A metà degli anni Duemila a Montefalcone di Val Fortore nessuno poteva più dire di non sapere quanto valesse il vento. Erano trascorsi quasi dieci anni dall’entrata in esercizio delle prime turbine IVPC e la fase pionieristica era ormai lontana. Gli impianti avevano dimostrato di produrre energia, gli incentivi avevano accresciuto la redditività del settore, altri parchi erano comparsi nei comuni confinanti e attorno all’eolico era nato un vero mercato.
Era cambiata soprattutto la percezione locale di quella risorsa. Nel 1995 Montefalcone aveva sottoscritto con IVPC una convenzione che riconosceva al Comune l’1,5% del fatturato derivante dalla vendita dell’energia, senza comprendere nella stessa base gli incentivi. Soltanto due anni dopo, durante la discussione consiliare sull’ampliamento del parco, quella percentuale era già diventata motivo di contestazione: gli interessi economici legati agli impianti venivano definiti «altissimi», mentre il ritorno ottenuto dal territorio appariva decisamente più modesto.
Nel frattempo anche il quadro politico locale era cambiato. Nel 1999 era stato eletto sindaco Olindo Vitale, poi riconfermato nel 2004. È durante questa lunga fase amministrativa che il rapporto di Montefalcone con l’eolico subisce una trasformazione importante.
Non si tratta di un improvviso rifiuto della tecnologia. L’eolico aveva ormai prodotto anche ricadute concrete sul paese. IVPC aveva stabilito la propria sede operativa a Montefalcone, il service aveva cominciato ad assorbire giovani locali e intorno alla società si era costruito nel tempo un rapporto che andava oltre le sole royalties: contributi alle attività sportive e associative, sostegni a iniziative della comunità e persino interventi nel settore sociale. L’impresa non era più soltanto quella che possedeva le torri sui crinali; era ormai entrata nella vita economica del paese.
Ma contemporaneamente restava la sensazione di essere stati i primi e, proprio per questo, di aver contrattato quando non esistevano ancora termini di paragone.
Questa valutazione non appartiene soltanto alla memoria politica del periodo. È scritta negli atti con cui lo stesso Comune comincia a progettare una propria centrale eolica.
«Non si è riusciti a trarre i dovuti benefici»
L’idea di un impianto comunale precede di alcuni anni il boom dei nuovi progetti. Già nel settembre 2001 la Giunta inserisce una centrale elettrica da fonte eolica nel programma triennale delle opere pubbliche 2002-2004.
La motivazione contenuta nello studio di fattibilità è particolarmente significativa. Il Comune ricorda di essere stato uno dei primi territori dell’Italia meridionale ad aver ospitato un grande impianto eolico e riconosce apertamente che quell’anticipo aveva avuto anche un costo:
«l’essere stati i primi ha significato avere ridottissime esperienze per cui non si è riusciti a trarre i dovuti benefici a fronte dei notevoli costi ambientali e delle notevoli potenzialità economiche dell’intervento».
È una frase che racconta molto più di qualsiasi ricostruzione successiva. L’amministrazione non mette in discussione l’esistenza dell’eolico, ma il rapporto tra ciò che il territorio aveva ceduto e ciò che aveva ottenuto in cambio.
Nel frattempo, continuano gli stessi atti, erano maturate nuove esperienze, impianti erano stati realizzati nei comuni confinanti e soprattutto era ormai possibile verificare:
«l’effettiva notevole produttività economica della iniziativa privata».
La differenza rispetto al 1995 è tutta qui. Quando arrivò IVPC, Montefalcone si trovava davanti a un settore quasi sconosciuto. All’inizio degli anni Duemila conosce invece la produttività degli impianti, vede ciò che accade nei comuni vicini e possiede ormai strumenti sufficienti per comprendere che il vento non rappresenta soltanto una risorsa energetica: è diventato una rendita industriale.
Da questa consapevolezza nasce il progetto della centrale comunale.
Fare da sé, ma senza riempire il territorio di altre pale
La motivazione economica, però, è soltanto una parte della storia.
Negli stessi documenti compare un principio che diventerà centrale negli anni successivi. Il Comune immagina di localizzare il proprio impianto in continuità con il parco già esistente e lontano dal centro abitato, evitando di disseminare ulteriormente il territorio di aerogeneratori.
Negli atti viene utilizzata un’espressione sorprendentemente netta: la vasta occupazione del territorio viene indicata come il «vero limite dell’eolico».
Il progetto comunale nasce quindi dentro una strategia che tiene insieme due esigenze apparentemente opposte: sfruttare economicamente il vento e contemporaneamente evitare che la corsa agli impianti finisca per occupare ogni area ancora disponibile.
Il Comune non vuole uscire dal settore. Vuole provare a governarlo.
Non si discute più soltanto se accogliere oppure respingere l’eolico. Si tenta di stabilire quanta parte del territorio possa ancora essere utilizzata, da chi e a quali condizioni economiche.
Il Comune mette sul mercato il proprio progetto
Nel 2005 l’idea entra nella fase operativa.
Con il programma triennale delle opere pubbliche viene prevista la costruzione della centrale attraverso project financing, quindi con capitali interamente privati. Nell’aprile dello stesso anno il Comune pubblica l’avviso pubblico: l’opera dovrà essere finanziata totalmente dagli operatori interessati, mentre l’amministrazione mette a disposizione lo studio di fattibilità e la progettazione preliminare.

La risposta del mercato fotografa perfettamente il cambiamento avvenuto in dieci anni. Entro il 30 giugno arrivano cinque proposte: SA.IN, MONSUD, FIN.SO Energy, IVPC Power 2 e Fortore Energia.
Anche IVPC, dunque, partecipa alla procedura per il nuovo parco promosso dal Comune nel quale aveva costruito il proprio primo grande impianto.
La Commissione conclude la valutazione il 29 agosto 2005 e individua come maggiormente rispondente agli interessi dell’amministrazione la proposta di FIN.SO Energy S.p.A. di Roma.
La delibera che approva il promotore spiega anche a cosa dovrebbero servire i proventi. Le entrate annuali vengono indicate come risorse da utilizzare per migliorare i servizi alla collettività, rafforzare le potenzialità dell’area PIP, favorire l’occupazione e sostenere le attività produttive.
L’investimento previsto è di circa 6 milioni di euro oltre IVA, interamente a carico dei privati.
È quindi una forma particolare di intervento pubblico: il Comune non dispone del capitale necessario a costruire direttamente la centrale, ma utilizza lo strumento del project financing per trasformare una risorsa territoriale in entrate pubbliche e, nel lungo periodo, patrimonio pubblico.
IVPC contro il parco comunale
La scelta non passa senza opposizioni.
IVPC Power 2, una delle società che avevano partecipato alla procedura, presenta un ricorso straordinario al Capo dello Stato contro l’iniziativa del Comune.
Una risposta dell’Ufficio tecnico del luglio 2007 riassume le principali contestazioni in termini molto chiari. Una delle motivazioni indicate è:
«la compromissione della libertà imprenditoriale privata, turbata dall’iniziativa di un soggetto pubblico».
L’altra riguarda la presunta incompetenza del Comune ad attivare direttamente iniziative nel settore energetico.
Il passaggio è particolarmente interessante perché mostra quanto fosse cambiato il rapporto tra ente locale e industria privata. Negli anni Novanta il Comune si limitava essenzialmente ad autorizzare e contrattare le condizioni con gli operatori. Ora pretende di entrare direttamente nel mercato, utilizzando una gara pubblica e una società di progetto.
La Giunta affida la difesa allo studio Gallavotti-Honorati nel febbraio 2006. Il procedimento, però, non arriva alla decisione: il 7 aprile 2006 IVPC Power 2 rinuncia al ricorso. Nei documenti comunali esaminati non vengono indicate le ragioni della rinuncia.
La strada per il nuovo impianto resta quindi aperta.
Mentre nasce il parco comunale, Montefalcone prova a chiudere la porta agli altri
Proprio mentre porta avanti il proprio progetto, l’amministrazione scopre quanto forte sia diventata la pressione privata sul territorio.
Il 1° settembre 2005 il Consiglio comunale decide di istituire una commissione incaricata di predisporre un piano per regolamentare eventuali nuove installazioni.
Pochi mesi dopo, il 9 febbraio 2006, il sindaco Olindo Vitale scrive direttamente al Settore Fonti Energetiche della Regione Campania. Presso gli uffici regionali risultano richieste di Autorizzazione Unica per impianti da realizzare nel territorio di Montefalcone per una potenza complessiva di 142 MW.
Il Comune ricorda di avere già 43 torri IVPC e di essere in procinto di realizzare le sei previste dal progetto comunale. Una nuova massa di richieste di quelle dimensioni, scrive il sindaco, avrebbe avuto «un enorme impatto per le potenzialità residue del territorio comunale».
La conclusione è netta:
«questo Ente non può esimersi dalla difesa del proprio territorio».
Il Comune chiede quindi alla Regione di sospendere le procedure relative alle nuove centrali eoliche in attesa dell’approvazione del proprio piano di regolamentazione.
Il tentativo di trasformare quella posizione in una vera politica territoriale prende forma pochi mesi dopo. Il 26 giugno 2006, con la deliberazione consiliare n. 13, viene approvato un atto di programmazione per l’installazione degli impianti eolici. Il documento parte dalla constatazione che il territorio montefalconese aveva già sopportato una trasformazione profonda e indica tra gli obiettivi quello di «evitare installazioni incontrollate da parte di ditte che non garantiscono reali vantaggi per la collettività montefalconese».
La posizione del Comune non è però quella di chiudere definitivamente all’eolico. Al contrario, viene formulato un principio molto più preciso: prima stabilire quanti aerogeneratori il territorio possa ancora tollerare, tenendo conto dell’impatto ambientale e delle aree residue; poi riservare l’eventuale ulteriore capacità a iniziative capaci di produrre benefici concreti per la comunità. Il documento arriva a sostenere che, se esistono ancora spazi compatibili con nuovi impianti, questi debbano essere utilizzati «solo ed esclusivamente per iniziative del territorio, la cui ricaduta è a totale beneficio della collettività».
La programmazione immaginata nel 2006 è ancora prudente. Tra i criteri proposti compare un limite massimo di potenza installabile o gestibile da una singola impresa non superiore a 4 MW, mentre il Comune rivendica un ruolo centrale nell’individuazione dei siti e nella definizione delle condizioni alle quali consentire eventuali nuovi investimenti. L’obiettivo dichiarato è trasformare l’eolico, quando ancora possibile, in un’occasione di sviluppo locale e occupazionale, evitando che il territorio venga semplicemente occupato da nuove iniziative esterne.
Lo stesso atto guarda anche agli impianti già esistenti. Per il loro eventuale rinnovo, il Comune ritiene necessario ottenere condizioni economiche più favorevoli e ipotizza convenzioni capaci di comprendere non soltanto i ricavi dell’energia, ma anche quelli derivanti dai Certificati Verdi, arrivando a indicare una royalty nell’ordine del 3% del ricavo complessivo. È un altro segnale di quanto fosse cambiata, rispetto agli anni Novanta, la consapevolezza del valore economico del vento.
È qui che si comprende realmente la logica della politica comunale di quegli anni: non rinunciare al valore del vento, ma tentare di governarne lo sfruttamento, evitando una nuova occupazione incontrollata del territorio e cercando contemporaneamente di trattenere a Montefalcone una quota molto maggiore della ricchezza prodotta.
Ed è dentro questa impostazione che, l’anno successivo, prenderà forma il percorso destinato a condurre a STM: non semplicemente l’arrivo di un altro operatore eolico, ma il tentativo di trasformare l’eventuale capacità residua del territorio in un’iniziativa legata direttamente all’economia locale e alla partecipazione del Comune.
Nasce Wind Energy Montefalcone
Nel frattempo arriva anche l’autorizzazione regionale.
Con il D.D. n. 169 dell’11 maggio 2006 viene autorizzato l’impianto a Monte Fagotto.
FIN.SO Energy si associa quindi con E&S Energy e l’8 settembre 2006 viene costituita Wind Energy Montefalcone S.r.l., con capitale sociale iniziale di 100.000 euro. La società nasce espressamente come veicolo dell’operazione, costruita intorno a quella specifica concessione.
Il 27 settembre 2006 la concessione per progettazione, costruzione e gestione viene aggiudicata alla nuova società.
Il meccanismo societario rende concreto ciò che nel capitolo precedente avevamo descritto in termini generali: l’impianto viene isolato all’interno di una società di progetto, finanziabile e gestibile autonomamente.
Anche la successiva evoluzione della società racconta bene quel sistema. FIN.SO verrà incorporata da Energia & Servizi, che finirà per assumere il controllo di Wind Energy Montefalcone. Negli anni successivi le partecipazioni cambieranno ancora, ma la società creata nel 2006 continuerà a possedere e gestire l’impianto.
Dodici anni ai privati, poi società e centrale al Comune
Il cuore dell’operazione è però nella convenzione.
La concessione viene stabilita per dodici anni, e comunque per un periodo non inferiore alla durata dell’incentivazione attraverso i Certificati Verdi. Il concessionario finanzia la realizzazione attraverso Project Leasing, costruisce l’impianto, lo gestisce e ne incassa i ricavi.
Alla fine della concessione, però, deve consegnare al Comune l’impianto perfettamente funzionante e senza alcun indennizzo. Subito dopo deve essere trasferita al Comune:
«la proprietà dell’intero capitale sociale della società progetto/concessionario al valore simbolico di € 1».
È la differenza fondamentale rispetto alla prima stagione.
Nel 1995 Montefalcone concede lo sfruttamento del vento a una società privata e ottiene una percentuale. Nel 2006 utilizza invece il capitale privato per costruire un impianto che, almeno nel disegno contrattuale, deve diventare integralmente pubblico alla fine del periodo di concessione.
La storia successiva dimostrerà che quella clausola non era puramente teorica: nel 2024 il Comune arriverà effettivamente a detenere il 100% di Wind Energy Montefalcone.
Un ritorno economico completamente diverso
Il Comune non deve però aspettare la fine della concessione per ricevere benefici.
Il contratto prevede una royalty annuale collegata alla produttività dell’impianto. Fino a 2.000 ore equivalenti vengono riconosciuti 170.000 euro l’anno, ridotti a 150.000 qualora la produzione non superi le 1.800 ore. Oltre le 2.000 ore entrano in funzione maggiorazioni progressive, fino alla fascia massima prevista dal contratto.
Non è possibile confrontare direttamente queste cifre con il vecchio 1,5% IVPC, perché cambiano dimensione dell’impianto, regime degli incentivi e struttura della concessione. Ma il salto nel potere contrattuale dell’amministrazione è evidente.
E le previsioni non rimasero teoriche. Durante gli anni di esercizio la centrale registrò livelli di produzione tali da collocare sistematicamente il Comune nella fascia più alta dei corrispettivi previsti dalla convenzione. Montefalcone arrivò così a incassare ogni anno una cifra nell’ordine dei 265.000 euro, praticamente il massimo previsto dal sistema di maggiorazioni.
Quella che pochi anni prima era soltanto una previsione dello studio di fattibilità — utilizzare direttamente il vento per ottenere risorse da destinare alla comunità — si tradusse quindi in entrate annuali per centinaia di migliaia di euro.
IVPC rifiuta la revisione della convenzione
La nuova posizione del Comune si riflette contemporaneamente sul vecchio rapporto con IVPC.
Nella documentazione del periodo compare una proposta di revisione della convenzione del 1995, costruita proprio per correggere alcuni dei limiti emersi durante la prima stagione eolica. Tra le modifiche previste figurano il riconoscimento al Comune dell’1,5% anche sulla vendita dei Certificati Verdi e, per il periodo successivo alla scadenza originaria della convenzione, l’aumento al 2% del fatturato derivante dalla vendita dell’energia, insieme a una proroga del rapporto.
La proposta, però, non viene accettata da IVPC.
Il significato della trattativa è comunque chiaro: Montefalcone sta contemporaneamente cercando di rivedere le condizioni del vecchio eolico privato e costruire un proprio modello alternativo.
Da sei torri a quattro turbine
Anche la centrale comunale cambia durante il percorso.
Il progetto originario prevedeva sei aerogeneratori. La successiva variante riduce il numero delle macchine e aumenta la potenza unitaria, arrivando alla configurazione definitiva di quattro turbine da 1,5 MW, per una potenza complessiva di circa 6 MW.
È un dettaglio apparentemente tecnico, ma racconta una trasformazione più generale dell’eolico: le turbine diventano progressivamente più potenti e la stessa quantità di energia può essere prodotta utilizzando un numero inferiore di macchine.
È proprio questo concetto — meno torri, più potenza — che pochi anni dopo tornerà nella discussione sul repowering di un Alto Fortore ormai saturo.
STM: sessanta megawatt fatti in casa
È a questo punto che la politica costruita dal Comune compie un ulteriore salto.
L’amministrazione aveva già chiarito che la regolamentazione delle nuove installazioni non significava escludere qualsiasi altro progetto. Se fossero state individuate aree ancora compatibili con l’eolico, l’orientamento era quello di privilegiare un progetto «Pubblico-Privato», capace di produrre ricadute economiche e occupazionali sul territorio.
È dentro questa strategia che nasce S.T.M. – Società per lo Sviluppo Territoriale di Montefalcone.
Un documento comunale lo spiega con una formula che sintetizza l’intera politica di quegli anni: il percorso eolico dell’amministrazione era finalizzato a «riappropriarci del nostro territorio e ad incentivare la crescita economica ed occupazionale del nostro paese».
Lo stesso documento ribadisce il motivo per cui il Comune aveva deciso di regolamentare le nuove installazioni: evitare una «invasione selvaggia dell’ambiente» e impedire che iniziative incontrollate si trasformassero soltanto in «un mega affare per pochi privati».
Questa volta, però, l’idea è che una parte consistente di quell’affare possa rimanere direttamente a Montefalcone.
Gli imprenditori locali entrano in campo
Il 12 aprile 2007, con nota protocollo n. 1606, un gruppo di imprenditori e soggetti appartenenti alle categorie produttive propone al Comune la costituzione di un consorzio con la partecipazione dell’ente, finalizzato alla realizzazione di un nuovo impianto eolico.
Nei documenti vengono indicati VP Service, Papuzia, TMA, Eurosolette, Montefil S.r.l., HSL S.r.l., Hiros S.r.l., insieme alla previsione della costituzione di società agricole.
La natura originaria dell’iniziativa è quindi molto diversa da quella dei primi grandi progetti: non una società energetica esterna che arriva a Montefalcone, ma una parte dell’imprenditoria locale che tenta di organizzarsi intorno allo sfruttamento della risorsa eolica, coinvolgendo anche il Comune.
L’amministrazione considera la proposta coerente con la propria programmazione, ma subordina l’eventuale adesione a una serie di condizioni comunicate ai promotori il 18 aprile 2007:
Il 10% del capitale avrebbe dovuto essere attribuito gratuitamente al Comune e un ulteriore 10% riservato all’azionariato popolare. A ciascuna impresa sarebbe stata riconosciuta una potenza massima di 4 MW, ma la partecipazione all’eolico veniva legata all’attività produttiva svolta nel paese: per ogni impresa era prevista una occupazione minima di 16 lavoratori, insieme alla redistribuzione ai dipendenti di una parte dei profitti derivanti dal vento attraverso una maggiore remunerazione.
Il meccanismo prevedeva inoltre conseguenze precise nel caso in cui l’attività produttiva non fosse stata realizzata o fosse cessata: nel primo caso l’impresa sarebbe stata esclusa dall’operazione; nel secondo, l’80% dei dividendi sarebbe stato trasferito al Comune. Una specifica previsione riguardava infine la costituzione di una cooperativa agricola legata ai prodotti tipici e alla filiera corta.
L’eolico, almeno nelle intenzioni, non doveva quindi costituire una rendita autonoma per le imprese partecipanti: l’accesso al vento veniva legato alla produzione, all’occupazione e alla permanenza dell’attività economica sul territorio.
Gli imprenditori rispondono il 2 maggio, accettando le condizioni poste dall’amministrazione.
Con la deliberazione del Consiglio comunale n. 10 dell’8 maggio 2007 il percorso compie un passaggio fondamentale e, il 20 settembre 2007, con atto del notaio Giovanni Iannella, viene costituita formalmente la Società per lo Sviluppo del Territorio di Montefalcone – S.T.M. S.r.l.
L’obiettivo è estremamente ambizioso: realizzare nelle località Difesa Piscone e Monticelli un parco eolico da 60 MW.
Ma il progetto contiene un elemento ancora più originale: il 10% del capitale di STM viene riservato alla popolazione di Montefalcone.
Il 10% ai cittadini
In attesa di organizzare la partecipazione popolare, quella quota viene temporaneamente affidata a una società fiduciaria.
L’operazione prende forma concreta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Il 31 dicembre 2008 arriva al Comune il programma per la costituzione della società che dovrà riunire gli azionisti popolari. Dopo la pubblicazione all’Albo e una proroga richiesta per consentire ulteriore informazione, il 18 febbraio 2009 il sindaco rivolge formalmente alla popolazione un:
«Invito a costituirsi in società S.r.l. per l’acquisto della quota riservata all’azionariato popolare nella Società per lo Sviluppo del Territorio di Montefalcone S.T.M. S.r.l.»
Il meccanismo è definito nei dettagli.
Può partecipare una sola persona per nucleo familiare, maggiorenne, residente a Montefalcone da almeno otto anni e di età non superiore ai settant’anni. Sono esclusi i soci di STM e i loro familiari, così come i proprietari — e i familiari dei proprietari — dei terreni destinati a ospitare gli aerogeneratori.
Gli aderenti dovranno costituire una propria S.r.l. con capitale sociale di 10.000 euro, quote tutte uguali e durata di 25 anni. Il 5% degli eventuali utili sarà destinato alla riserva legale, mentre il restante 95% verrà distribuito ai soci.

Otto milioni per il 10%
La parte finanziaria mostra quanto fosse ambizioso il progetto.
Una volta costituita, la società dei cittadini avrebbe acquistato per 10.000 euro la quota del 10% del capitale sociale di STM. Ma possedere quella partecipazione significava assumersi anche la corrispondente quota dell’investimento necessario alla realizzazione del parco.
Il documento comunale la quantificava orientativamente in 8 milioni di euro: 6,4 milioni, pari all’80%, da finanziare attraverso leasing e 1,6 milioni, pari al 20%, a carico della società costituita dai cittadini.
Lo stesso schema lascia quindi intravedere un investimento complessivo nell’ordine degli 80 milioni di euro.
Non si trattava di un azionariato popolare puramente simbolico. L’obiettivo era consentire a una parte della popolazione di partecipare economicamente a una società titolare del 10% di un parco da 60 MW, condividendone investimento, rischio e, qualora l’operazione fosse andata a buon fine, utili.
All’iniziativa aderirono 138 persone.
È probabilmente questo il momento che meglio restituisce il significato dell’espressione “febbre del vento”.
Quattordici anni prima Montefalcone aveva firmato una convenzione per ricevere una percentuale sui ricavi di un parco privato. Adesso possedeva già un proprio progetto eolico e 138 cittadini erano pronti a entrare indirettamente nel capitale di un nuovo parco da 60 MW.
Non si voleva più soltanto ottenere una compensazione per ospitare gli impianti: una parte del paese voleva entrare direttamente nell’affare del vento.
Lo scontro politico su STM
La deliberazione dell’8 maggio 2007 non arrivava però in un clima politico tranquillo. Il confronto sulla programmazione eolica era aperto da quasi due anni e aveva progressivamente diviso anche il Consiglio comunale. Già nel 2006 una parte dell’opposizione aveva contestato tempi e modalità con cui l’amministrazione stava procedendo; la frattura esplose definitivamente l’anno successivo, quando il Consiglio fu chiamato a decidere sull’adesione del Comune al consorzio proposto dagli imprenditori locali.
Il verbale della seduta permette di ricostruire direttamente quel confronto. Michele Leonardo Sacchetti contestò innanzitutto le modalità con cui la proposta era arrivata in aula:
«Sono rimasto abbastanza sorpreso perché lo Statuto non mi è stato inviato».
E pose il problema dell’apertura dell’operazione ad altri soggetti:
«Qual è la difficoltà di fare un avviso pubblico, per consentire a tutti di poter partecipare?».
Anche Fabio Coduti espresse le proprie perplessità:
«Le aziende vogliono costituirsi in Consorzio, può essere un progetto serio, però penso che noi come Amministrazione dobbiamo valutare se ci sono altri soggetti».
Coduti chiese inoltre maggiori informazioni sulle imprese coinvolte e sostenne la necessità di affrontare le diverse questioni «insieme intorno ad un tavolo».
Il sindaco Olindo Vitale difese invece la scelta dell’amministrazione:
«Noi siamo partiti dal presupposto fondamentale di favorire chi crea occupazione; di fatto, le aziende proponenti il consorzio si insedieranno nel P.I.P., con conseguente creazione di posti di lavoro, visto che il settore manifatturiero è in forte crisi. Dare loro l’opportunità di partecipare all’eolico, ci è parso ragionevole e opportuno. Sottolineo che l’eolico crea reddito, ma non occupazione».
Alla contestazione sull’assenza di un avviso pubblico replicò infine il consigliere di maggioranza Mario Figliola:
«Un gruppo di imprese ha deciso di costituirsi in consorzio e ci hanno invitato a partecipare. Stasera siamo chiamati solo a decidere sull’eventuale adesione».
Il punto di contrasto emergeva con chiarezza: una parte dell’opposizione contestava il metodo con cui si era arrivati alla proposta e chiedeva una maggiore apertura dell’operazione; la maggioranza sosteneva invece che il Comune non avesse selezionato quelle imprese, ma fosse stato invitato a partecipare a un’iniziativa nata autonomamente tra operatori locali.
Al termine della discussione la deliberazione venne approvata con 8 voti favorevoli, 2 contrari — Michele Leonardo Sacchetti e Antonella D’Onofrio — e l’astensione di Fabio Coduti. Il Consiglio autorizzava così l’adesione del Comune al costituendo Consorzio e approvava lo schema di statuto.
Il confronto, però, si trasferì immediatamente fuori dall’aula consiliare.

Il manifesto diffuso dopo la seduta rende molto bene la natura della contestazione. L’opposizione non chiedeva di impedire ai montefalconesi di investire nell’eolico. Al contrario, sosteneva che quella possibilità dovesse essere aperta, attraverso procedure «trasparenti» e «amministrativamente corrette», a tutti i cittadini e agli operatori economici del paese, e non soltanto alle imprese che avevano avanzato la proposta accolta dall’amministrazione.
Il gruppo di minoranza proponeva quindi un modello alternativo: una Società per Azioni promossa dal Comune e aperta liberamente alla partecipazione dei cittadini, alla quale affidare l’eventuale realizzazione di nuovi impianti.
Il linguaggio utilizzato nel manifesto era durissimo. Secondo i consiglieri, seguire altre strade avrebbe rischiato di creare:
«intollerabili posizioni di vantaggio per pochi».
La battaglia non rimase confinata ai manifesti. La minoranza scrisse al Prefetto, chiese formalmente la convocazione del Consiglio comunale per ottenere la revoca della deliberazione n. 10 e portò nuovamente la questione nell’aula consiliare il 6 giugno 2007. La maggioranza respinse la richiesta di revoca.
Seguì una nuova comunicazione al Prefetto e alla fine di luglio alcuni esponenti e sostenitori della minoranza decisero di impugnare la deliberazione davanti al TAR Campania di Napoli, sostenendo personalmente le spese del giudizio.
A questo punto il conflitto sull’eolico non riguardava più soltanto il paesaggio o il numero delle turbine. Riguardava le regole attraverso le quali si decideva chi avrebbe potuto partecipare economicamente allo sfruttamento del vento. Ed è proprio questo che rende la vicenda STM molto più complessa di una semplice battaglia tra favorevoli e contrari all’eolico.
Nel dibattito intervennero direttamente anche interessi già presenti nell’industria eolica del Fortore. Tra questi Filippo Sanseverino, imprenditore attivo da anni nel settore, diffuse una lunga nota rivolta ai cittadini nella quale criticò duramente l’operazione e, in particolare, il modello dell’azionariato popolare, sollevando dubbi sul rapporto tra l’investimento richiesto ai cittadini e la loro effettiva capacità di incidere sulla gestione della società.
Il suo intervento mostra come la vicenda avesse ormai superato i confini dello scontro tra maggioranza e opposizione comunale. Intorno a STM si confrontavano anche interessi economici già presenti nel mercato eolico del Fortore, in una fase nella quale l’accesso alle aree ancora disponibili di Montefalcone aveva ormai assunto un evidente valore economico.
Due idee diverse di partecipazione
La documentazione mostra un paradosso. Maggioranza e opposizione partivano da un principio almeno in parte comune: una quota maggiore della ricchezza prodotta dall’eolico avrebbe dovuto rimanere a Montefalcone.
L’amministrazione cercava di perseguire quell’obiettivo attraverso la collaborazione con gli imprenditori che avevano avanzato la proposta, la partecipazione del Comune e, successivamente, la riserva del 10% del capitale di STM all’azionariato popolare. Una parte della minoranza sosteneva invece che il procedimento dovesse essere impostato fin dall’origine attraverso un soggetto promosso dal Comune e aperto indistintamente a tutti gli interessati.
La differenza era profonda, ma non coincideva con una contrapposizione tra chi voleva l’eolico e chi non lo voleva. Entrambe le posizioni riconoscevano ormai il valore economico del vento. Lo scontro riguardava soprattutto il metodo, la trasparenza, l’accesso all’investimento e il modello attraverso il quale distribuire i benefici.
Rileggendo oggi gli atti, i manifesti e le ricostruzioni dei protagonisti emerge però anche uno dei limiti più evidenti di quella stagione: la difficoltà di costruire un vero terreno di confronto tra amministrazione, opposizione e cittadinanza.
Un progetto da 60 MW, con un investimento nell’ordine delle decine di milioni di euro, il coinvolgimento del Comune, dell’imprenditoria locale e successivamente di 138 cittadini attraverso l’azionariato popolare, avrebbe richiesto probabilmente un confronto pubblico molto più ampio. Il dibattito si trasformò invece in uno scontro politico durissimo.
È difficile, a distanza di anni, stabilire quanto abbiano pesato le divergenze amministrative e quanto le contrapposizioni personali e politiche. Ma colpisce che obiettivi dichiarati così simili non siano riusciti a produrre una sintesi. Tutti parlavano, con formule diverse, di territorio, sviluppo e maggiori benefici per Montefalcone. Persino l’opposizione che combatteva la deliberazione dell’8 maggio proponeva che fossero gli stessi cittadini a partecipare direttamente al capitale dell’eolico.
Ciò che mancò fu soprattutto un terreno comune sul quale discutere come farlo.
Il confronto politico finì così per sovrapporsi alla discussione sul futuro economico del paese. Diffidenze, divisioni e rancori irrigidirono posizioni che, almeno su alcuni obiettivi fondamentali, avrebbero potuto incontrarsi.
Ed è forse questa una delle contraddizioni più significative dell’intera vicenda STM: mentre Montefalcone cercava di “riappropriarsi” economicamente del proprio vento, non riusciva a costruire un accordo sufficientemente ampio su come quella ricchezza dovesse essere gestita e distribuita.
Ognuno, probabilmente, aveva le proprie ragioni. L’amministrazione rivendicava la possibilità di costruire un modello capace di trattenere sul territorio una parte molto maggiore della ricchezza prodotta dal vento; l’opposizione chiedeva regole più trasparenti e una partecipazione realmente aperta a tutti i cittadini.
Ma osservata a distanza di quasi vent’anni, quella vicenda restituisce anche un paradosso: alla fine, in qualche modo, finirono tutti per avere torto. Non necessariamente per le posizioni che sostenevano, ma perché lo scontro impedì di costruire un terreno comune su una questione che riguardava il futuro dell’intera comunità. Le ragioni di una parte finirono per escludere quelle dell’altra, mentre diffidenze, interessi economici e contrapposizioni politiche presero progressivamente il posto del confronto.
Montefalcone aveva davanti una domanda enorme — come trasformare una risorsa del territorio in una ricchezza realmente condivisa? — ma non riuscì a trovare una risposta comune.
Pochi mesi dopo, mentre il confronto politico locale rimaneva aperto, sulla possibilità stessa di continuare a occupare il territorio con nuovi impianti sarebbe arrivato un giudizio molto più netto: quello della Regione Campania.
«Effetto selva»
STM aveva presentato formalmente l’istanza il 27 giugno 2008, protocollata il 4 luglio, per la costruzione dell’impianto da 60 MW a Difesa Piscone e Monticelli.
Nel marzo 2009 la Commissione regionale VIA decide di effettuare un sopralluogo. L’8 maggio 2009 i tecnici visitano l’Alto Fortore e descrivono una:
«situazione generale di sostanziale caoticità e di eccessivo impatto paesaggistico».
Tra i problemi rilevati compare l’estrema diversificazione degli impianti costruiti nel tempo: vecchie torri a traliccio da circa 50 metri convivono con nuove torri tubolari alte fino a 90 metri.
Poi arriva la definizione destinata a diventare la fotografia istituzionale dell’eolico del Fortore:
«effetto selva».
Secondo la Regione, quell’effetto era favorito dalla progressiva saturazione dei suoli disponibili sulle creste dei rilievi. Viene inoltre rilevato un impatto visivo significativo dagli abitati di San Giorgio la Molara, Montefalcone, Castelfranco in Miscano e Ginestra degli Schiavoni.
La Commissione contesta anche lo Studio di Impatto Ambientale presentato da STM, ritenendo insufficientemente valutata la cosiddetta “area vasta”: alcuni campi eolici esistenti o già autorizzati non erano stati considerati, impedendo una valutazione completa degli effetti elettromagnetici, acustici e paesaggistici.
Il 27 maggio 2009 arriva il primo parere negativo. STM presenta osservazioni e integrazioni, ma il 7 ottobre la Commissione riesamina il progetto e conferma la decisione.

La Regione certifica la saturazione dell’Alto Fortore
È nella motivazione definitiva che la vicenda assume un significato che va molto oltre STM.
La Regione non sostiene infatti che il problema sia soltanto quel progetto. Scrive che lo stato raggiunto dall’Alto Fortore deriva dall’insediamento di molti impianti eolici, realizzati in diversi casi senza che fosse stata espletata una procedura di compatibilità ambientale, e che il risultato è:
«una situazione di estrema caoticità».
La Commissione arriva quindi a una conclusione drastica: in quell’area possono essere ammessi ormai soltanto interventi di repowering, utili anche al «decongestionamento dell’intero ambito».
E soprattutto precisa che le ragioni del parere negativo derivano:
«solo parzialmente dall’iniziativa specifica»
perché il problema riguarda ormai il riassetto ambientale dell’intero territorio, che necessita di una programmazione capace di superare gli interessi delle singole amministrazioni.
Con il Decreto Dirigenziale n. 222 del 4 marzo 2010, la Regione esprime definitivamente parere negativo sul progetto STM da 60 MW.
La febbre arriva al limite
In meno di quindici anni il rapporto di Montefalcone con il vento era completamente cambiato. Non si discuteva più soltanto di impianti, royalties o compensazioni. Si discuteva di chi dovesse controllare quella risorsa e di chi dovesse beneficiarne.
È questo, più del numero delle torri, a spiegare la “febbre del vento”.
Tutti avevano ormai compreso quanto valesse: le società energetiche, il Comune, gli imprenditori locali, i cittadini. E proprio quando Montefalcone tentò di trasformare quella consapevolezza in qualcosa di proprio, il territorio presentò il conto.
Nel 2010 non furono più soltanto i comitati o gli oppositori a parlare di eccessiva concentrazione. Fu la stessa Regione Campania a descrivere l’Alto Fortore attraverso parole come «effetto selva», «saturazione dei suoli disponibili», «estrema caoticità» e necessità di «decongestionamento».
Il vento aveva smesso da tempo di essere soltanto una caratteristica naturale di quelle montagne. Era diventato industria, rendita, lavoro, investimento e conflitto.
La febbre aveva coinvolto tutti.
Per Montefalcone si chiudeva così il tentativo di trasformare il vento da rendita altrui in ricchezza della comunità.
Il territorio era ormai saturo.
Quella visione, molto più delle pale, non avrebbe trovato più spazio.
Tutti i documenti ufficiali saranno pubblicati nella versione cartacea del dossier “Storia dell’eolico nel Fortore e nascita dell’industria eolica italiana”