Considerato il grande interesse della comunità a questa vicenda, ecco una ricostruzione documentata. 
L’inizio: una delibera e cinque candidati
Tutto parte dalla delibera del Consiglio Comunale n. 3 del 13 marzo 2005. L’amministrazione inserisce nel Programma Triennale delle Opere Pubbliche 2005–2007 la realizzazione di una centrale elettrica da fonte eolica, da affidare in project financing a totale carico di privati. Il Comune non spende nulla. Concede il territorio, ne ricava royalties annue e, alla scadenza, rientra in possesso dell’intero impianto.
L’avviso viene pubblicato ovunque: Albo Pretorio, Gazzetta Ufficiale italiana, Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea, sito del Ministero delle Infrastrutture, quotidiani nazionali e campani. Entro il 30 giugno 2005 arrivano cinque proposte:
SA.IN S.r.l. di Caserta,
MONSUD S.p.A. di Avellino,
FIN.SO Energy S.p.A. di Roma,
I.V.P.C. Power 2 S.r.l. di Avellino,
Fortore Energia di Lucera.
Una commissione mista, interna ed esterna all’amministrazione, valuta le proposte. Il 29 agosto 2005 i lavori si concludono: la proposta vincitrice è quella di FIN.SO Energy S.p.A. di Roma.
Il ricorso
IVPC Power 2 S.r.l. non accetta l’esito. Presenta ricorso straordinario al Capo dello Stato, iscritto al numero di ruolo 4279/2005. Le motivazioni, documentate nella risposta dell’Ufficio Tecnico comunale del 12 luglio 2007, sono due: la compromissione della libertà imprenditoriale privata, turbata dall’iniziativa di un soggetto pubblico; e la presunta incompetenza del Comune ad attivare iniziative nel campo dell’energia, ritenendo la Regione Campania l’unica titolata al rilascio delle autorizzazioni.
Il Comune nomina lo Studio Legale Gallavotti Honorati di Roma per la difesa. L’udienza è fissata al 12 aprile 2006.
Il ritiro
Il 7 aprile 2006, cinque giorni prima dell’udienza, il Comune riceve comunicazione dell’atto di rinuncia al ricorso da parte di IVPC Power 2. Il 18 aprile 2006 il Sindaco Olindo Vitale firma formalmente l’atto di accettazione della rinuncia, con compensazione delle spese. Il ricorso è chiuso.
Le motivazioni della rinuncia non vengono mai esplicitate. L’Ufficio Tecnico comunale, in una nota del luglio 2007, annota senza certezza: “Forse hanno influito sulla decisione le linee guida in elaborazione presso gli uffici regionali che prevedevano corsie preferenziali, in materia di energia, per le iniziative a partecipazione pubblica.” È una congettura dell’ufficio tecnico, non una spiegazione accertata.
Dopo questa vicenda Vigorito abbandona Montefalcone spostando la sede della IVPC a San Marco dei Cavoti.
La costruzione e la Convenzione
Con il ricorso ritirato, la procedura riprende il suo corso. Nel settembre 2006 FIN.SO Energy e E&S Energy costituiscono la Wind Energy Montefalcone S.r.l., società di progetto ai sensi dell’art. 37 quinquies della legge 109/1994, con l’esclusivo scopo di realizzare e gestire la centrale eolica. Il 24 ottobre 2006 viene firmata la Convenzione Rep. 725, che regolò tutto per i successivi diciassette anni.
La durata: dodici anni, “o comunque non inferiore alla durata degli incentivi sui Certificati Verdi.” L’articolo 2 è quello che conterà di più: alla scadenza, il Concessionario si impegna a trasferire l’intero capitale sociale al valore simbolico di un euro, spese notarili a carico della società cedente, impianto in perfetto stato di funzionamento.
La Regione Campania autorizza la costruzione con decreto n. 169 dell’11 maggio 2006. Nel 2008 approva una variante che porta l’impianto a quattro turbine da 1,5 megawatt ciascuna. Il 3 settembre 2008 l’impianto in località Montefagotto entra in esercizio: sei megawatt installati nel cuore del Sannio.
La struttura delle royalties
La Convenzione non prevede una cifra fissa. Prevede un meccanismo articolato, costruito sulle ore equivalenti di produzione annua, il parametro che misura quanto l’impianto lavora rispetto alla sua potenza nominale.
Fino a 2000 ore equivalenti annue, il corrispettivo base al Comune è di 170.000 euro l’anno, versato in quattro rate trimestrali da 42.500 euro ciascuna. Ma il vento non si ferma a 2000 ore: la Convenzione prevede scaglioni crescenti. Da 2000 a 2100 ore, il corrispettivo sale a 200.000 euro. Da 2100 a 2200 ore, a 233.750 euro. Da 2200 a 2300 ore, a 267.500 euro.
I dati di produzione comunicati annualmente dalla Wind Energy Montefalcone al Comune mostrano cosa significasse quel meccanismo nella pratica. Nel 2011 l’impianto produce 14.191.008 kWh, pari a 2.356 ore equivalenti. Il Comune incassa il massimo previsto dalla scala: 267.500 euro di competenza. Nella comunicazione dell’agosto 2013, riferita ai primi sette mesi dell’anno, l’impianto ha già maturato 1.428 ore equivalenti, con una proiezione annua abbondantemente oltre la soglia delle 2000 ore. I dati disponibili mostrano che negli anni documentati la produzione ha sistematicamente superato quella soglia, portando il Comune al massimo della scala di corrispettivi: circa 265.000 euro annui, una stima coerente con quanto indicato dall’Ufficio Tecnico nella risposta alle interpellanze del luglio 2007.
Quindici anni di gestione privata: i numeri
Per quindici anni le pale girano. Il Comune incassa le royalties. La società privata incassa tutto il resto. Nel tempo la catena proprietaria si trasforma: Wind Energy Montefalcone passa sotto il controllo di Energia & Servizi S.r.l., poi nel gennaio 2023 le quote vengono cedute a Hirpinia Holding S.r.l. I bilanci depositati al Registro Imprese raccontano con precisione cosa girasse su quel colle. Nel 2019 il valore della produzione è di 2.217.500 euro. Nel 2020 scende a 1.941.610, anno difficile per tutti. Nel 2021 sale a 3.380.196, trascinato dalla combinazione tra prezzi in crescita e incentivi ancora attivi. Nel 2022, l’anno della crisi energetica europea dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, tocca il picco: 3.643.330 euro. In cinque anni il valore complessivo della produzione supera i tredici milioni di euro. I costi di manutenzione e gestione oscillano tra 700.000 e 800.000 euro annui.
La scadenza e il passaggio
Il 2 settembre 2023 scadono gli incentivi sui Certificati Verdi. La Convenzione è inequivoca su cosa accada quel giorno. A ottobre la Giunta avvia le pratiche. Il 9 febbraio 2024 il Consiglio Comunale approva la delibera n. 2/2024: acquisto del 100% del capitale sociale di Wind Energy Montefalcone da Hirpinia Holding S.r.l., prezzo simbolico di un euro.
Il parere negativo della Corte dei Conti
La delibera arriva alla Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Campania, come prescrive il Testo Unico sulle Società a Partecipazione Pubblica del 2016. Ogni volta che un ente pubblico acquisisce una partecipazione societaria, i magistrati contabili hanno sessanta giorni per esaminare l’atto. Il 9 aprile 2024, dopo camera di consiglio — presidente il Dott. Massimo Gagliardi, relatore il Dott. Alessandro De Santis — la Sezione emette il pronunciamento CAMPANIA 76/2024/PASP: parere negativo.
Vale la pena capire esattamente perché, perché è qui che la storia smette di essere la cronaca di un’operazione e diventa qualcosa di più istruttivo.
La Corte non mette in discussione né il diritto del Comune ad acquisire l’impianto, né la legittimità della Convenzione del 2006. Contesta la qualità della delibera su tre fronti precisi.
Il primo riguarda l’analisi prospettica. Il TUSP richiede che ogni acquisizione sia accompagnata da una motivazione che dimostri la sostenibilità finanziaria nel tempo. Il Comune aveva allegato il bilancio 2022 e argomentato che l’acquisizione era conveniente perché il prezzo era simbolico. I magistrati rispondono che questo non basta: il bilancio storico racconta il passato. Quello che serviva era una proiezione. L’impianto aveva sedici anni, gli incentivi erano appena scaduti, il mercato libero dell’energia è volatile. Quanto avrebbe prodotto nei prossimi anni? Con quale margine? La delibera non lo calcolava, almeno non per iscritto.
Il secondo rilievo riguarda lo statuto societario: acquisendo il 100% delle quote, il TUSP richiede che lo statuto venga adeguato ai requisiti delle società in house, con limitazioni precise all’eventuale ingresso di soci privati. Lo statuto della Wind Energy Montefalcone non era stato toccato.
Il terzo discende direttamente da questo: l’articolo 8 dello statuto continuava a prevedere la possibilità di ingresso di soci privati senza quota minima e senza alcun meccanismo competitivo di selezione, in potenziale contrasto con le norme europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato.
Il Comune va avanti
Il TUSP prevede però che un parere negativo non blocchi definitivamente l’operazione. L’amministrazione può procedere ugualmente, a condizione di motivare analiticamente le ragioni del dissenso e di pubblicare tutto sul proprio sito istituzionale. Quella motivazione diventa il documento su cui i magistrati contabili misureranno l’operato dell’amministrazione se qualcosa dovesse andare storto.
Il Comune di Montefalcone sceglie di andare avanti. Il 18 marzo 2024, davanti al notaio Caruso di Benevento, il trasferimento viene perfezionato. A giugno 2024 la società viene reiscritta al Registro Imprese di Caserta, sede trasferita in via Cornacchia 17, socio unico il Comune di Montefalcone di Val Fortore. Amministratore Unico nominato il 18 marzo 2024: Giuseppe Manuel Aliberti, in carica dalla stessa data del rogito.
I numeri del primo anno pubblico
Sul piano patrimoniale, l’acquisizione non porta sorprese sgradevoli. Il bilancio 2023 mostrava debiti totali per 477.022 euro, tutti a breve termine, contro una cassa di 415.865 euro e un patrimonio netto di 730.710 euro. Una società in ordine.
Il bilancio 2024, primo esercizio interamente sotto gestione comunale, chiude con un valore della produzione di 1.316.656 euro e un utile netto di 458.282 euro. I costi di manutenzione scendono a 410.000 euro rispetto ai 700–800.000 della gestione privata — un delta che merita attenzione senza trarne conclusioni affrettate, poiché può riflettere tanto una struttura di costo privata più pesante quanto il rinvio di manutenzioni straordinarie. Il calo del valore prodotto rispetto ai picchi del 2022 riflette il rientro generale dei prezzi dell’energia sul mercato libero: non un’anomalia gestionale, ma la condizione strutturale con cui qualsiasi produttore di rinnovabili deve fare i conti.
Il vento come leva di sviluppo
Le quattro turbine installate nel 2008 si avvicinano ai vent’anni di esercizio. Per gli aerogeneratori di quella generazione è una soglia significativa: non necessariamente la fine operativa, ma il punto oltre il quale l’equazione economica comincia a cambiare segno. Il repowering non è una scelta discrezionale. È una scadenza tecnica che si presenterà comunque. La domanda non è se farlo, ma come e con chi.
Un repowering affidato interamente a un operatore privato alle condizioni della convenzione del 2006 riprodurrebbe per i prossimi vent’anni lo stesso schema che ha governato i primi quindici: il territorio ospita le turbine, incassa una royalty, e guarda i profitti andare altrove. Non è l’unica strada percorribile, né la più intelligente.
Il Comune di Montefalcone si trova in una posizione che pochissimi enti in Italia possiedono: è già proprietario al 100% di un impianto eolico funzionante, con bilanci in attivo, nel momento esatto in cui la transizione energetica mette il vento al centro delle politiche europee.
Montefalcone perde abitanti da decenni. Il censimento continua a svuotare queste aree dell’Appennino meridionale con una regolarità che nessuna politica ordinaria ha saputo invertire. La perdita demografica non è solo un dato statistico, è l’erosione progressiva della base fiscale locale, la riduzione dei servizi, la scomparsa delle relazioni sociali che rendono vivibile un luogo. I comuni che perdono abitanti perdono anche la capacità di finanziare ciò che serve per frenare quella perdita. È una spirale che si autoalimenta.
Un impianto eolico di proprietà pubblica, gestito con una logica orientata al territorio, può interrompere quella spirale, attraverso un modello di sviluppo territoriale che strutturi il repowering non come una nuova concessione a un privato, ma come una società a partecipazione mista tra il Comune, i cittadini residenti e investitori privati, con gli utili comunali vincolati per statuto allo sviluppo locale. Una strategia concreta per trasformare la rendita energetica da flusso estrattivo in infrastruttura economica permanente del territorio.
Quello che molti considerano un ferro vecchio da smaltire è in realtà forse l’ultima leva concreta che questo comune ha in mano per resistere. Non per miracolo, e non da sola. Ma senza questa base economica costruire qualsiasi altra cosa diventa quasi impossibile.
Il vento soffia ancora. La domanda è solo chi deciderà come usarlo.
Un’eccezione rara
Quello che è accaduto a Montefalcone è raro, più di quanto si pensi. In Italia non esiste un censimento ufficiale dei comuni proprietari di impianti eolici operativi attraverso società partecipate. Il fenomeno è così episodico che non viene nemmeno tracciato come categoria dal Ministero dell’Economia, che pure monitora quasi 40.000 partecipazioni pubbliche. Il mercato eolico italiano è dominato da grandi operatori privati e multinazionali. I comuni ospitano gli impianti, incassano le royalties negoziate in convenzione, e guardano i profitti andare altrove.
Basta guardare oltre confine per capire quanto sia diversa la prospettiva. In Danimarca circa la metà delle turbine eoliche appartiene a cooperative locali. La legge obbliga i costruttori di nuovi impianti a offrire alla popolazione locale l’acquisto fino al 20% del valore dell’impianto. In Italia quella norma non esiste. Montefalcone ha ottenuto per via contrattuale, nel 2006, quello che altrove è garantito per legge.
Usare questa posizione solo come entrata di bilancio sarebbe la scelta più semplice. Usarla come leva per trattenere giovani, attrarre nuovi residenti, finanziare servizi con i proventi del vento, sarebbe la scelta più difficile.
Ma probabilmente anche la più importante.
Rocco Ciarmoli