Articolo

Montefalcone contro i giganti del vento

Il Comune di Montefalcone di Val Fortore ha presentato due ricorsi al TAR contro provvedimenti della Regione Campania che autorizzano nuovi impianti eolici sul suo territorio: il progetto Monticelli (12 MW più accumulo da 2 MW) e il progetto Masseria Falcara (24 MW). L'autore riflette sulla sproporzione di forze tra piccoli enti locali e grandi operatori energetici, e sulla contraddizione tra la retorica sulle aree interne e la realtà degli investimenti eolici che non arrestano lo spopolamento.

Negli ultimi mesi il Comune di Montefalcone di Val Fortore ha promosso due distinti ricorsi al TAR contro altrettanti provvedimenti autorizzativi rilasciati dalla Regione Campania per la realizzazione di nuovi impianti eolici sul proprio territorio.

Il primo riguarda il progetto Monticelli, proposto dalla società Wind Energy Monticelli S.r.l., che prevede due aerogeneratori per una potenza complessiva di 12 MW e un sistema di accumulo energetico da 2 MW. Il secondo riguarda il progetto Masseria Falcara, proposto dalla società Energia & Servizi S.r.l., autorizzato per 24 MW dopo una rimodulazione del progetto originario da 30 MW.

Complessivamente parliamo di 36 MW di nuova potenza eolica che interessano un territorio nel quale la produzione di energia dal vento non rappresenta certo una novità. Montefalcone e, più in generale, la Valle del Fortore convivono da oltre trent’anni con una presenza imponente di aerogeneratori che ha modificato profondamente il paesaggio e trasformato questa parte dell’Appennino in uno dei territori maggiormente coinvolti nello sviluppo dell’eolico nell’Italia meridionale.

Un piccolo Comune di fronte a investimenti milionari

Non stiamo parlando di interventi marginali. Dietro questi progetti si muovono investimenti milionari e operatori energetici dotati di strutture tecniche, consulenti, studi legali e capacità finanziarie difficilmente paragonabili a quelle di un piccolo ente locale.

Dall’altra parte c’è un Comune con poche migliaia di abitanti, organici ridotti, risorse limitate e una struttura amministrativa chiamata a confrontarsi con procedimenti autorizzativi estremamente complessi.

È anche per questo che i due ricorsi assumono un significato che va oltre il merito delle singole controversie giudiziarie. La sensazione è che Montefalcone si trovi oggi in trincea, impegnato a fronteggiare una pressione che non riguarda più un singolo impianto, ma un fenomeno molto più ampio che interessa l’intera Valle del Fortore.

Alla presenza degli impianti esistenti si aggiungono infatti nuovi progetti, repowering, aerogeneratori di dimensioni sempre maggiori, infrastrutture di connessione e sistemi di accumulo. La transizione energetica sta aprendo una nuova fase e territori che avevano già dato moltissimo alla produzione nazionale di energia rinnovabile rischiano di essere chiamati ancora una volta a sostenerne una parte rilevante.

L’interesse nazionale e quello delle comunità locali

La questione diventa ancora più significativa leggendo le motivazioni che accompagnano i procedimenti autorizzativi.

La produzione di energia da fonti rinnovabili viene ricondotta alla decarbonizzazione, alla transizione ecologica e alla sicurezza energetica del Paese. Si tratta di obiettivi di evidente interesse pubblico, sostenuti dalla normativa nazionale ed europea e diventati ancora più rilevanti negli ultimi anni.

Il problema, quindi, non può essere ridotto a una contrapposizione semplicistica tra chi vuole le energie rinnovabili e chi vorrebbe impedirne lo sviluppo.

La vera domanda è un’altra: quanto può essere concentrato l’interesse nazionale sugli stessi territori prima che diventi necessario considerare anche il peso cumulativo sopportato dalle comunità che vi abitano?

Perché un conto è chiedere a ogni territorio di contribuire alla transizione energetica. Altro è continuare ad aggiungere impianti negli stessi luoghi senza interrogarsi sul punto oltre il quale quel contributo rischia di trasformarsi in una specializzazione territoriale imposta.

Il paradosso delle aree interne

Ed è difficile non vedere una contraddizione ancora più grande.

Le aree interne diventano una priorità nazionale quando si parla di spopolamento, coesione territoriale, riequilibrio demografico e tutela dei borghi. Si moltiplicano strategie, programmi e dichiarazioni sulla necessità di riportare popolazione, imprese e servizi nei territori marginali.

Quando però entrano in gioco grandi investimenti energetici, il richiamo all’interesse delle comunità locali sembra assumere un peso molto diverso.

La Valle del Fortore produce energia da decenni. Lo fa attraverso un numero elevatissimo di aerogeneratori distribuiti su gran parte del territorio. Eppure, nello stesso periodo, ha continuato a perdere abitanti, servizi, attività economiche e funzioni strategiche.

Questa è forse la contraddizione più importante sulla quale interrogarsi.

Se trent’anni di produzione energetica non hanno impedito lo spopolamento, significa che produrre ricchezza su un territorio non equivale necessariamente a produrre ricchezza per quel territorio.

Quanto ha ricevuto il Fortore in cambio?

È questo il punto che dovrebbe spostare il dibattito oltre il semplice confronto tra favorevoli e contrari all’eolico.

Quanta energia ha prodotto la Valle del Fortore negli ultimi trent’anni? Quanto valore economico è stato generato? Quanto di quel valore è rimasto realmente sul territorio? Quanta occupazione stabile è stata creata? E soprattutto, quale trasformazione strutturale ha prodotto questa enorme disponibilità di una risorsa naturale?

Sono domande alle quali sarebbe necessario rispondere con dati, non con slogan.

Perché se l’eolico rappresenta un interesse nazionale, allora il contributo offerto dai territori che ne sopportano maggiormente la presenza dovrebbe essere riconosciuto come tale. Non soltanto attraverso compensazioni occasionali o entrate nei bilanci comunali, ma attraverso una politica capace di trasformare la produzione energetica in infrastrutture, servizi, occupazione, sviluppo economico e vantaggi permanenti per le comunità locali.

La transizione energetica non può avere territori sacrificabili

I due ricorsi promossi dal Comune di Montefalcone sono quindi il segnale di una tensione crescente tra gli interessi energetici nazionali e le aspettative di comunità che chiedono di non essere considerate semplicemente come superfici sulle quali collocare infrastrutture.

Non significa negare la necessità della transizione energetica. Significa chiedere come debba essere distribuito il suo peso.

Un territorio che contribuisce in maniera straordinaria a un obiettivo nazionale non può essere trattato nello stesso modo di un territorio che non sostiene alcun costo paesaggistico, infrastrutturale o sociale legato a quella produzione.

La domanda fondamentale diventa allora quale debba essere il rapporto tra ciò che un territorio produce per il Paese e ciò che il Paese restituisce a quel territorio.

Perché se l’interesse nazionale giustifica l’utilizzo delle aree interne come grandi piattaforme della transizione energetica, dovrebbe esistere un interesse nazionale altrettanto forte nel garantirne la sopravvivenza economica, sociale e demografica.

Altrimenti rischiamo di arrivare al paradosso definitivo: territori sempre più indispensabili per produrre l’energia del futuro e sempre meno capaci di trattenere le persone necessarie per avere un futuro.

 

Ricevi i nuovi articoli di Valfortore

Nessuno spam. Solo i nuovi contenuti di Valfortore. Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento..

Iscriviti
Notificami