramandati, tra cui usi dell'aglio, della cipolla, dell'urina e di altri rimedi tradizionali contro varie affezioni.
L'articolo, firmato "Totonn" nella rubrica "Fatti d'altri tempi", racconta la storia di un antico benefattore, Grato Ianzito, che pur non avendo grandi ricchezze si adoperò per amministrare un "Monte" di soccorso per la gente povera del paese, permettendo il prestito di grano in tempi di carestia. Si narra la sua parsimonia, il suo testamento e le vicende successive dell'istituzione, gestita poi da altri amministratori che ne modificarono in parte lo scopo originario.
L'articolo ricostruisce la storia del castello di Montefalcone di Val Fortore, oggi ridotto a ruderi. Ne descrive la struttura difensiva e amministrativa, la posizione strategica sul Fortore, la tradizione di origine sveva, l'attestazione documentaria del 1444 tra i beni di Giacomo Antonio de Mareri, il ruolo giurisdizionale ed economico della baronia, i possibili danni sismici (1456, 1805) e la distruzione del 1809 in epoca napoleonica come rifugio di bande armate.
Il documento narra la nascita, nel 1782, del Monte Frumentario di Montefalcone di Val Fortore, istituzione laica e benefica fondata da Grato Ianzito, un montefalconese tornato ricco dalla Puglia. Tra leggenda familiare e documenti d'archivio (registro notarile di Giovanni Zeppa presso l'Archivio di Stato di Benevento), si racconta come l'istituzione prestasse grano ai contadini e doti alle ragazze povere, con una gestione condivisa tra il montista Filippo di Gabriele Paoletta, il sindaco e i due parroci del paese.
Il Comune di Montefalcone di Val Fortore ha presentato due ricorsi al TAR contro provvedimenti della Regione Campania che autorizzano nuovi impianti eolici sul suo territorio: il progetto Monticelli (12 MW più accumulo da 2 MW) e il progetto Masseria Falcara (24 MW). L'autore riflette sulla sproporzione di forze tra piccoli enti locali e grandi operatori energetici, e sulla contraddizione tra la retorica sulle aree interne e la realtà degli investimenti eolici che non arrestano lo spopolamento.
Compositore, arrangiatore, pianista e direttore d’orchestra, Alterisio Paoletti è una delle personalità musicali più importanti nate nel Fortore. Dalla…
L'articolo commenta con tono critico e disincantato la vita politica locale, riflettendo sull'atteggiamento dei partiti, degli amministratori e degli elettori del paese. Si sofferma sulle contraddizioni tra promesse e comportamenti concreti, sulla scarsa fiducia della popolazione nelle istituzioni comunali e sul rapporto tra politica, amministrazione e ideologie. L'autore invita a una maggiore coerenza tra dirigenti e famiglia politica, denunciando l'odio e le divisioni interne che minano la crescita sociale e amministrativa del paese, con uno sguardo anche alle future generazioni.
Il testo descrive con tono affettuoso l'arrivo della neve invernale, paragonata a un'amica che torna ogni anno portando doni. Si racconta come in questo periodo il contadino trovi riposo, con pane, vino e carne di maiale in abbondanza in dispensa. I bambini giocano con la neve creando pupazzi e palle da lancio, i giovani si riuniscono attorno al fuoco la sera, e gli amanti degli sport invernali usano gli sci. Anche gli spazzini sono contenti perché la neve pulisce le strade senza fatica, mentre la campagna, dopo aver dato i suoi frutti, riposa coperta dal manto bianco della neve.
Il testo riflette sulle discussioni sorte in merito alla decisione di pubblicare il giornale, sottolineando come pareri diversi si siano confrontati su questioni relative all'amministrazione della testata e agli abitanti della zona di riferimento. Si accenna alla difficoltà di trattare argomenti in modo esplicito, preferendo un approccio generico per non esporre direttamente gli abitanti a certe informazioni. Il brano si chiude con un riferimento alla volontà di alcuni di portare a termine la pubblicazione, confidando nella capacità degli abitanti di interpretarne il senso.
Riflessione malinconica sul Natale come festa che acuisce, più che lenire, la nostalgia per i propri cari lontani (gli emigrati), chiudendosi con un augurio caloroso di ritorno.
Breve testo evocativo, quasi una lettera aperta agli emigrati, che rievoca il rito conviviale del raccontarsi storie ed episodi di vita sulla collina del cimitero di Montefalcone, luogo di incontro nostalgico. L'autore invita gli emigrati a tornare, promettendo che quel luogo "completa la vita" e li accoglierà insieme alla gente che li ricorda ogni giorno.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.