Il cesto rimasto a metà all’arrivo dei Signorini, di cui fu detto la volta scorsa, non fu, forse, più completato e il racconto ai bimbi non ebbe più il suo seguito. Gravi pensieri gravavano la mente del buon vecchio Grato Ianzito, che la sorte aveva voluto fare ricco in vecchiaia.
Vissuto senza ambizioni ed essendo stata la modestia e la parsimonia sempre il suo abito, non cambiò tenore di vita.
Conoscendo però in quanta miseria versavano i suoi simili pensò di far partecipi un poco tutti della sua ricchezza e s’ingegnò con la sua mente di adusato pensatore per distribuirla e impiegarla nel miglior modo possibile.
Tanti furono i poveri beneficiati e i più quelli che la miseria nascondono per intimo senso di dignità. Di questi Grato non disse mai, si sapeva però che non v’era chi ricorresse a lui senza trovarne beneficio.
Diverse furono le ragazze da marito, che al matrimonio avrebbero dovuto rinunziare per l’assoluta impossibilità di un minimo corredo se da Grato non avessero avuto, anche senza richiesta, il corredo e la dote.
Ma Grato volle far di più; non voleva che il beneficio si estinguesse con la sua morte, che i beneficiati fossero solo i presenti e non voleva soprattutto che l’assistenza avesse carattere caritativo e quindi dar modo ai pezzenti di professione di approfittarne, mentre chi per abito morale e per dignità, ma che pure ne sentiva la necessità, rimanesse escluso.
I più vecchi raccontano ancora che la miseria del tempo, quando essi erano bambini, era spaventosa. V’era pure chi possedeva il danaro, ma viveva miseramente, perché non sapeva usarlo. Ancora molti ricordano quando si doveva ricorrere al prestito del grano e quanto costasse pagare quel debito contratto.
Un quarto a tomolo era la ragione d’uso di quel tempo, equivalente al 25%, e questo tasso rimaneva fisso anche se, come quasi sempre avveniva, il debito si pagava molto prima che maturasse l’anno.
Gratone venne incontro a questa necessità tanto sentita e istituì “Il Monte Pecuniario Agricolo”. Quella che oggi è l’aula della scuola al Monte era il deposito del grano a disposizione di tutti e a tasso bassissimo.
Il credito era limitato e ciò costituiva una saggia regola: in tal modo il beneficio si poteva estendere a molti e i contraenti non si aggravavano di un debito oneroso che poi non avrebbero potuto pagare.
Il Monte servì a far chiudere commercio ai diversi usurai che imperavano in paese e ad apportare un sentito beneficio sì che poi tanta miseria fu alleviata.
Il testamento olografo, nella sua semplicità rispecchiava tanto acume e buon senso e indicava tutti i servizi per il buon funzionamento del Monte: tutto era previsto, perfino la spesa delle scope e il grano che avrebbero potuto mangiare i topi. Dopo questa lunga descrizione segnò i diversi lasciti. Simpatica la stesura del testamento per il maritaggio ai suoi più lontani parenti: gli eredi di sesso femminile, fino alla settima generazione avrebbero avuto diritto al godimento stabilito in una somma sufficiente per il corredo e un po’ di dote. Non mancò poi di pensare all’anima sua e molti furono i legati per Messe, lampade, ecc.
Il racconto di chi ha letto quei fogli, scritti con grossolana grafia e con sintassi tutta personale, dice che non v’era in essi cosa che non fosse stata prevista e tutto era spiegato nei più minuti dettagli.
Le mutate condizioni economiche, dovute anche al beneficio di tanta ricchezza distribuita al popolo fece perdere ogni importanza al Monte perché il prestito del grano non fu più richiesto. I successivi amministratori convertirono il grano in danaro e, ferme restando le disposizioni testamentarie, il Monte continuò ancora a beneficiare molti.
Ma tutte le saggie previsioni dell’accorto Gratone si riferivano al suo tempo; né si potrebbe pretendere che quel vecchio garzone di masseria facesse di più. Pure il lascito di Gratone ebbe il suo valore anche quando i ducati dovevano computarsi in lire, poi le lire divennero poche perché avevano perduto il valore di acquisto e allora il Monte non ebbe più la sua importanza. Continuò ad aver vita e a rendere i suoi servizi agli umili che vi ricorrevano. Fra gli ultimi amministratori, e anche i più giovani lo ricordano, fu Davide Grassi.
Al mutato potere d’acquisto si aggiunsero poi le mutate condizioni politiche e lo Stato accentratore avocò a sé il diritto di beneficenza. L’amministrazione passò al Banco di Napoli e la semplice, nascosta richiesta divenne una pratica burocratica e ogni beneficio perdette il suo valore.
Totonn