Persona

Cosimo Nardi

Lo studioso che salvò la memoria della civiltà contadina del Fortore

Quando Cosimo Nardi cominciò a raccogliere gli oggetti della civiltà contadina, quel mondo non apparteneva ancora completamente al passato. Nelle campagne del Fortore vivevano ancora uomini e donne che avevano arato con strumenti tradizionali, mietuto a mano, trebbiato il grano con sistemi antichi, lavorato nelle botteghe artigiane e organizzato la vita familiare secondo consuetudini tramandate per generazioni. Ma tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento la meccanizzazione dell’agricoltura, l’emigrazione e le profonde trasformazioni economiche e sociali stavano cancellando rapidamente quel modo di vivere.

Cosimo Nardi comprese che insieme agli oggetti ormai inutilizzati rischiava di scomparire qualcosa di molto più importante: la memoria delle persone che li avevano costruiti e adoperati, le parole dialettali con cui venivano chiamati, le tecniche di lavorazione, i mestieri, le consuetudini domestiche e un patrimonio di conoscenze accumulato nel corso dei secoli.

Professore, studioso e ricercatore profondamente legato a Montefalcone di Val Fortore, dedicò gran parte della propria attività alla storia del paese e alla cultura delle comunità rurali dell’intero territorio fortorino. Il risultato più conosciuto del suo lavoro è il Museo della Civiltà Contadina del Fortore, che oggi porta il suo nome e conserva migliaia di reperti. Ma il Museo rappresenta soltanto la parte più visibile di un impegno molto più vasto, fatto di ricerca storica, raccolta di testimonianze, catalogazione, pubblicazioni e iniziative culturali rivolte alla conservazione della memoria locale.

Lo studio della storia di Montefalcone

Prima ancora di dedicarsi alla costituzione del Museo, Cosimo Nardi aveva rivolto la propria attenzione alla storia di Montefalcone.

Nel 1978 pubblicò Storia di un feudo del Fortore. La Baronia di Montefalcone, un’opera interamente dedicata alle vicende storiche del paese e alla lunga fase feudale che ne aveva segnato l’organizzazione politica, economica e sociale. Il volume rimane ancora oggi uno dei riferimenti bibliografici per chi voglia approfondire la storia di Montefalcone e testimonia come la ricerca di Nardi fosse già avviata diversi anni prima della nascita della raccolta etnografica.

Il passaggio dallo studio dei documenti alla conservazione degli oggetti della vita quotidiana avvenne quindi con una naturale continuità. Nardi comprese che la storia di una comunità non è contenuta soltanto negli archivi, negli atti notarili e nelle cronache, ma anche negli strumenti che le persone utilizzano per lavorare, produrre il cibo, costruire una casa, allevare gli animali o svolgere un mestiere.

Nel 1991 curò anche Il Museo della Civiltà contadina nell’Area del Fortore e Montefalcone V.F. – Rassegna stampa, pubblicazione che raccoglieva e documentava l’attenzione ricevuta negli anni dall’esperienza museale e dalla ricerca condotta sulla cultura rurale fortorina.

La produzione libraria e il Museo appartenevano quindi allo stesso progetto: conoscere il passato di Montefalcone e conservarne le testimonianze prima che andassero irrimediabilmente perdute.

L’idea di raccogliere ciò che stava scomparendo

L’idea del Museo cominciò a prendere forma all’inizio degli anni Ottanta, in un momento particolarmente delicato per le campagne dell’Italia meridionale. Le nuove macchine agricole rendevano rapidamente obsoleti strumenti che erano rimasti pressoché invariati per generazioni; molte botteghe artigiane chiudevano, le famiglie abbandonavano le vecchie abitazioni rurali e una quantità enorme di attrezzi veniva gettata, bruciata o lasciata marcire nei depositi.

Nardi intuì il rischio di quella dispersione e cominciò a recuperare sistematicamente ciò che rimaneva della vecchia società rurale.

Non cercava oggetti preziosi nel significato tradizionale del termine. Il suo interesse poteva rivolgersi a un aratro, a una falce, a una misura per il grano, a un attrezzo da falegname, a un utensile della cucina o a uno strumento utilizzato per la lavorazione della lana. Il loro valore non dipendeva dalla rarità o dalla ricchezza dei materiali, ma dalla capacità di raccontare come avevano vissuto e lavorato le generazioni precedenti.

Il primo risultato pubblico di quella ricerca fu una mostra allestita nel 1982. L’esperienza suscitò interesse e due anni dopo, nel 1984, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Montefalcone, si trasformò in un vero e proprio Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore.

Era nato da un’iniziativa locale, ma già nella denominazione indicava una prospettiva molto più ampia: raccontare non soltanto Montefalcone, bensì l’intera area culturale del Fortore.

Più di tremila reperti raccolti sul territorio

Con gli anni la collezione crebbe fino a superare i tremila reperti.

Una parte fondamentale degli oggetti fu recuperata personalmente da Cosimo Nardi attraverso un paziente lavoro sul territorio. Case, masserie, botteghe, depositi e campagne divennero i luoghi nei quali cercare ciò che la modernizzazione stava rendendo inutile. Molte famiglie contribuirono alla raccolta consegnando strumenti che avevano accompagnato per decenni, e talvolta per generazioni, la vita domestica e il lavoro.

Il Museo si arricchì progressivamente anche di materiali provenienti da altri comuni del Fortore, assumendo sempre più la fisionomia di un archivio della cultura rurale dell’intera zona.

Vi entrarono strumenti per l’aratura, la semina, la mietitura e la fienagione, utensili per la lavorazione e la conservazione degli alimenti, oggetti utilizzati nell’allevamento, telai e strumenti legati alla produzione tessile, attrezzature appartenute a fabbri, falegnami, calzolai e altri artigiani. La raccolta comprendeva inoltre oggetti domestici, recipienti, torchi, macchine agricole e testimonianze legate ai diversi momenti dell’anno contadino.

Tra i reperti di particolare interesse sono ricordati una macina a trazione animale datata 1741, una grande macchina ottocentesca per la produzione della pasta, antichi aratri e diversi strumenti appartenenti a mestieri ormai scomparsi. Nelle collezioni sono presenti anche testimonianze più antiche, tra cui pesi da telaio attribuiti all’età romana.

La vastità della raccolta finì per sorprendere anche i visitatori provenienti dall’esterno. Alla fine degli anni Novanta il Museo veniva già indicato come una delle realtà culturali più interessanti del territorio e una pubblicazione dedicata al Fortore arrivò a definirlo un «museo grandioso».

Non una collezione di cose vecchie, ma un archivio della vita

Il valore del lavoro di Nardi emerge soprattutto osservando il modo in cui venivano catalogati i reperti.

Ogni oggetto veniva accompagnato da una scheda nella quale il professore registrava numerose informazioni: nome italiano, denominazione dialettale, paese e contrada di provenienza, famiglia che lo aveva posseduto, dimensioni, peso, funzione ed epoca presumibile.

Era un metodo che andava molto oltre la semplice inventariazione.

Recuperare un oggetto senza conoscerne l’origine avrebbe significato salvarne soltanto la materia. Nardi cercava invece di conservarne anche la storia. Sapere che un determinato attrezzo proveniva da una specifica contrada, che era appartenuto a una determinata famiglia e che nel dialetto locale possedeva un nome particolare permetteva di mantenere vivo il legame tra quell’oggetto e la comunità che lo aveva utilizzato.

Particolarmente importante era la registrazione dei termini dialettali. Quando scompare una pratica di lavoro, infatti, tendono a scomparire anche le parole che la descrivevano: il nome dello strumento, delle sue parti, delle singole operazioni e dei gesti necessari per utilizzarlo. Salvare quella terminologia significava quindi conservare una parte della lingua stessa del territorio.

Le schede redatte da Nardi costituiscono ancora oggi una componente fondamentale del patrimonio del Museo e permettono di ricostruire provenienze e funzioni che, senza il suo lavoro, sarebbero probabilmente andate perdute.

La sua idea di Museo

Gli appunti conservati nell’Archivio Nardi consentono di comprendere quale fosse l’intenzione alla base dell’iniziativa. L’obiettivo non era semplicemente quello di esporre gli strumenti di una società ormai superata, ma promuovere lo studio e la divulgazione dei molteplici aspetti della civiltà contadina del Fortore, proprio mentre quella cultura veniva profondamente trasformata dall’avanzare delle nuove tecnologie.

Nardi aveva quindi individuato un problema che sarebbe diventato sempre più evidente negli anni successivi. La modernizzazione migliorava le condizioni di vita e riduceva la fatica di molti lavori, ma rendeva rapidamente invisibile ciò che l’aveva preceduta. Nel giro di una sola generazione potevano scomparire strumenti, tecniche e conoscenze rimaste sostanzialmente immutate per secoli.

Il Museo serviva a impedire che quel passaggio storico diventasse anche una cancellazione della memoria.

Questa impostazione rendeva la raccolta molto diversa da una nostalgica celebrazione del passato. La civiltà contadina non veniva idealizzata: veniva studiata attraverso le sue testimonianze concrete, con le fatiche del lavoro, la scarsità delle risorse, la capacità di adattamento e le conoscenze tecniche sviluppate dalle comunità rurali.

Il rapporto con le scuole e le nuove generazioni

La funzione educativa assunse presto una particolare importanza.

Per molti anni il Museo svolse attività di divulgazione rivolte soprattutto alle scuole del Fortore, offrendo agli studenti la possibilità di conoscere direttamente strumenti che appartenevano ancora ai ricordi dei loro nonni ma che erano già scomparsi dalla vita quotidiana.

Il valore didattico della raccolta derivava proprio dalla sua concretezza. Un ragazzo poteva osservare la macchina utilizzata per lavorare il grano, comprendere come funzionava un antico aratro o vedere gli strumenti di un calzolaio e collegare ciò che studiava alla storia della propria famiglia e del proprio paese.

Il lavoro di Nardi contribuì così anche a creare un ponte tra generazioni. Gli anziani possedevano ancora la memoria dell’utilizzo degli oggetti; i più giovani potevano invece osservarli, studiarli e comprendere una realtà che non avevano vissuto direttamente.

Un Museo per l’intero Fortore

La dimensione territoriale dell’iniziativa divenne sempre più evidente con l’ampliarsi della raccolta. Al patrimonio contribuirono infatti famiglie e comunità provenienti da diversi paesi, consolidando l’idea che il Museo non dovesse rappresentare esclusivamente Montefalcone.

La civiltà contadina del Fortore possedeva infatti caratteristiche condivise: il rapporto con il grano e con l’allevamento, l’organizzazione dei lavori stagionali, la struttura delle masserie, i mestieri artigiani, le pratiche domestiche e le forme di economia basate sull’utilizzo quasi completo delle poche risorse disponibili.

Le differenze da paese a paese rimanevano importanti, ma appartenevano a un quadro culturale comune.

Il Museo diventò in questo modo uno dei luoghi nei quali il Fortore poteva essere studiato non soltanto come territorio geografico, ma come spazio storico e culturale.

Una rete di studiosi, insegnanti e persone del territorio

L’attività di Cosimo Nardi non si sviluppò in isolamento. Attorno alla ricerca sulla civiltà contadina si formò nel tempo una rete di collaborazioni con insegnanti, studiosi, amministratori, giornalisti e persone interessate alla conservazione della cultura locale.

Una testimonianza particolarmente significativa è quella di Raffaele Raimondo, che ha ricordato il rapporto con Nardi e la condivisione, già intorno al 1980, dell’idea di recuperare le testimonianze della società rurale. Le iniziative sviluppatesi in quegli anni coinvolsero anche scuole, contadini delle contrade e studiosi interessati ai mulini, ai canti popolari, all’archeologia, alla pittura e alle tradizioni del territorio.

In questo ambiente il Museo divenne progressivamente non soltanto un luogo di esposizione, ma anche un punto attorno al quale far convergere ricerche e iniziative culturali.

Tra i rapporti personali ricordati negli anni successivi figura anche quello con Guido Rampone, intellettuale fortorino con il quale Nardi condivise un intenso interesse per la cultura e per la crescita del territorio. Quando nel 2022 la biblioteca di Rampone venne donata al Museo, i familiari ricordarono le lunghe conversazioni tra i due e la comune passione per il sapere.

Grato Ianzito, Nicola Ciletti e il recupero della memoria sociale

Uno degli esempi più significativi del modo in cui Nardi concepiva la cultura del territorio fu il Premio Letterario e Pittorico Nazionale “Grato Ianzito e Nicola Ciletti”, promosso nel 2007 dal Museo della Civiltà Contadina nell’Area del Fortore, del quale Cosimo Nardi era presidente, in collaborazione con il Comune di San Giorgio la Molara.

L’iniziativa ricevette il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, della Regione Campania e del Comune di San Giorgio la Molara, mentre un ruolo importante nell’organizzazione venne svolto dal professor Raffaele Raimondo, delegato del presidente del Museo.

La scelta dei due personaggi permetteva di mettere in relazione due differenti aspetti della storia sociale del Fortore. La sezione letteraria era dedicata a Grato Ianzito, benefattore montefalconese del Settecento e fondatore del Monte Frumentario, presentato dagli organizzatori come un «tenace e coraggioso combattente contro l’usura del grano». La sezione pittorica portava invece il nome di Nicola Ciletti, artista di San Giorgio la Molara ed ex sindaco del paese, ricordato come pittore e poeta degli umili.

Il concorso ottenne una partecipazione significativa: furono presentate 46 opere letterarie e 21 pittoriche, provenienti da diverse parti d’Italia e, in un caso, anche dall’Egitto.

Il Premio esprimeva bene la concezione culturale maturata attorno al Museo: gli oggetti della civiltà contadina rappresentavano soltanto una parte di una storia più ampia, fatta anche di uomini, condizioni sociali, arte, letteratura e memoria.

La cittadinanza onoraria di San Giorgio la Molara

La cerimonia conclusiva del Premio si svolse domenica 26 ottobre 2008, nella Sala consiliare del Palazzo municipale di San Giorgio la Molara.

In quella occasione Cosimo Nardi intervenne ricostruendo la figura di Grato Ianzito e il significato della sua opposizione all’usura del grano. La giornata riunì rappresentanti delle istituzioni, studiosi, giornalisti e personalità del mondo culturale e si concluse con la premiazione delle opere selezionate.

Durante la stessa manifestazione il Comune di San Giorgio la Molara conferì a Cosimo Nardi la cittadinanza onoraria, riconoscimento assegnato anche allo scrittore Luigi Antonio Gambuti.

Per il professore montefalconese fu un riconoscimento significativo, perché testimoniava come il lavoro sviluppato nel corso degli anni avesse ormai superato i confini del paese d’origine. La ricerca sulla civiltà contadina era diventata un patrimonio condiviso tra diverse comunità del Fortore.

La conclusione della prima esperienza museale

La prima esperienza del Museo rimase attiva per circa vent’anni e si concluse nel 2005.

La chiusura della struttura non comportò però la dispersione del patrimonio. Rimanevano migliaia di reperti raccolti nel corso degli anni e, soprattutto, rimanevano le schede, gli appunti e la documentazione attraverso i quali era possibile continuare a conoscere la storia degli oggetti.

Fu proprio questo patrimonio a rendere possibile, negli anni successivi, la rinascita dell’istituzione.

La vicenda dimostrò così l’importanza di ciò che Nardi aveva fatto fin dall’inizio: non aveva soltanto raccolto gli oggetti, ma aveva creato le condizioni perché essi potessero continuare a essere studiati anche quando il contesto nel quale erano stati utilizzati sarebbe definitivamente scomparso.

La rinascita del Museo e l’intitolazione a Cosimo Nardi

Nel 2018 il Museo venne ricostituito in una nuova sede, recuperando l’eredità dell’esperienza iniziata nel 1982 e valorizzando il patrimonio raccolto nel corso dei decenni.

La nuova struttura trovò spazio nell’ex edificio scolastico del Rione San Marco, distribuito su tre piani e destinato a ospitare le diverse sezioni della raccolta.

Durante l’inaugurazione venne dedicato particolare spazio proprio alla figura del fondatore. La professoressa Gea Palumbo tenne una relazione significativamente intitolata Donne e Uomini della cultura contadina meridionale – la ricerca di Cosimo Nardi, definendo quindi l’opera del professore non come semplice attività collezionistica, ma come una vera ricerca sulla società rurale.

La nuova istituzione assunse il nome di:

Museo della Civiltà Contadina del Fortore “Cosimo Nardi”.

L’intitolazione costituiva il riconoscimento più naturale all’uomo che aveva dato origine alla raccolta. Il Museo contemporaneo nasce infatti direttamente dal patrimonio che Nardi aveva recuperato, catalogato e organizzato durante gli anni precedenti.

 

Il Museo riconosciuto dalla Regione Campania

La storia cominciata con la mostra del 1982 ha raggiunto un importante traguardo istituzionale il 1º ottobre 2024, quando la Regione Campania ha riconosciuto l’interesse regionale del Museo della Civiltà Contadina del Fortore “Cosimo Nardi”, appartenente al Comune di Montefalcone di Val Fortore.

L’istituzione è inoltre presente nel Sistema Museale Nazionale, mantenendo nella propria denominazione il nome del suo fondatore.

Il significato di questo percorso appare evidente se si confrontano il punto di partenza e quello di arrivo: un’iniziativa nata dalla passione di un professore montefalconese, che cominciò recuperando personalmente gli strumenti di una società in trasformazione, è diventata nel corso di alcuni decenni un museo riconosciuto dalle istituzioni regionali e inserito nella rete museale nazionale.

Un patrimonio ancora vivo

L’attuale Museo non si limita a conservare ciò che Cosimo Nardi raccolse. Continua anche la funzione educativa che aveva caratterizzato l’esperienza originaria.

Le attività contemporanee coinvolgono nuovamente le scuole e affrontano temi quali gli oggetti della vita quotidiana, le feste legate al calendario agricolo, le piante utilizzate nell’alimentazione e nella medicina popolare, il lavoro femminile e gli antichi mestieri.

La continuità con l’idea originaria di Nardi è evidente: il reperto ha valore quando permette di comprendere la società che lo ha prodotto.

È proprio questo il motivo per cui una falce, un telaio, un recipiente per il grano o un utensile domestico acquistano nel Museo un significato che va oltre la loro materialità. Diventano documenti attraverso i quali è possibile ricostruire il rapporto delle persone con il lavoro, con la terra e con le risorse disponibili.

L’eredità di Cosimo Nardi

L’importanza dell’opera di Cosimo Nardi risiede soprattutto nel momento storico in cui decise di intervenire. Molti degli oggetti che recuperò avevano appena cessato di essere utilizzati e proprio per questo rischiavano di essere considerati privi di valore. Se la raccolta fosse iniziata alcuni decenni più tardi, una parte significativa di quel patrimonio sarebbe probabilmente già scomparsa, insieme alle persone ancora capaci di spiegarne l’utilizzo.

La lungimiranza di Nardi consistette nell’aver compreso che conservare gli oggetti non era sufficiente. Un attrezzo separato dal proprio nome, dalla provenienza e dalla funzione sarebbe rimasto soltanto una testimonianza parziale. Registrando termini dialettali, contrade, famiglie e modalità d’uso, trasformò invece la raccolta in un vero archivio della vita rurale.

Attraverso quelle informazioni possiamo oggi conoscere non soltanto che cosa utilizzavano i contadini del Fortore, ma anche come lo chiamavano, dove veniva adoperato e da quale ambiente familiare proveniva. È una forma di documentazione che restituisce agli oggetti la presenza delle persone che li hanno posseduti.

A distanza di oltre quarant’anni dalla prima esposizione del 1982, molti dei protagonisti di quella civiltà non ci sono più e numerosi mestieri, gesti e termini dialettali sono usciti dall’esperienza quotidiana. Le migliaia di testimonianze raccolte dal professore, tuttavia, continuano a permettere alle nuove generazioni di avvicinarsi a quel mondo e agli studiosi di ricostruirne aspetti che altrimenti sarebbero difficilmente conoscibili.

Per questo il Museo della Civiltà Contadina del Fortore “Cosimo Nardi” non è soltanto il luogo nel quale è conservata la raccolta da lui iniziata. È anche la continuazione concreta del progetto culturale che aveva guidato il suo lavoro: impedire che la trasformazione inevitabile della società cancellasse insieme al passato anche la possibilità di comprenderlo.

Oggi il nome di Cosimo Nardi è legato a un’istituzione che continua a svolgere quella funzione. E nelle migliaia di oggetti che raccolse, nelle schede che compilò e nelle parole dialettali che ebbe cura di annotare rimane una parte della memoria di Montefalcone di Val Fortore e dell’intero Fortore.