Articolo

Campanili senza sovranità: l’ipocrisia sulle aree interne

Piccoli comuni, grandi contraddizioni: celebrare i borghi mentre si incentivano le fusioni

L'articolo denuncia la contraddizione tra la retorica pubblica di valorizzazione dei piccoli comuni e delle aree interne e le politiche economico-finanziarie statali che, attraverso incentivi normativi e contributi straordinari, favoriscono concretamente le fusioni tra comuni. L'autore collega questa dinamica al contesto di vincoli di bilancio europei (Maastricht, euro, Patto di Stabilità) e cita dati sulle fusioni comunali dal 2012 al 2026, evidenziando la resistenza territoriale dei campanili nonostante gli incentivi economici.

Sulle aree interne la politica sembra aver costruito una vera e propria industria della narrazione. Da anni si susseguono piani di rilancio, strategie contro lo spopolamento e promesse di rinascita dei piccoli comuni, quasi sempre accompagnate dalle stesse ricette: turismo lento, cammini, alberghi diffusi, valorizzazione del territorio.

Se però ci spostiamo sulla sostanza, lontano dai convegni e dalle dichiarazioni di circostanza, emerge una direzione molto diversa. Mentre si celebra il valore dei borghi e delle comunità locali, lo Stato continua infatti a incentivare economicamente la fusione tra comuni.

Lo Stato paga i comuni che decidono di fondersi

Le fusioni continuano a essere sostenute attraverso contributi straordinari che possono essere riconosciuti fino a quindici anni. I comuni nati da una fusione ricevono risorse aggiuntive parametrate al 60% dei trasferimenti erariali attribuiti nel 2010 agli enti originari, entro il limite previsto dalla normativa.

Ai vantaggi finanziari si aggiungono agevolazioni amministrative. Nei primi anni di vita del nuovo ente sono previste deroghe o regimi particolari rispetto ad alcuni vincoli ordinari e viene consentito, per un periodo transitorio, di mantenere tributi e tariffe differenziati nei territori dei comuni precedenti.

Il messaggio che arriva agli amministratori è piuttosto evidente: fondersi può significare disporre di maggiori risorse e di una struttura amministrativa potenzialmente più forte.

Nel frattempo, i comuni che scelgono di rimanere autonomi devono confrontarsi con una macchina pubblica diventata enormemente più complessa.

Amministrare un piccolo comune è diventato sempre più difficile

Appalti, PNRR, digitalizzazione, cybersicurezza, rendicontazione, trasparenza, personale, bilanci, progettazione. Compiti che richiedono competenze specialistiche e strutture che molti piccoli enti semplicemente non possiedono.

In numerosi comuni tutto questo deve essere affrontato da pochi dipendenti, uffici tecnici sottodimensionati e segreterie comunali condivise o, in alcuni periodi, persino scoperte.

Nasce così una contraddizione evidente. Il discorso pubblico continua a parlare di difesa dei piccoli comuni, mentre una parte degli strumenti normativi, finanziari e organizzativi rende progressivamente più difficile mantenerne l’autonomia.

Il piccolo comune non viene necessariamente soppresso per legge. Viene posto nelle condizioni di dover dimostrare continuamente di essere ancora in grado di funzionare.

Quando il campanile ha cominciato a essere considerato un costo

Per gran parte della storia repubblicana la presenza di migliaia di comuni non veniva considerata di per sé un’anomalia incompatibile con il funzionamento dello Stato. L’Italia era, ed è ancora, un Paese costruito intorno a una straordinaria frammentazione territoriale, fatta di città, paesi, borghi e comunità con storie e identità differenti.

Oggi, invece, l’aggregazione amministrativa viene spesso presentata come una risposta quasi naturale alle difficoltà dei piccoli enti.

Non è cambiata la geografia dell’Italia e non sono cambiati i campanili. È cambiato il modello economico e istituzionale nel quale quei campanili devono sopravvivere.

Con il progressivo rafforzamento dei vincoli di finanza pubblica, dal processo di Maastricht al Patto di stabilità e alle successive politiche di contenimento della spesa, la gestione delle amministrazioni pubbliche è stata sempre più attraversata da criteri di efficienza, razionalizzazione e sostenibilità finanziaria.

Sono entrate stabilmente nel linguaggio politico espressioni come spending review, ottimizzazione delle risorse, economie di scala, accorpamento e riduzione dei costi amministrativi.

Le fusioni comunali non nascono esclusivamente da questo processo e possono avere motivazioni molto diverse da territorio a territorio. Sarebbe semplicistico sostenere il contrario. Ma si inseriscono perfettamente in una trasformazione più generale che negli ultimi decenni ha favorito la concentrazione di servizi e funzioni pubbliche.

Scuole, uffici postali, presidi sanitari, tribunali, sportelli, servizi e amministrazioni vengono valutati sempre più frequentemente anche attraverso il rapporto tra costi e numero di utenti.

Applicato fino in fondo, però, questo criterio produce una conseguenza inevitabile.

Se il parametro dominante diventa l’efficienza economica, il piccolo comune parte sconfitto. Se il parametro principale è la sostenibilità finanziaria, il campanile rischia di diventare un costo. Se l’obiettivo è soprattutto la razionalizzazione amministrativa, l’accorpamento finisce per apparire come la soluzione più logica.

Gli italiani, però, continuano a difendere i propri comuni

Eppure le fusioni avanzano molto più lentamente di quanto gli incentivi potrebbero far immaginare.

Dal 2012 al 2026 sono nati 138 nuovi comuni attraverso processi di fusione che hanno interessato 336 enti originari. La riduzione netta è quindi di 198 comuni, poco più del 2% del totale nazionale.

Al di là delle differenze tra regione e regione, il dato racconta qualcosa che nessun modello economico può misurare completamente: la resistenza del campanile italiano.

Un comune non è soltanto un ufficio che rilascia certificati. È un nome, una storia, un territorio, un archivio, una rappresentanza politica e spesso il livello istituzionale nel quale una comunità continua a riconoscersi.

Per questo le fusioni incontrano frequentemente resistenze anche quando vengono accompagnate da vantaggi economici.

Non si può difendere il campanile accettando le regole che lo condannano

Ed è qui che la contraddizione nazionale si riflette nella politica locale.

Molti amministratori rivendicano, giustamente, l’identità del proprio territorio, la difesa dei piccoli comuni e il valore storico delle comunità locali. Nello stesso tempo, però, accettano spesso senza discussione un modello nel quale efficienza economica, contenimento dei costi, equilibrio di bilancio e concentrazione dei servizi diventano i criteri principali con cui giudicare anche la presenza dello Stato sul territorio.

Le due cose, portate alle loro conseguenze estreme, difficilmente possono convivere.

Non si può difendere il campanile e contemporaneamente accettare tutte le regole del gioco che rischiano di condannarlo alla marginalità.

Questo non significa sostenere che ogni comune debba mantenere qualsiasi servizio indipendentemente dai costi, né che ogni fusione sia necessariamente negativa. In alcuni territori mettere insieme strutture, personale e competenze può essere una scelta ragionevole e persino necessaria.

Il problema è un altro: decidere se l’autonomia locale abbia un valore pubblico che non può essere misurato esclusivamente attraverso un foglio Excel.

Quale Stato vogliamo nelle aree interne?

Il dibattito sulle fusioni riguarda quindi molto più del destino di qualche municipio. Riguarda il rapporto tra territorio, rappresentanza e organizzazione dello Stato.

Riguarda la possibilità di continuare a mantenere una rete capillare di autonomie locali all’interno di un modello che tende invece a privilegiare concentrazione, standardizzazione e accorpamento.

Ed è soprattutto qui che emerge la contraddizione delle politiche per le aree interne.

Non possiamo continuare a raccontare che i borghi rappresentano un patrimonio da salvare e, contemporaneamente, considerare inefficienti proprio le strutture istituzionali che per secoli hanno rappresentato quelle comunità. Non possiamo finanziare campagne contro lo spopolamento senza domandarci quale effetto produca la progressiva ritirata dei servizi e delle funzioni pubbliche dai territori meno popolati.

Continuare a celebrare i borghi mentre si incentivano economicamente le fusioni rischia di trasformarsi in una forma di ipocrisia istituzionale.

Prima o poi questa contraddizione dovrà essere affrontata apertamente. Perché il futuro dei piccoli comuni non dipenderà da uno slogan turistico, da un nuovo cammino o dall’ennesima campagna promozionale. Dipenderà soprattutto da una scelta politica molto più profonda: quale modello di Stato vogliamo costruire nei territori in cui vivere e amministrare costa di più, ma dove continuano a esistere comunità che non vogliono scomparire.

 

Ricevi i nuovi articoli di Valfortore

Nessuno spam. Solo i nuovi contenuti di Valfortore. Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento..

Iscriviti
Notificami