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Montefalcone di Val Fortore
Collegamento archivisticoMontefalcone di Val Fortore è uno dei paesi che meglio raccontano le contraddizioni, la storia e le trasformazioni del Fortore.…
Apri la scheda →Il benefattore di Montefalcone che fece del grano uno strumento contro la povertà
Grato Ianzito fu un benefattore montefalconese del Settecento, ricordato per aver destinato gran parte dei propri beni alla fondazione del Monte Frumentario di Montefalcone, istituzione nata per aiutare i contadini poveri, contrastare l’usura del grano e sostenere anche le giovani prive di dote. Analfabeta ma dotato di grande sensibilità sociale, volle che la sua ricchezza continuasse a essere utile alla comunità anche dopo la morte. La sua memoria è sopravvissuta per oltre due secoli, fino al Premio nazionale “Grato Ianzito e Nicola Ciletti” promosso nel 2007-2008 dal Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore.

Nella Montefalcone del Settecento il grano non era soltanto un prodotto della terra: era pane, seme, risparmio e, soprattutto, sicurezza. Averne abbastanza significava poter affrontare l’inverno e tornare a seminare; non averne poteva costringere una famiglia a dipendere da chi era disposto a prestarlo, spesso a condizioni durissime. È dentro questa società rurale, nella quale una cattiva annata poteva trasformare rapidamente la povertà in debito, che si colloca la figura di Grato Ianzito, uno dei personaggi più singolari della storia di Montefalcone di Val Fortore.
Una memoria locale lo ricorda come un «vecchio garzone di masseria» e gli atti testamentari attestano che non sapeva scrivere. Eppure proprio quest’uomo, lontano dal mondo degli studi e delle professioni colte, concepì un’istituzione destinata a incidere a lungo sulla vita economica e sociale del paese: il Monte Frumentario di Montefalcone, creato per mettere il grano a disposizione dei contadini poveri, contrastare l’usura e destinare parte delle proprie rendite anche alle giovani prive di dote. Non volle quindi limitarsi a distribuire una parte delle proprie sostanze ai bisognosi, ma trasformò il proprio patrimonio in uno strumento di assistenza capace, almeno nelle intenzioni, di continuare a operare anche dopo la sua morte.
La memoria tramandata a Montefalcone racconta un’esistenza quasi romanzesca. Ianzito sarebbe partito dal paese e avrebbe trascorso un periodo della propria vita in Puglia, dove avrebbe lavorato alle dipendenze di un ricco proprietario terriero. Con il tempo ne sarebbe diventato uomo di fiducia e sarebbe poi tornato a Montefalcone in condizioni economiche assai diverse da quelle della giovinezza.
Attorno all’origine della sua fortuna nacque anche una leggenda. Il proprietario presso il quale lavorava gli avrebbe confidato il luogo in cui era nascosto un tesoro; morto l’uomo senza eredi, Grato sarebbe rimasto l’unico depositario di quel segreto. È uno di quei racconti nei quali la storia di una persona finisce lentamente per confondersi con la memoria popolare. Probabilmente serviva anche a spiegare ciò che ai montefalconesi delle generazioni successive doveva apparire sorprendente: come aveva fatto un semplice garzone di masseria a disporre, alla fine della propria vita, di un patrimonio tanto consistente?
Ciò che conta maggiormente, però, non è tanto stabilire da dove provenisse ogni ducato posseduto da Ianzito, quanto comprendere che cosa decise di farne.
La ricchezza non sembra aver modificato radicalmente il suo modo di vivere. Il ritratto tramandato nell’articolo Filantropo degli umili insiste proprio su questo aspetto: Grato avrebbe conservato il proprio abito e le proprie consuetudini, senza ostentazioni. Aveva conosciuto la miseria e continuava a riconoscerla negli altri.
Chi si rivolgeva a lui, racconta quella memoria, difficilmente tornava a casa senza aver ricevuto qualche beneficio. E particolare attenzione riservava alle ragazze povere che, non disponendo neppure del minimo necessario per il corredo e la dote, rischiavano di dover rinunciare al matrimonio.
L’aiuto offerto personalmente ai bisognosi, tuttavia, non gli sembrò sufficiente. Ianzito volle fare in modo che una parte della ricchezza accumulata continuasse a essere utilizzata a beneficio della comunità anche dopo la sua morte. Da questa intenzione nacque il progetto che avrebbe legato definitivamente il suo nome alla storia di Montefalcone.
Il momento decisivo arrivò il 15 marzo 1782.
Quel giorno Grato Ianzito affidò le proprie volontà a un atto rogato dal notaio montefalconese Giovanni Zeppa. Nel documento emerge con straordinaria chiarezza il motivo che lo spingeva: aveva sempre provato compassione per i poveri e desiderava continuare a soccorrerli anche dopo la morte.
La formula utilizzata nelle disposizioni è bellissima nella sua lingua settecentesca: Grato voleva
«sovvenire anche in morte la povertade».
Quella formula riassume con precisione il principio che guidava il testatore. Ianzito non pensava soltanto alle necessità immediate dei poveri, ma alla possibilità di predisporre un patrimonio stabile che potesse continuare a soccorrerli nel tempo. Per questo stabilì che una parte rilevantissima dei propri averi confluisse nella costituzione del Monte Frumentario, la cui dotazione doveva raggiungere i mille tomoli di grano.
Alla formazione di questo patrimonio erano destinati il grano già posseduto e quello ancora da riscuotere, il denaro, gli animali e altre sostanze ereditarie. Anche una casa nuova doveva essere utilizzata come deposito. Il lascito assumeva così la forma di una vera istituzione economica, dotata di capitale, sede, amministratori e regole precise di funzionamento.
Per comprendere l’intuizione di Ianzito bisogna dimenticare per un momento il significato che oggi attribuiamo a un sacco di grano.
Nella società contadina del Fortore il raccolto non serviva soltanto a produrre il pane dell’anno. Una parte doveva necessariamente essere conservata per la semina successiva: consumare tutto significava arrivare all’autunno senza il seme necessario per rimettere a coltura il terreno e, di conseguenza, doverlo chiedere in prestito.
Le condizioni del credito privato potevano essere particolarmente gravose. La memoria dedicata a Ianzito ricorda un interesse di un quarto per ogni tomolo, equivalente al 25 per cento, che poteva essere richiesto per intero anche quando il debito veniva restituito molto prima del trascorrere di un anno. Il meccanismo penalizzava soprattutto chi possedeva meno: il contadino prendeva grano perché non ne aveva abbastanza per seminare e, al raccolto, doveva restituirne una quantità maggiore, riducendo nuovamente le scorte necessarie alla famiglia e alla semina seguente.
Il Monte Frumentario interveniva proprio in questo circuito di dipendenza. Il contadino poteva ottenere il grano necessario alla coltivazione attraverso un’istituzione comunitaria regolata, restituendolo successivamente secondo le condizioni stabilite dal Monte. In questo senso l’opera voluta da Ianzito non era una semplice distribuzione di viveri, ma una forma organizzata di credito agricolo in natura, fondata sul bene che dominava l’intera economia rurale: il grano.
Il funzionamento del Monte era costruito anche per impedire che il patrimonio venisse assorbito da pochi beneficiari. La quantità di grano concessa doveva quindi essere regolata, così da permettere all’istituzione di raggiungere un numero maggiore di famiglie e, nello stesso tempo, evitare che un singolo colono assumesse un debito troppo gravoso rispetto alle proprie possibilità di restituzione. Consentiva al beneficio di raggiungere un numero maggiore di famiglie e impediva al singolo debitore di caricarsi di una restituzione che, al momento del raccolto, avrebbe potuto risultare insostenibile.
Il Monte doveva essere amministrato secondo regole precise. Alla sua gestione partecipavano le autorità civili del paese e i parroci di Santa Maria e San Pietro, mentre la custodia materiale del patrimonio era affidata al montista.
Come primo montista Grato indicò Filippo di Gabriele Paoletta, al quale spettava un compenso annuo di 15 ducati.
Il montista non poteva distribuire liberamente il cereale secondo amicizie o convenienze personali. I prestiti dovevano essere autorizzati e registrati; a fine esercizio bisognava rendere conto del grano entrato, di quello uscito, di quello restituito e dell’aumento prodotto.
La precisione raggiungeva aspetti che oggi possono far sorridere ma che, in un grande deposito di cereali, erano tutt’altro che irrilevanti. La tradizione ricorda che Grato aveva previsto persino la spesa per le scope e il grano che avrebbero potuto mangiare i topi.
È un particolare apparentemente marginale, ma rivela bene la concretezza con cui era stata concepita l’istituzione: alla volontà benefica si accompagnava l’attenzione per le spese quotidiane e per la conservazione effettiva del patrimonio.
La memoria orale montefalconese ha conservato anche il ricordo concreto delle misurazioni.
Il mezzetto era un recipiente cilindrico di legno a doghe, attraversato nella parte superiore da una barra. Il grano consegnato veniva livellato alla misura; al momento della restituzione, invece, il recipiente poteva essere colmato oltre il livello della barra, e quella differenza rappresentava la maggiorazione dovuta al Monte.
Il ricordo del mezzetto permette così di comprendere materialmente il funzionamento di un’economia nella quale il grano era contemporaneamente alimento, semente, riserva di valore e mezzo attraverso il quale si regolavano debiti e restituzioni.
Il progetto di Grato andava però oltre le necessità della semina.
Una parte dell’aumento del Monte, cioè del patrimonio che si sarebbe formato attraverso le restituzioni e le rendite, doveva essere utilizzata ogni anno per un’altra forma di povertà particolarmente grave nella società settecentesca: quella delle giovani prive di dote.
Ianzito stabilì che venissero venduti venti tomoli di grano e che il ricavato servisse al maritaggio di una ragazza povera di Montefalcone.
La scelta non era affidata a una singola persona. Gli amministratori dovevano individuare tre giovani bisognose, dai quattordici anni in su, e il giorno di San Giuseppe la beneficiaria veniva determinata per sorteggio, dopo una preghiera davanti all’altare del santo.
È un procedimento che restituisce un quadro molto concreto della società montefalconese del tempo: il patrimonio del Monte non interveniva soltanto nel ciclo agricolo, ma entrava anche nella vita familiare e nelle possibilità matrimoniali delle ragazze appartenenti ai nuclei più poveri.
Ianzito pensò persino all’eventualità che la giovane estratta morisse prima del matrimonio: una parte della somma sarebbe stata utilizzata per le Messe in suo suffragio e il resto sarebbe passato, attraverso una nuova estrazione, a una delle altre ragazze.
I maritaggi riguardavano inoltre la sua parentela. Le discendenti femminili avrebbero potuto godere dei benefici stabiliti fino alla settima generazione, ricevendo quanto necessario per il corredo e una parte della dote.
La beneficenza di Grato assumeva così una forma molto concreta: seminare un campo e formare una famiglia erano entrambi modi per consentire a una persona povera di costruire il proprio futuro.
Nel progettare il Monte, Ianzito tutelò anche la posizione della moglie Vittoria Pacifico, alla quale le disposizioni testamentarie garantivano l’usufrutto di parte dei beni e quanto necessario al proprio sostentamento. Tra gli obblighi posti a carico degli eredi compare anche la fornitura annuale di dieci barili di vino.
Solo con l’estinzione di determinati diritti e obblighi familiari il patrimonio avrebbe potuto confluire pienamente nella dotazione del Monte.
È un altro elemento che mostra quanto il progetto fosse ragionato: l’opera caritativa non nasceva cancellando gli obblighi verso i familiari, ma organizzando l’eredità in modo che, progressivamente, una parte sempre maggiore fosse destinata alla comunità.
Grato era uomo del suo tempo e la sua concezione della beneficenza era inseparabile dalla religiosità.
Accanto ai prestiti di grano e ai maritaggi compaiono quindi disposizioni per Messe, lampade e celebrazioni religiose. Negli atti ricorrono l’oratorio di San Filippo Neri, San Michele e altre realtà ecclesiastiche del paese.
La ricchezza doveva continuare a produrre bene sulla terra, ma anche suffragi per l’anima del benefattore.
È significativo, tuttavia, che la parte della sua memoria destinata a sopravvivere più tenacemente non sia stata quella delle Messe fatte celebrare, bensì quella del grano consegnato ai poveri.
Grato Ianzito morì nel 1784 e proprio negli anni immediatamente successivi cominciò la parte più tormentata della storia della sua fondazione. Nel 1788, appena quattro anni dopo la sua morte, ventinove cittadini di Montefalcone comparvero davanti a un notaio formulando pesanti accuse contro Giovanni Zeppa, coinvolto negli atti testamentari. Al centro della protesta vi era soprattutto la consistenza del patrimonio del Monte.
Secondo i cittadini, Ianzito aveva lasciato quanto necessario per costituire un patrimonio di circa mille tomoli di grano a beneficio dei poveri; pochi anni dopo, invece, nel Monte se ne trovavano non più di duecento, «anzi forse» ancora meno.
La denuncia descriveva quindi una dispersione rapidissima della dotazione destinata dal fondatore all’opera.
Le accuse rivolte a Zeppa erano molto più ampie. Gli veniva contestata anche la gestione di somme riscosse quando aveva svolto l’incarico di esattore dei fiscali dell’Università di Montefalcone. La controversia coinvolse circa 1.700 ducati e arrivò fino alla Regia Camera.
L’opera nata per difendere i poveri dalle speculazioni si trovò così, quasi subito, coinvolta in una durissima contesa sull’amministrazione del proprio patrimonio.
Le difficoltà dei primi anni non determinarono la scomparsa dell’istituzione. Un ruolo decisivo nella prosecuzione delle volontà di Ianzito ebbe il reverendo Baldassarre Pucci, esecutore e curatore testamentario. Nel 1792, otto anni dopo la morte del fondatore, il Monte venne sistemato nell’antico xenodochio, l’edificio precedentemente destinato all’accoglienza dei pellegrini.
La ricostituzione venne ricordata successivamente anche dalla lapide commemorativa collocata nella sede del Monte, dalla quale risulta che l’intervento fu realizzato con il denaro dell’istitutore e su richiesta della comunità. È un elemento significativo perché dimostra che, nonostante le controversie sorte dopo la morte di Grato, l’opera era ormai percepita come un’istituzione utile al paese e meritevole di essere mantenuta.
Sulla sede venne collocata una lapide in latino.
L’iscrizione ricordava Grato Ianzito per la sua umanità e per la particolare benevolenza dimostrata verso i poveri. Il significato era quello espresso già dalle sue volontà testamentarie: non voleva che la morte interrompesse l’aiuto che aveva offerto durante la vita.
La conclusione della lapide giocava sul nome stesso del benefattore:
«Grato ergo benemeriti cives, estote grati».
L’invito rivolto ai montefalconesi era semplice: siate grati a Grato.
Quelle parole rimasero per generazioni nel luogo che custodiva il suo grano.
La lapide non è giunta fino a noi e risulta essere stata successivamente distrutta. La trascrizione conservata permette tuttavia di conoscerne integralmente il contenuto e costituisce oggi una delle testimonianze più significative della memoria pubblica tributata a Ianzito.
Il Monte continuò a funzionare anche nell’Ottocento, sebbene il patrimonio granario fosse progressivamente diminuito. Alla metà del secolo risultavano circa 500 tomoli di grano, assai meno della dotazione originaria, e il ridimensionamento veniva attribuito a una «non buona, o trascurata amministrazione». Nonostante ciò, l’istituzione era ancora attiva molti decenni dopo la morte del fondatore.
Con la progressiva monetizzazione dell’economia agricola cambiò anche la natura del Monte. Un documento ufficiale del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, pubblicato nel 1877, registra a Montefalcone la trasformazione dell’antico istituto in un «Monte pecuniario agricolo con pegni e fideiussioni», collegata a un provvedimento del 9 settembre 1873. Il passaggio dal grano al denaro modificava profondamente gli strumenti utilizzati, ma conservava ancora la finalità di mettere risorse a disposizione dell’economia agricola locale.
Con il tempo il Monte perse progressivamente la propria autonomia e la sua amministrazione passò al Banco di Napoli, fino alla cessazione della funzione per la quale Ianzito lo aveva originariamente concepito.
La memoria dell’istituzione sopravvisse anche attraverso il luogo che l’aveva ospitata. L’edificio si trovava sotto la chiesa di San Filippo, con ingresso accanto al campanile, e nel corso del tempo conobbe destinazioni molto diverse: prima ospedale dei pellegrini, poi deposito del Monte Frumentario e infine scuola.
Proprio l’utilizzo scolastico rimase particolarmente vivo nei ricordi dei montefalconesi del Novecento, che chiamavano quel luogo «’a scola ’u Mont», la scuola del Monte. Le lezioni vi continuarono fino al 1961; successivamente l’edificio ebbe altre vicende e passò anche in proprietà privata. La persistenza del nome è significativa perché, quando la funzione economica dell’antico Monte era ormai scomparsa, il ricordo dell’istituzione continuava a essere conservato nella stessa toponomastica popolare del paese.
La memoria locale attribuisce al Monte un effetto concreto anche sull’attività degli usurai presenti a Montefalcone, sostenendo che l’istituzione contribuì alla chiusura di diversi commerci basati sul prestito oneroso del grano. Al di là della portata effettiva di questo risultato, il dato spiega bene il significato che l’opera assunse nella memoria collettiva: offrendo ai contadini una possibilità alternativa di procurarsi le sementi, il Monte riduceva la loro dipendenza dai prestatori privati. È anche per questo che, oltre due secoli dopo, Grato Ianzito sarebbe stato ricordato come un «tenace e coraggioso combattente contro l’usura del grano».

La memoria di Grato Ianzito non si esaurì con la scomparsa del Monte Frumentario, con la distruzione della lapide o con la trasformazione dell’antico edificio. A più di due secoli dalla sua morte, il suo nome tornò al centro della vita culturale del Fortore grazie al Premio Letterario e Pittorico Nazionale “Grato Ianzito e Nicola Ciletti”, promosso nel marzo 2007 dal Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore di Montefalcone Valfortore, presieduto dal professor Cosimo Nardi, d’intesa con il Comune di San Giorgio la Molara. Un ruolo importante nell’organizzazione fu svolto dal professor Raffaele Raimondo, delegato del presidente del Museo, mentre l’iniziativa ottenne il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, della Regione Campania e dello stesso Comune di San Giorgio la Molara.
Il Premio accostava simbolicamente due figure legate alla storia e alla cultura rurale del territorio: a Grato Ianzito era dedicata la sezione letteraria, mentre la sezione pittorica portava il nome di Nicola Ciletti, pittore di San Giorgio la Molara e già sindaco del paese. Gli organizzatori presentarono Ianzito come «tenace e coraggioso combattente contro l’usura del grano», mentre Ciletti veniva ricordato come «il sindaco-pittore, poeta degli umili». Due uomini appartenenti a epoche diverse venivano così riuniti attraverso un medesimo orizzonte sociale: quello dei contadini, dei poveri e della civiltà rurale del Fortore.
La scelta di intitolare proprio a Ianzito la sezione letteraria assumeva anche un valore particolare. L’uomo che nel Settecento aveva dovuto affidare ad altri le proprie volontà perché non sapeva scrivere diventava, più di duecento anni dopo, il nome di un premio nazionale rivolto agli scrittori. Alla sezione letteraria parteciparono 46 opere, mentre 21 furono quelle presentate nella sezione pittorica; i lavori provenivano da varie parti d’Italia e uno giunse anche dall’Egitto. Il primo premio letterario fu assegnato ad Alessandro Petruccelli, mentre Mario Pettoello e Paolo Chinca ottennero il secondo posto ex aequo. La commissione letteraria era presieduta dal professor Gilberto Antonio Marselli, docente universitario e saggista. Per la pittura risultò vincitore Giorgio Micco, seguito da Carolina Amorino.

La cerimonia conclusiva si svolse domenica 26 ottobre 2008 nella Sala consiliare del Palazzo municipale di San Giorgio la Molara. Ad aprire la manifestazione fu il sindaco Luigi Antonio Vella; successivamente il professor Cosimo Nardi, presidente del Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore, ricostruì la figura di Grato Ianzito e il significato della sua opposizione all’usura del grano. Alla giornata parteciparono rappresentanti delle istituzioni regionali, provinciali e locali, studiosi, giornalisti e componenti delle commissioni giudicatrici; tra i presenti figurava anche Maria Rita Circelli, in rappresentanza dell’Ufficio Territoriale di Governo.
Gli interventi di Gilberto Marselli e Pasquale Del Vecchio accompagnarono la proclamazione dei vincitori. Marta Carpiceci lesse alcuni brani dell’opera premiata, mentre Antonella Izzo e Pasquale Carusone eseguirono canti della tradizione contadina campana. Nella stessa giornata furono conferite le cittadinanze onorarie di San Giorgio la Molara allo scrittore Luigi Antonio Gambuti e al professor Cosimo Nardi; tra quanti contribuirono alla realizzazione dell’iniziativa furono ricordati anche Nazareno Zembla e Luigi Nardi.
Il Premio restituì così alla figura di Grato Ianzito una dimensione contemporanea, non come semplice personaggio del passato ma come simbolo di una storia sociale che appartiene all’intero Fortore. La sua vicenda tornava a essere raccontata nel contesto che meglio ne spiegava il significato: quello di una civiltà contadina segnata dalla povertà, dal lavoro agricolo e dalla necessità di creare strumenti di solidarietà capaci di sottrarre i più deboli alla dipendenza e all’usura.
La figura di Grato Ianzito acquista un significato particolare proprio se rapportata alla società nella quale visse. Pur non sapendo scrivere, conosceva direttamente le difficoltà dell’economia rurale e comprese che la povertà non poteva essere affrontata soltanto con l’elemosina. Il problema dei piccoli contadini era spesso la mancanza delle risorse necessarie per continuare a lavorare. Senza grano non si seminava e, senza semina, il bisogno dell’anno presente si trasferiva inevitabilmente a quello successivo. La stessa attenzione riservata alle giovani prive di dote dimostra come il suo progetto guardasse a forme diverse di esclusione economica presenti nella comunità.
La risposta di Ianzito fu quindi quella di trasformare una parte considerevole del proprio patrimonio in un’istituzione permanente. Il Monte Frumentario avrebbe conosciuto amministrazioni contestate, riduzioni del patrimonio e profonde trasformazioni, fino a perdere la funzione originaria. Tuttavia sopravvisse abbastanza a lungo da lasciare un segno nella storia e persino nella geografia popolare di Montefalcone. Il nome del Monte, la memoria della «scola ’u Mont», il ricordo delle antiche misure del grano e, in tempi recenti, il Premio nazionale dedicato a Ianzito testimoniano la durata di quella memoria ben oltre la scomparsa dell’istituzione.
Già nel 1792 la lapide collocata nella sede del Monte affidava ai montefalconesi il compito di non dimenticare il proprio benefattore. L’iscrizione terminava con un gioco sul suo nome e sull’aggettivo latino gratus: «Grato ergo benemeriti cives, estote grati», cioè «A Grato, cittadini, siate grati». La lapide non esiste più, ma quell’esortazione conserva ancora oggi il significato originario: ricordare un uomo che volle utilizzare ciò che possedeva per offrire alla parte più povera della propria comunità uno strumento concreto con cui affrontare il bisogno.
Archivio di Stato di Benevento, atti del notaio Giovanni Zeppa, documentazione testamentaria di Grato Ianzito e relativa al Monte Frumentario di Montefalcone.
“Filantropo degli umili”, articolo firmato Totonn, dedicato alla figura di Grato Ianzito e alla storia del Monte.
Documentazione storica sul Monte Frumentario di Montefalcone, comprendente la trascrizione dell’antica lapide commemorativa e le vicende dell’istituzione tra XVIII e XX secolo.
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, documentazione sui Monti frumentari e pecuniari, 1877.
Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore, documentazione del Premio Letterario e Pittorico Nazionale “Grato Ianzito e Nicola Ciletti”, 2007-2008:
https://www.nicolaciletti.it/Canale5%20Eventi/ev2008-Premiazione/ev2007N_premio.htm
Il Quaderno, notizia sulla cerimonia conclusiva del Premio nazionale a San Giorgio la Molara:
https://www.ilquaderno.it/san-giorgio-molara-domenica-26-ottobre-premio-letterario-artistico-nazionale-28515.html
Corriere di San Nicola, resoconto del Premio “Ianzito-Ciletti”:
https://www.corrieredisannicola.it/index.php?Itemid=394&catid=104%3Aarte-cultura-e-spettacoli&id=2132%3ACONCLUSO-IL-PREMIO-%E2%80%9CIANZITO-CILETTI%E2%80%9D&option=com_content&view=article