La marcia della fame del Fortore
nell’aprile del 1957 centinaia di lavoratori tentarono di raggiungere Roma a piedi

Il 14 aprile 1957, Domenica delle Palme, disoccupati, braccianti e contadini dell’Alto Fortore si misero in cammino verso Roma per chiedere lavoro e un intervento dello Stato contro la miseria che affliggeva il territorio. La polizia fermò la marcia prima che potesse lasciare il Sannio. A quella mobilitazione partecipò anche Montefalcone di Val Fortore, allora amministrata dal sindaco Mario Cirillo. Una pagina poco conosciuta della storia sociale del Fortore e del Mezzogiorno del dopoguerra.
All’alba del 14 aprile 1957, mentre nei paesi si celebrava la Domenica delle Palme, centinaia di persone cominciarono a radunarsi a San Bartolomeo in Galdo. C’erano braccianti rimasti senza lavoro, contadini, sindacalisti, ma anche donne con bambini, anziani e ragazzi. Provenivano dai centri dell’Alto Fortore e avevano un progetto che, considerate le condizioni economiche di molti di loro, aveva qualcosa di straordinario: percorrere a piedi i circa trecento chilometri che li separavano da Roma e portare davanti alle istituzioni dello Stato la disperazione di una terra nella quale per migliaia di persone non c’era lavoro.
Non sarebbero mai arrivati nella capitale. La loro marcia sarebbe stata fermata dalle forze dell’ordine ancora nel Sannio, tra sbarramenti, inseguimenti, scontri e manifestanti caricati sugli automezzi e ricondotti nei paesi di provenienza. Ma quell’iniziativa, passata alla storia come “marcia della fame” del Fortore, rimane una delle testimonianze più significative delle condizioni economiche e sociali vissute dalle popolazioni dell’area nella seconda metà degli anni Cinquanta.
Un territorio rimasto ai margini della ricostruzione
Per comprendere perché centinaia di persone fossero disposte ad affrontare un viaggio del genere bisogna guardare al Fortore del secondo dopoguerra.
L’Italia stava cambiando rapidamente. La ricostruzione seguita alla guerra aveva rimesso in moto l’economia nazionale e il Paese si avvicinava alla stagione del cosiddetto “miracolo economico”, che tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta avrebbe trasformato profondamente la società italiana. L’industrializzazione, però, procedeva soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord, mentre vaste zone interne del Mezzogiorno continuavano a vivere in condizioni completamente diverse.
Il Fortore era una di queste.
L’economia era ancora prevalentemente agricola e la possibilità di ottenere un reddito dipendeva in larga misura dalla terra e dal lavoro bracciantile. Le caratteristiche del territorio rendevano difficile un’agricoltura intensiva: terreni spesso argillosi e poco produttivi, una rete viaria insufficiente, collegamenti difficili fra i paesi e un isolamento che ostacolava lo sviluppo di attività economiche alternative. Gli interventi pubblici e la riforma agraria avviata nel 1950 non riuscirono a produrre nel Fortore quella trasformazione economica che molti avevano sperato.
Il problema più immediato era la disoccupazione. Per un bracciante agricolo non avere lavoro significava non avere giornate da mettere insieme e, quindi, non disporre del denaro necessario per mantenere la famiglia. Dietro la parola “disoccupato” c’erano famiglie numerose, case nelle quali il reddito era precario e un’economia domestica nella quale bastava una cattiva annata o la mancanza di alcune settimane di lavoro per rendere ancora più difficile una condizione già fragile.
La protesta del 1957 nacque dentro questa realtà.
Prima della marcia verso Roma
L’idea di raggiungere la capitale non fu improvvisa. Nel Fortore la tensione sociale era cresciuta durante gli anni precedenti e, parallelamente, era aumentata la presenza delle organizzazioni sindacali fra contadini e braccianti.
Già nel 1956 alcuni disoccupati della zona avevano organizzato una prima importante protesta. Parte a piedi e parte servendosi di mezzi di fortuna, avevano raggiunto Benevento per manifestare davanti agli uffici competenti e chiedere interventi capaci di creare occupazione.
Le autorità provinciali avevano fornito rassicurazioni e promesso provvedimenti, ma nei paesi del Fortore i risultati concreti erano stati giudicati insufficienti. Il malcontento non si spense e maturò così l’idea di una protesta molto più ambiziosa: se le richieste avanzate a Benevento non avevano prodotto una risposta adeguata, i lavoratori sarebbero andati direttamente a Roma.
Non era soltanto una questione sindacale. Nelle campagne meridionali di quegli anni le rivendicazioni per il lavoro si intrecciavano inevitabilmente con la politica. Il movimento operaio e contadino aveva trovato soprattutto nella CGIL e nei partiti della sinistra, in particolare nel PCI, organizzazioni capaci di dare voce alle proteste. Dall’altra parte c’erano governi nazionali imperniati sulla Democrazia Cristiana e un apparato dello Stato che, nel clima della Guerra fredda, guardava spesso con particolare attenzione alle mobilitazioni sostenute dai comunisti.
Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare la marcia soltanto come un’iniziativa politica. Le ricerche condotte successivamente mostrano una realtà più complessa: non tutti i partecipanti possedevano una precisa identità politica e alcuni guardavano con diffidenza persino al rischio che la loro condizione venisse strumentalizzata. Ciò che li univa era soprattutto una richiesta elementare: poter lavorare e immaginare per i propri figli un futuro diverso dalla miseria e dall’emigrazione.
14 aprile 1957: il Fortore si mette in cammino

La data scelta fu domenica 14 aprile, Domenica delle Palme.
Alle prime luci dell’alba la piazza centrale di San Bartolomeo in Galdo cominciò a riempirsi. Arrivavano braccianti, disoccupati e contadini, insieme a esponenti sindacali. Ma la composizione della manifestazione dice molto sulla natura della protesta: accanto ai lavoratori c’erano donne con bambini, anziani e adolescenti. Non era soltanto una categoria professionale a manifestare, ma una parte della società fortorina.
L’iniziativa coinvolse diversi comuni e richiese un’organizzazione preventiva. Il viaggio verso Roma sarebbe durato giorni e molti dei partecipanti disponevano di pochissime risorse. Nei paesi si attivò perciò una rete di solidarietà.
A Foiano di Val Fortore, San Bartolomeo in Galdo, Montefalcone di Val Fortore e San Marco dei Cavoti furono raccolti viveri e denaro destinati ai marcianti.
Questo particolare è particolarmente importante per la storia di Montefalcone. Il paese non compare nella vicenda soltanto perché geograficamente appartenente al Fortore: partecipò concretamente alla mobilitazione e alla sua organizzazione.
Il programma prevedeva che i diversi gruppi confluissero lungo il percorso, raggiungessero San Marco dei Cavoti e da lì proseguissero insieme verso Roma.
Le autorità, però, erano già preparate.
Lo sbarramento al ponte delle Sette Luci

Uno dei punti di raccolta era il ponte delle Sette Luci, che collegava i territori di Foiano e San Bartolomeo. Quando i manifestanti vi arrivarono trovarono davanti a sé un imponente schieramento delle forze dell’ordine.
La tensione aumentò rapidamente. Un primo gruppo venne invitato a disperdersi, ma seguirono momenti concitati e scontri fisici. Quattro lavoratori rimasero feriti e altri riportarono contusioni.
Un altro gruppo, formato da circa ottanta lavoratori provenienti da Foiano, venuto a conoscenza dello sbarramento decise di abbandonare la strada provinciale e cercare un percorso attraverso le montagne.
Cominciarono così gli inseguimenti nei boschi. Le forze dell’ordine avevano ricevuto disposizioni affinché il passaggio dei manifestanti fosse impedito e alcuni agenti si inoltrarono nella zona alla ricerca di coloro che avevano tentato di aggirare il blocco.
Con il trascorrere delle ore una parte del corteo si disperse. Molti anziani, donne e ragazzi, stanchi e scoraggiati, fecero ritorno a casa.
Altri non rinunciarono.
Sfuggendo ai controlli e attraversando sentieri e montagne, alcuni gruppi riuscirono a raggiungere San Marco dei Cavoti. Qui trovarono un’assistenza di fortuna e trascorsero la notte dove fu possibile trovare riparo, anche all’interno delle stalle.
Dopo una giornata di cammino, scontri e inseguimenti, avrebbero potuto considerare conclusa la protesta. La mattina seguente decisero invece di ripartire.
Il secondo giorno e la fine della marcia

Il 15 aprile i manifestanti rimasti ripresero il cammino.
Roma continuava a essere la meta, nonostante fosse ormai evidente che le autorità non avrebbero consentito loro di raggiungerla.
Dopo alcune ore, nei pressi di Pesco Sannita, trovarono un nuovo sbarramento. Questa volta le forze dell’ordine misero definitivamente fine alla marcia. I gruppi furono dispersi, alcuni manifestanti tentarono nuovamente la fuga, altri vennero caricati sugli automezzi.
Il viaggio verso Roma era terminato a poche decine di chilometri dai paesi dai quali era cominciato.
Il giorno successivo, 16 aprile 1957, l’Unità raccontò quanto era accaduto in un ampio servizio del suo inviato speciale Costanzo Savoia, significativamente intitolato:
«La marcia dei disoccupati della Val Fortore impedita dall’intervento della polizia»
Il sottotitolo riassumeva la situazione: i lavoratori erano stati caricati sugli automezzi e riportati nei comuni di provenienza, mentre nei paesi continuava l’agitazione per ottenere lavoro.
Il giornale pubblicò anche una fotografia della manifestazione, accompagnandola con la didascalia «VAL FORTORE – L’avanguardia della “marcia della fame”».
Quella fotografia è oggi uno dei documenti visivi più significativi dell’intera vicenda.
Mario Cirillo e il ruolo di Montefalcone
Dopo il blocco della marcia la protesta si spostò sul terreno istituzionale. Una delegazione di amministratori e rappresentanti politici incontrò il prefetto di Benevento per chiedere una soluzione alla situazione occupazionale.
Tra loro c’era Mario Cirillo, sindaco di Montefalcone di Val Fortore.
Cirillo, alla guida del Comune dal 1956, era una figura profondamente inserita nel movimento politico e sindacale sannita. Comunista, avrebbe ricoperto incarichi di primo piano nella CGIL e nella Camera del Lavoro di Benevento e la sua attività sarebbe rimasta strettamente legata alle rivendicazioni dei lavoratori e delle popolazioni delle aree interne.
La sua presenza nella vertenza del 1957 permette di inserire la marcia anche nella storia politica di Montefalcone. Il paese aveva contribuito alla raccolta di viveri e denaro per i manifestanti e, una volta interrotta la protesta, il suo sindaco partecipò direttamente al confronto con le autorità provinciali.
All’incontro con il prefetto erano presenti anche il sindaco di San Marco dei Cavoti, rappresentanti politici e il consigliere provinciale Iannelli. Secondo il resoconto de l’Unità, tuttavia, dal colloquio non uscirono provvedimenti capaci di affrontare strutturalmente il problema. Per San Bartolomeo si parlò dell’assunzione di alcune decine di operai per un numero limitato di giornate; per Montefalcone venne prospettato un generico intervento straordinario.
Era troppo poco rispetto alle aspettative che avevano spinto quelle persone a mettersi in cammino.
Il giornale riportò efficacemente il senso della risposta dei lavoratori: alle proprie famiglie non si potevano dare da mangiare le promesse.
Il lavoro, prima ancora della politica
La definizione “marcia della fame” è rimasta nella memoria collettiva, ma rischia di semplificare il significato della protesta.
Quegli uomini non stavano chiedendo semplicemente assistenza. Chiedevano lavoro.
È una distinzione importante, perché permette di comprendere il senso profondo della mobilitazione. I braccianti e i disoccupati del Fortore non chiedevano di essere mantenuti dallo Stato, ma che lo Stato intervenisse per creare le condizioni necessarie a lavorare nella propria terra: opere pubbliche, infrastrutture, occupazione, investimenti e una politica capace di ridurre il divario che separava le aree interne dalle zone del Paese che si stavano sviluppando.
Questa richiesta emerge con particolare forza se la marcia viene osservata alla luce di ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi.
Mentre l’Italia conosceva una delle fasi di crescita economica più rapide della propria storia, il Fortore cominciava a perdere popolazione. La mancanza di opportunità che i manifestanti denunciavano nel 1957 sarebbe diventata uno dei principali motori dell’emigrazione.
Lo spopolamento fu particolarmente intenso fra 1951 e 1971, quando il territorio perse circa il 28 per cento della popolazione. A partire furono soprattutto i giovani e le persone in età lavorativa, proprio quella componente della società sulla quale avrebbe dovuto poggiare qualsiasi prospettiva di sviluppo.
Per molte famiglie la soluzione non sarebbe arrivata attraverso nuovi posti di lavoro nel Fortore, ma attraverso un biglietto ferroviario verso Torino, Milano o altre città industriali, oppure attraverso l’emigrazione in Svizzera, Germania, Belgio e negli altri Paesi europei che richiedevano manodopera italiana.
La marcia del 1957 si colloca esattamente all’inizio di questa trasformazione.

Una protesta dentro l’Italia della Guerra fredda
La reazione delle autorità va letta anche nel contesto politico dell’epoca.
L’Italia degli anni Cinquanta era una democrazia ancora giovane, uscita da poco dalla dittatura fascista e dalla guerra, ma era contemporaneamente uno dei Paesi nei quali la contrapposizione politica della Guerra fredda risultava più intensa. La Democrazia Cristiana rappresentava il centro del sistema di governo, mentre il Partito Comunista Italiano disponeva di un vastissimo consenso popolare e di una presenza capillare nelle organizzazioni dei lavoratori.
Nel Mezzogiorno le lotte per la terra e per il lavoro avevano già prodotto, negli anni precedenti, manifestazioni, occupazioni e duri confronti con le autorità.
Anche la protesta del Fortore venne quindi interpretata attraverso categorie politiche. I documenti delle autorità parlavano dei manifestanti come di persone da controllare e identificare e alcuni partecipanti furono schedati. Nella ricostruzione successiva della vicenda emerge però la distanza tra questa lettura e le motivazioni di molti dei protagonisti.
Il movimento sindacale e la sinistra contribuirono certamente all’organizzazione e diedero alla protesta una rappresentanza politica. Ma all’interno della marcia convivevano esperienze e sensibilità diverse. Alcuni partecipanti comprendevano solo parzialmente le contrapposizioni tra partiti; altri temevano che la politica potesse appropriarsi della loro protesta.
Ciò che rende la marcia storicamente significativa è proprio questo: dietro le bandiere e lo scontro politico rimaneva un bisogno concreto che attraversava intere comunità.
Una sconfitta che raccontava il futuro
Dal punto di vista immediato, la marcia fu una sconfitta.
I manifestanti non raggiunsero Roma, non ottennero nell’immediato quel cambiamento che avevano immaginato e tornarono nei propri paesi senza una soluzione definitiva al problema del lavoro.
Eppure, osservata a distanza di quasi settant’anni, quella protesta appare quasi profetica.
Gli uomini e le donne che si misero in cammino denunciavano l’impossibilità di costruire un futuro nei paesi dell’Appennino. Negli anni successivi proprio quella mancanza di prospettive avrebbe alimentato un’emigrazione enorme, trasformando definitivamente la struttura sociale e demografica del Fortore.
Intere generazioni sarebbero partite. Molti paesi avrebbero perso una parte consistente dei propri abitanti. Le famiglie si sarebbero divise tra chi rimaneva e chi lavorava lontano, e le rimesse degli emigrati sarebbero diventate una componente fondamentale dell’economia locale.
Per questo la marcia del 1957 non appartiene soltanto alla storia del movimento sindacale o alla storia politica del PCI e della sinistra sannita. Appartiene alla storia sociale del Fortore.
Racconta un territorio che, proprio mentre l’Italia si avviava verso il boom economico, chiedeva di non essere lasciato indietro.
La memoria della “marcia della fame”
Per molti anni la vicenda è sopravvissuta soprattutto nella memoria dei protagonisti, nelle cronache dei giornali e nei documenti prodotti dalle autorità.
Oggi disponiamo di un patrimonio documentario che consente di ricostruirla con maggiore precisione: fotografie dei manifestanti, articoli de l’Unità, del Mattino e del Roma, informative del Ministero dell’Interno e documentazione proveniente dagli archivi di Prefettura e Questura.
Particolarmente prezioso è il lavoro di ricerca svolto da Antonio Bove, che ha approfondito i movimenti operai e bracciantili del Fortore e ricostruito gli avvenimenti dell’aprile 1957 attraverso fonti documentarie e giornalistiche.
Quei documenti consentono oggi di andare oltre la formula con la quale la vicenda è stata tramandata.
La “fame” esisteva, ed era concreta. Ma dietro quella parola c’erano soprattutto uomini e donne che chiedevano di non essere costretti ad abbandonare i propri paesi per sopravvivere.
Il 14 aprile 1957 decisero di trasformare quella richiesta in un gesto visibile. Uscirono dalle case, attraversarono le strade e i sentieri del Fortore e tentarono di portare la propria voce fino a Roma.
La polizia riuscì a fermare la loro marcia.
Non riuscì a cancellare la domanda che l’aveva provocata.
Era la domanda di lavoro e di sviluppo di un territorio che temeva di essere abbandonato. Una domanda che la storia successiva del Fortore, segnata dall’emigrazione e dallo spopolamento, avrebbe dimostrato essere tutt’altro che infondata.
Fonti principali per la pubblicazione: Antonio Bove, 14 Aprile 1957: la fame in marcia, Istituto Storico Sannio Telesino, 19 aprile 2021; Costanzo Savoia, La marcia dei disoccupati della Val Fortore impedita dall’intervento della polizia, l’Unità, 16 aprile 1957. La ricostruzione di Bove segnala inoltre tra le fonti documentarie le informative delle autorità e le cronache pubblicate da Il Mattino e Roma il 15 aprile 1957.
Approfondimenti video
CONNESSIONI DELL’ARCHIVIO
Contenuti collegati

Dall’antico feudalesimo al neo-feudalesimo energetico
Tema, luogo o periodo in comuneLa storia del Fortore e dell'intero Appennino meridionale sembra attraversata da una contraddizione che cinque secoli di trasformazioni politiche, economiche…
Apri la scheda →
Centenari del Fortore, il Pascale studia nuove difese contro il cancro
Tema, luogo o periodo in comuneIl punto di partenza della ricerca è semplice solo in apparenza: invece di chiedersi perché alcune persone sviluppino un tumore,…
Apri la scheda →
Il Fortore prima dei confini
Tema, luogo o periodo in comuneGuardando una carta contemporanea è difficile immaginare il Fortore come uno spazio centrale nelle comunicazioni dell’Italia meridionale. Il territorio appare…
Apri la scheda →
Strategia FARO: 17,6 milioni per provare a fermare lo spopolamento del Fortore
Tema, luogo o periodo in comuneIl 29 settembre 2026, nell’aula consiliare di San Marco dei Cavoti, tredici sindaci sui quattordici che compongono la Comunità Montana…
Apri la scheda →
Spopolamento nel Fortore, l’appello di Zaccaria Spina: «Fate presto»
Tema, luogo o periodo in comune«Fate presto». È l’appello rivolto alla Regione Campania da Zaccaria Spina, presidente della Comunità Montana del Fortore, nel servizio realizzato…
Apri la scheda →
Foiano di Val Fortore nella storia dell’eolico italiano
Tema, luogo o periodo in comuneNel 1996, sui crinali di Foiano di Val Fortore, arrivarono otto aerogeneratori che oggi apparirebbero quasi estranei al paesaggio eolico…
Apri la scheda →
L’ultima volta
Tema, luogo o periodo in comuneCi sono momenti della nostra vita ai quali non attribuiamo alcuna importanza mentre accadono. Eppure, a distanza di anni, acquistano…
Apri la scheda →
21 agosto 1962: il terremoto che cambiò il volto del Fortore
Tema, luogo o periodo in comuneNel 1962 l’Italia viveva gli anni del cosiddetto miracolo economico. Le fabbriche del Nord attiravano manodopera, la televisione entrava nelle…
Apri la scheda →
San Bartolomeo in Galdo e l’emigrazione degli anni Settanta
Tema, luogo o periodo in comuneUn filmato dedicato all’emigrazione da San Bartolomeo in Galdo negli anni Settanta. Le immagini documentano una stagione che ha segnato…
Apri la scheda →
Il diritto al territorio nell’Europa delle rinnovabili
Tema, luogo o periodo in comuneNel maggio del 2014, quando la Regione Campania autorizza a distanza di pochi giorni i nuovi impianti Edison di Montefalcone…
Apri la scheda →
La scuola nel Fortore tra spopolamento e carenza di docenti
Tema, luogo o periodo in comuneNel numero del Valfortore del 1° dicembre 1949, un breve articolo dedicato alle scuole popolari descriveva una realtà molto diversa…
Apri la scheda →
La saturazione selettiva
Tema, luogo o periodo in comuneNel 2010 la Regione Campania aveva descritto l’Alto Fortore come un territorio ormai fortemente compromesso dalla concentrazione degli impianti eolici.…
Apri la scheda →