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Novembre 1943: la rivolta di Montefalcone di Val Fortore nei documenti inediti degli Alleati

Il 2 novembre 1943 circa mille persone assaltarono e incendiarono il Municipio. I rapporti dell’Allied Military Government e dell’Arma dei Carabinieri ricostruiscono le cause della protesta, gli arresti e le drammatiche condizioni della popolazione.

Alle cinque del pomeriggio del 2 novembre 1943, una folla stimata in circa mille persone assaltò e diede alle fiamme il Municipio di Montefalcone di Val Fortore. Gli archivi comunali furono completamente distrutti e soltanto l’intervento dei Carabinieri Reali impedì che l’incendio raggiungesse anche il vicino Ufficio postale.

Non fu un episodio isolato né un’esplosione improvvisa priva di cause. Nell’autunno del 1943 il Fortore attraversava uno dei momenti più drammatici della propria storia recente. Il regime fascista era caduto da pochi mesi, l’Italia aveva firmato l’armistizio e il territorio era passato sotto il controllo degli Alleati. La popolazione, stremata dalla guerra e dalla scarsità di viveri, viveva in un clima di profonda incertezza politica e sociale.

A ricostruire con precisione quanto accadde sono i rapporti dell’AMG – Allied Military Government e dell’Arma dei Carabinieri. Le carte restituiscono non soltanto la cronaca della rivolta, ma anche il ritratto di una comunità piegata dalla fame, attraversata dalla disinformazione e sospesa tra la fine del fascismo e la difficile nascita di un nuovo ordine.

Fame, ammasso e false notizie

Gli interrogatori condotti dagli ufficiali alleati, tra i quali il maggiore F. J. Armstrong e il capitano La Rosa, individuarono alla base dei disordini una combinazione di privazioni materiali, malcontento e notizie prive di fondamento.

La popolazione soffriva da tempo una grave carenza di generi di prima necessità, in particolare di farina. Nelle campagne cresceva inoltre l’insofferenza verso le requisizioni di grano effettuate dagli agenti dell’Ammasso, il sistema attraverso il quale lo Stato obbligava i produttori a conferire una parte dei raccolti.

All’arrivo delle truppe alleate si era poi diffusa tra gli abitanti la convinzione che il razionamento e il pagamento delle imposte fossero stati aboliti. La fine del regime veniva interpretata anche come la cessazione immediata degli obblighi imposti dallo Stato.

A esasperare ulteriormente gli animi contribuì una voce del tutto infondata, che si sosteneva fosse stata trasmessa per radio: gli inglesi avrebbero bombardato Montefalcone se il Municipio non fosse stato distrutto.

Fame, ostilità verso le requisizioni e disinformazione finirono così per alimentare una protesta che, nel giro di poche ore, si trasformò nell’assalto al palazzo comunale.

Gli arresti e la difficile gestione dell’ordine pubblico

Dopo i disordini furono identificate circa cento persone e una trentina di manifestanti venne inizialmente arrestata.

Le autorità locali, tuttavia, non disponevano né di celle di sicurezza adeguate né dei mezzi necessari per trasferire tutti i fermati. Molti dovettero quindi essere temporaneamente rilasciati.

In seguito, dodici persone, indicate nei documenti alleati come presunti capi della rivolta — ringleaders — furono condotte nel carcere di Benevento, in attesa di essere giudicate da una Corte militare superiore.

Anche questo particolare restituisce la precarietà delle istituzioni in quei mesi: mentre si tentava di ristabilire l’ordine, mancavano persino gli strumenti materiali per custodire e trasferire gli arrestati.

Lo scontro sulla guida del Comune

I rapporti dell’epoca documentano anche le tensioni politiche che attraversavano l’amministrazione comunale.

Il dottor Domenico Querques, indicato nelle carte come podestà legittimo, denunciò alla Commissione Alleata di Controllo la posizione di Eldo De Angelis, gerarca fascista che il prefetto Normile aveva temporaneamente mantenuto alla guida del Comune.

La sua permanenza suscitava un diffuso malcontento, aggravato dalle contestazioni relative alle sue assenze dal paese. La vicenda mostra quanto fosse confuso il passaggio istituzionale seguito alla caduta del fascismo: le vecchie autorità non erano state ancora completamente sostituite, mentre quelle nuove faticavano ad affermarsi.

Dalle indagini alleate emersero inoltre sospetti di connivenza nei confronti del sacerdote Antonio Petrilli e critiche alla condotta del comandante locale dei Carabinieri, il brigadiere Francesco Ventrone. Si tratta delle valutazioni contenute nei rapporti redatti in quei giorni, che restituiscono il clima di reciproca diffidenza nel quale si svolsero le indagini.

Le famiglie senza più le rimesse dall’America

Le carte dell’Allied Military Government vanno oltre la cronaca giudiziaria e politica. Raccontano le condizioni materiali nelle quali viveva una parte considerevole della popolazione.

Nel gennaio del 1944 il maggiore Armstrong richiamò l’attenzione sulla situazione delle famiglie più povere di Montefalcone. Molte dipendevano storicamente dalle rimesse inviate dagli emigrati negli Stati Uniti, ma la guerra aveva interrotto il flusso di denaro proveniente dall’America.

Il rapporto evidenziava una contraddizione particolarmente dolorosa: numerosi figli di quelle stesse famiglie combattevano nelle file dell’Esercito statunitense, mentre i loro parenti rimasti a Montefalcone vivevano in condizioni di estrema povertà senza poter ricevere alcun sostegno.

La rivolta del 2 novembre appare così non soltanto come un episodio di disordine pubblico, ma come il punto di rottura di una comunità provata dalla fame, dalla guerra e dall’interruzione di legami economici che per decenni ne avevano garantito la sopravvivenza.

La lenta ripresa del 1944

Nella primavera del 1944 cominciarono a comparire i primi segnali di ripresa.

Nel mese di maggio il capitano Eldon F. Burdett riferì che la ricostruzione del Municipio era stata avviata. Le confische dei prodotti destinati al mercato nero cominciavano a produrre risultati e l’attività amministrativa tentava lentamente di tornare alla normalità.

Tra l’incendio del novembre 1943 e l’avvio della ricostruzione trascorsero soltanto pochi mesi, ma in quel breve periodo Montefalcone attraversò uno dei passaggi più complessi della sua storia: la fine del fascismo, l’occupazione alleata, la crisi alimentare, il crollo dell’autorità locale e il difficile ritorno a una vita civile ordinata.

I rapporti dell’Allied Military Government e dei Carabinieri consentono oggi di ricostruire quella vicenda attraverso date, nomi e circostanze rimaste a lungo fuori dal racconto pubblico. Non descrivono soltanto una rivolta: mostrano che cosa accade a una comunità quando la fame, la paura e il venir meno delle istituzioni trasformano il malcontento in una sollevazione collettiva.

La distruzione del Municipio del 2 novembre 1943 non fu dunque un episodio marginale della cronaca locale. Fu il drammatico riflesso, a Montefalcone di Val Fortore, della frattura politica e sociale che attraversava l’intero Paese.

 

Contributo e ricerca documentaria di Giuliano Lucarelli.

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