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Il castello di Montefalcone: storia di una rocca che dominava il Fortore

L'articolo ricostruisce la storia del castello di Montefalcone di Val Fortore, oggi ridotto a ruderi. Ne descrive la struttura difensiva e amministrativa, la posizione strategica sul Fortore, la tradizione di origine sveva, l'attestazione documentaria del 1444 tra i beni di Giacomo Antonio de Mareri, il ruolo giurisdizionale ed economico della baronia, i possibili danni sismici (1456, 1805) e la distruzione del 1809 in epoca napoleonica come rifugio di bande armate.

Oggi del castello di Montefalcone di Val Fortore resta poco: qualche rudere, la memoria di un torrione, la sagoma appena leggibile di una grande assenza sulla cima del paese. Eppure, proprio là dove oggi lo sguardo incontra una collina spoglia, un tempo sorgeva una delle strutture più importanti della baronia: un castello possente, costruito sulla roccia di puddinga, capace di dominare l’alta Valle del Fortore e la parte montuosa dell’antica provincia di Foggia.

Non era un semplice edificio difensivo. Era il cuore alto del borgo, il segno visibile del potere feudale, il luogo da cui si controllavano uomini, terre, rendite, pascoli, vie di passaggio e confini. Il paese gli si raccoglieva intorno, con le sue case modeste adagiate sotto la massa severa della fortezza. Una descrizione antica lo restituisce con un’immagine potente: il castello “si ergeva superbo fra le umili casupole allora esistenti, come gigante fra una turba di servi”. In quella frase c’è tutto il mondo feudale: la pietra sopra, il popolo sotto; il comando sulla cima, la vita quotidiana alle sue pendici.

La posizione non era casuale. Montefalcone sorgeva su un’altura strategica, in un territorio di passaggio tra Campania interna, Molise e Puglia. Da quel colle si poteva osservare la valle, controllare i movimenti lungo il Fortore, sorvegliare le vie percorse da greggi, mercanti, soldati e viandanti. Il castello era una sentinella d’altura: non guardava solo il paese, guardava il territorio.

La sua struttura conferma questa funzione. La pianta aveva forma romboidale ed era cinta da mura massicce. Al centro si apriva un cortile scoperto, nel quale si trovava una cisterna profonda circa dieci metri, destinata a raccogliere l’acqua piovana. Era un elemento essenziale: in caso di assedio, l’acqua significava resistenza, sopravvivenza, possibilità di continuare a difendersi anche quando il mondo esterno diventava nemico.

L’accesso al castello avveniva attraverso un sistema difensivo a doppia soglia. Superata una prima porta esterna, inserita nella cinta muraria più avanzata, si percorreva un breve tratto interno obbligato fino a incontrare una seconda porta. Solo oltre questo secondo varco si apriva il cortile interno, attorno al quale erano disposte le stalle, diversi ambienti adibiti a magazzini e una cantina. Al di sotto del primo piano vi erano depositi di armi e locali per la conservazione delle vettovaglie. Nei sotterranei erano sistemati fusti e botti per il vino, insieme ai recipienti destinati alle derrate provenienti dalle decime feudali. Tutto, in quel castello, parlava di difesa e amministrazione. Non era costruito per la comodità, ma per la durata.

Dal cortile, salendo una scala di pietra, si raggiungeva il piano superiore. Qui si trovavano una sala, diverse camere e una torretta posta all’angolo del palazzo baronale. Alcune stanze guardavano verso Oriente e Settentrione, aprendosi su campagne, pianure, colline e paesi vicini. Da quelle finestre il barone non osservava solo un paesaggio: osservava il proprio dominio.

Secondo la tradizione riportata dalle fonti locali, dal castello partivano anche due cunicoli segreti, utilizzati come vie di fuga in caso di attacco. Uno avrebbe attraversato la parte destra del paese, sboccando in contrada Grotta dopo circa 1500 metri; l’altro avrebbe percorso la parte sinistra, fino a contrada Concilio, per una lunghezza di circa 2000 metri.

Sono notizie che andrebbero verificate con indagini archeologiche e rilievi moderni, ma raccontano bene l’immaginario difensivo legato alla fortezza: il castello non era solo ciò che si vedeva sopra la terra, ma anche ciò che correva nascosto sotto il paese.

La sua origine viene ricondotta, dalla tradizione storica locale, all’età sveva e al contesto di Federico II. È una pista suggestiva, perché nel XIII secolo l’area della Capitanata fu profondamente segnata dalla politica federiciana, dalla presenza di Lucera e dalla costruzione di castelli e presidi militari. In quello stesso orizzonte vengono ricordati i castelli di Tertiveri, Motta Montecorvino, Pietra, Alberona e Montefalcone. Va però distinta la tradizione dalla prova documentaria: attribuire con certezza la fondazione del castello a Federico II richiederebbe documenti specifici. Più fragile, invece, appare l’attribuzione a Federico Barbarossa, già considerata errata dalle stesse fonti locali.

Nel Quattrocento il castello entra con maggiore chiarezza nella storia del Regno. Nei registri aragonesi Montefalcone di Val Fortore compare come castello inserito nel sistema feudale. Nel 1444 viene ricordato insieme alla villa di Vaccarizza tra i beni confermati a Giacomo Antonio de Mareri. Questo dato è fondamentale: Montefalcone non era un luogo marginale o dimenticato, ma un feudo riconosciuto dalla Corona, dotato di diritti, rendite e giurisdizione.

Proprio la giurisdizione feudale rivela la vera natura del castello. Il barone esercitava poteri civili e penali sui vassalli, con mero e misto imperio. Disponeva di uffici, rendite, beni fondiari, pascoli, taverna, piazza, diritti sulle decime e sul passaggio delle greggi abruzzesi. L’università, cioè la comunità locale, era governata da un sindaco e quattro eletti, nominati in pubblico parlamento e confermati dal barone. Ogni anno veniva anche indicato un cittadino incaricato di svolgere l’ufficio di erario presso il feudatario, cioè di curare la riscossione delle rendite e presentare il rendiconto.

Questo significa che il castello non era soltanto una rocca militare. Era il centro amministrativo della baronia. Da lì passavano il controllo della giustizia, la gestione delle terre, la raccolta delle rendite, la conservazione delle derrate, la difesa del borgo e la rappresentazione stessa del potere signorile.

Anche il paesaggio intorno al castello era parte di questo sistema. La Camera marchesale possedeva beni fondiari, taverna, piazza e diritti economici dati in affitto. Il vasto possedimento della Montagna, chiuso da muro a secco e cancello di legno, si estendeva per circa 575 tomoli. L’erbaggio del territorio di Montefalcone, il pascolo degli animali, le decime, il passaggio delle greggi: tutto contribuiva a formare una rete economica che aveva nel castello il suo centro simbolico e operativo.

La storia materiale del castello fu probabilmente segnata anche dalla lunga vicenda sismica dell’Appennino meridionale. Montefalcone risulta tra i centri colpiti dal grande terremoto del 1456 e dal sisma del 1805. Tuttavia, allo stato attuale, non disponiamo ancora di una fonte primaria che descriva con precisione i danni subiti dal castello in occasione di questi terremoti. Più prudente è affermare che la fortezza, già antica e più volte esposta ai terremoti della regione, giunse all’Ottocento probabilmente compromessa. Nel 1809, in piena età napoleonica, secondo la tradizione storiografica locale il castello fu raso al suolo perché divenuto rifugio di bande armate e fuorilegge. Non si trattava ancora del brigantaggio postunitario, ma di quel clima di instabilità, resistenza e banditismo che attraversò molte aree interne del Mezzogiorno durante il dominio francese.
È un finale quasi tragico. La stessa costruzione nata per difendere l’ordine feudale diventò, agli occhi del nuovo potere, un luogo pericoloso, un rifugio da neutralizzare. La pietra che per secoli aveva incarnato il comando venne distrutta perché ormai associata al disordine.

 

Eppure il castello non scomparve in un solo momento. Anche dopo la distruzione, i suoi ruderi continuarono a gravare sul paese. Lo dimostra una notizia pubblicata dall’“Eco del Fortore” il 29 maggio 1910, in un articolo dal titolo eloquente: “Castello in pericolo”. Su richiesta dell’Amministrazione comunale, l’Ufficio del Genio Civile di Benevento inviò a Montefalcone l’ingegnere Camerlengo per verificare lo stato dei resti del vecchio castello medievale. Il sopralluogo accertò che il pericolo di caduta e frana era imminente e minacciava le abitazioni sottostanti. La spesa necessaria per mettere in sicurezza l’area fu stimata in circa 20.000 lire, una somma che il Comune dichiarò di non poter sostenere per l’esiguità del proprio bilancio, chiedendo quindi l’intervento dello Stato.

Il castello, dunque, continuò a dominare Montefalcone anche da rovina: non più come fortezza, non più come palazzo baronale, ma come presenza instabile, pericolosa, sospesa sopra l’abitato. Ciò che un tempo aveva protetto e governato il paese, all’inizio del Novecento rischiava ormai di franargli addosso.

Oggi, però, quelle rovine non sono mute. Raccontano un passato molto più grande di quanto l’attuale stato dei luoghi lasci immaginare. Montefalcone non fu sempre periferia. Fu castello, baronia, presidio, comunità fiscale, punto di controllo del Fortore. Il suo maniero custodiva acqua, armi, vino, vettovaglie, uffici, stanze, cortili e passaggi segreti. Era una macchina di difesa, ma anche una macchina di governo.

Restituire questa storia significa guardare il colle del castello con occhi diversi. Non come un vuoto, ma come un palinsesto. Non come un rudere qualunque, ma come il luogo in cui per secoli si concentrarono paure, poteri, economie e speranze di una comunità intera.

Il castello di Montefalcone non esiste quasi più nella pietra, ma può tornare a esistere nella conoscenza, nella ricerca, nella ricostruzione storica e nella coscienza di un paese che, prima di essere margine, fu altura, frontiera e dominio.

Oggi, però, quelle rovine non sono mute. Raccontano un passato molto più grande di quanto l’attuale stato dei luoghi lasci immaginare. Montefalcone non fu sempre periferia. Fu castello, baronia, presidio, comunità fiscale, punto di controllo del Fortore. Il suo maniero custodiva acqua, armi, vino, vettovaglie, uffici, stanze, cortili e passaggi segreti. Era una macchina di difesa, ma anche una macchina di governo.

Restituire questa storia significa guardare il colle del castello con occhi diversi. Non come un vuoto, ma come un palinsesto.
Non come un rudere qualunque, ma come il luogo in cui per secoli si concentrarono paure, poteri, economie e speranze di una comunità intera.

Il castello di Montefalcone non esiste quasi più nella pietra ma può tornare a esistere nella conoscenza, nella ricerca, nella ricostruzione storica e nella coscienza di un paese che, prima di essere margine, fu altura, frontiera e dominio.

 

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