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La resistenza all’eolico nel Fortore

Le prime opposizioni all’eolico nel Fortore tra cittadini, politica e istituzioni

La prima stagione dell’eolico nel Fortore fu accompagnata dall’idea di trovarsi davanti a una tecnologia nuova, capace di trasformare una risorsa naturale abbondante in energia, investimenti e sviluppo. Ma bastarono pochi anni perché quella promessa iniziale cominciasse a mostrare un altro volto.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, mentre le torri si moltiplicavano lungo i crinali, cambiò anche il modo in cui una parte crescente del territorio guardava all’eolico. La questione non era più soltanto se produrre energia dal vento fosse una buona idea. Il problema diventava capire quante torri potessero essere installate, chi decidesse, quanto il paesaggio potesse essere trasformato e quale parte del valore economico prodotto restasse realmente alle comunità locali.

È in questo passaggio che l’eolico, da promessa tecnologica, diventa anche conflitto politico.

A Montefalcone di Val Fortore i primi segnali emergono già nel 1997. Il parco IVPC esisteva da poco più di un anno, ma la società aveva già presentato una nuova variante che avrebbe portato il progetto fino a 30,6 MW. Nello stesso periodo anche Riva Calzoni avanzava una propria richiesta. In Consiglio comunale il linguaggio cambiò improvvisamente: si parlò del rischio di essere «circondati da tralicci», di «gabbie eoliche», della necessità di preservare alcune zone a ridosso del paese e di coinvolgere cittadini e associazioni nelle decisioni.

Non era ancora una vera mobilitazione organizzata. A Montefalcone ci furono iniziative di dibattito pubblico e diversi convegni sul tema paesaggistico ma ebbero un peso più limitato e non produssero un movimento duraturo. Ma il significato politico di quella discussione è importante: nel paese in cui l’eolico industriale aveva compiuto uno dei suoi primi grandi passi, appena due anni dopo l’avvio dei cantieri si cominciava già a ragionare sul limite dell’espansione.

La stessa inquietudine stava crescendo altrove.

Foiano, 1997: l’eolico del Fortore arriva alla Camera

Il 26 novembre 1997 il deputato Mario Pepe presenta alla Camera l’interrogazione a risposta in Commissione n. 5-03296, indirizzata al ministro dell’Ambiente.

Non si tratta di una generica richiesta di chiarimenti. Il linguaggio utilizzato è durissimo.

L’interrogazione parte da una valutazione esplicita:

«nell’area del Fortore beneventano si sta realizzando uno strano, ipertrofico progetto di installazione di un impianto eolico»

e sostiene che dietro l’immagine di un «Parco eolico a difesa dell’ambiente» si nasconda in realtà il rischio di compromettere «gli aspetti tipici delle zone produttive interessate e le caratteristiche paesaggistico-ambientali del territorio fortorino».

Il passaggio successivo riguarda direttamente Foiano di Val Fortore:

«nel comune di Foiano Valfortore (Benevento) è stata costituita una strana, atipica società chiamata entusiasticamente “Parco eolico Foiano srl”»

L’interrogante chiede quindi al ministro di chiarire gli eventuali «interessi ibridi e preoccupanti» tra la società e le realtà locali e, soprattutto, pone una questione che supera completamente il singolo impianto:

«se ritenga ancora opportuna la realizzazione di una massiccia invasione di strutture per l’impianto eolico, se condivida il progetto generale per il Fortore»

aggiungendo che, in particolare a Foiano, quel progetto sembrava destinato a «modificare in maniera irreversibile la morfologia del territorio».

La conclusione è altrettanto netta:

«se non sia opportuno fare un’attenta riflessione su tutta la progettazione afferente l’impianto eolico di Foiano Valfortore per apportare gli opportuni, necessari correttivi e per evidenziare anche particolari interessi a spese del territorio e delle comunità locali».

È difficile sottovalutare l’importanza di questo atto.

Siamo nel novembre 1997, quando gran parte dell’espansione successiva deve ancora avvenire, e già in Parlamento si parla di progetto generale per il Fortore, di invasione delle strutture eoliche, di irreversibilità della trasformazione paesaggistica e di interessi economici a danno delle comunità locali.

La dimensione del problema era quindi già percepita.

 

 

Un quotidiano contro la corsa alle pale

Nello stesso periodo la contestazione trova un altro luogo fondamentale: la stampa.

Il protagonista è Luca Colasanto, originario di Baselice e figura di primo piano dell’editoria sannita. Il 24 settembre 1996 aveva fondato Il Sannio Quotidiano, il primo quotidiano di Benevento.

La questione eolica diventerà uno dei temi sui quali il giornale condurrà una campagna molto dura.

Una testimonianza contemporanea arriva l’8 marzo 1999, quando il giornalista Mauro Suttora pubblica sul settimanale Erba, organo dei Verdi, un articolo dedicato alle energie alternative. Nel capitolo sul vento nel Beneventano racconta il caso di San Bartolomeo in Galdo e descrive un territorio nel quale l’opposizione all’espansione eolica era ormai diventata un fenomeno riconoscibile. Nello stesso articolo fotografa la dimensione già raggiunta dagli impianti: Montefalcone 26 MW, San Giorgio la Molara 20, Molinara 14, San Marco dei Cavoti 11, Baselice 7, Foiano 5.

Ma è lo stesso Colasanto, alcuni anni più tardi, a ricostruire pubblicamente l’origine di quella battaglia.

Il 4 maggio 2002, durante una conferenza stampa del Comitato Nazionale per il Paesaggio a Firenze, viene presentato come promotore del primo comitato locale campano nato per denunciare l’espansione dei parchi eolici, costituito nell’area di Baselice e indicato nella trascrizione di Radio Radicale come “Comitato Salviamo il Fortore”.

La trascrizione automatica della registrazione è imperfetta, ma alcuni passaggi dell’intervento sono inequivocabili. (Ascolta qui)

Colasanto racconta che la svolta avvenne quando il giornale vide comparire le prime grandi installazioni:

«Abbiamo visto dodici torri uscire in un paese, in mezzo alle case di un paese, a Montefalcone in Val Fortore, e ci siamo allarmati».

Da quel momento, spiega, Il Sannio Quotidiano cominciò a indagare:

«avendo fatto una battaglia abbastanza forte con il quotidiano che dirigo… abbiamo dovuto indagare».

Secondo il suo racconto, l’inchiesta giornalistica mise in luce una proliferazione di società create paese per paese, riconducibili nella sua ricostruzione a una struttura originaria comune, e portò alla luce conflitti con proprietari terrieri e amministrazioni locali.

È una testimonianza preziosa non perché ogni singola accusa debba essere assunta automaticamente come fatto accertato, ma perché documenta dall’interno come nacque una delle prime campagne giornalistiche organizzate contro il modo in cui l’eolico si stava espandendo nel Fortore.

Il tema, dunque, non era l’esistenza dell’energia eolica in sé, ma le modalità attraverso cui il territorio veniva progressivamente occupato e trasformato.

San Bartolomeo in Galdo: il paese che disse no

Il caso più evidente di opposizione popolare esplode a San Bartolomeo in Galdo.

Già nel marzo 1999 Erba raccontava che il sindaco Gianfranco Marcasciano era riuscito a fermare un progetto IVPC nonostante al Comune fossero state prospettate contropartite considerevoli: una palestra da 1,2 miliardi di lire, la bonifica di una discarica per 400 milioni e lo sgombero neve per 100 milioni.

La questione non rimase confinata all’amministrazione.

Nel corso del 1999 i cittadini promossero una raccolta firme contro l’installazione degli aerogeneratori. Le ricostruzioni locali parlano di oltre duemila sottoscrizioni, recepite politicamente dal Consiglio comunale con deliberazione del 29 dicembre 1999.

Colasanto, nel suo intervento del 2002, ricorderà addirittura «tremila firme». Anche in questo caso è opportuno distinguere il dato documentato dalla testimonianza successiva: il numero esatto resta da verificare sull’originale della petizione, ma la portata della mobilitazione è fuori discussione.

Per un paese di quelle dimensioni, si trattò di una partecipazione popolare straordinaria.

San Bartolomeo diventa così un caso quasi opposto a quello di Montefalcone. Nel luogo in cui il primo grande parco era già una realtà consolidata, l’amministrazione si interrogava soprattutto sui limiti degli ampliamenti. A San Bartolomeo, invece, la mobilitazione riuscì a fermare l’ingresso stesso del grande eolico.

La differenza avrebbe lasciato un segno duraturo: per oltre vent’anni San Bartolomeo rimase sostanzialmente fuori dalla grande concentrazione di torri che caratterizzava gli altri centri del Fortore.

Quando anche la Provincia prova a frenare

Nel frattempo la questione aveva ormai superato definitivamente i confini comunali.

Il 28 maggio 1999 il Consiglio provinciale di Benevento approvò la deliberazione n. 48, con la quale veniva stabilito di fermare ulteriori iniziative in materia energetica sul territorio provinciale fino alla definizione di un programma organico.

Quel provvedimento diventerà pochi mesi dopo uno degli elementi centrali dello scontro di San Giorgio la Molara.

Il significato politico è evidente.

Fino a quel momento lo sviluppo eolico era cresciuto attraverso decisioni frammentate: un Comune approvava un progetto, un altro concedeva un’area, un altro ancora autorizzava una variante.

La Provincia cercava invece di introdurre un principio completamente diverso: prima pianificare, poi autorizzare.

Era una risposta tardiva a un problema ormai evidente. Il paesaggio del Fortore non poteva essere governato sommando decisioni prese all’interno di singoli confini amministrativi.

San Giorgio la Molara: il conflitto entra nelle istituzioni

A San Giorgio la Molara lo scontro sull’eolico raggiunse probabilmente il punto politicamente più delicato di tutta quella prima stagione. Qui, a differenza di San Bartolomeo, il problema non era impedire l’arrivo delle prime torri: gli impianti esistevano già e il territorio era interessato da più iniziative. La questione era decidere se consentire un’ulteriore espansione proprio mentre la Provincia di Benevento tentava di introdurre un freno alla proliferazione.

Il 7 febbraio 2000, con deliberazione del Consiglio comunale n. 2, venne approvato lo schema relativo a un nuovo intervento. Una successiva sentenza del TAR Campania permetterà di ricostruirne con maggiore precisione la portata: si trattava del completamento del progetto della Parco Eolico San Giorgio S.r.l., attraverso la previsione di altre 34 turbine rispetto all’impianto originario. Quella convenzione, tuttavia, non sarebbe mai stata sottoscritta e l’ampliamento non sarebbe stato realizzato.

La decisione del Consiglio provocò uno scontro durissimo. Il sindaco Luigi Antonio Vella si oppose all’operazione, mentre la maggioranza consiliare seguì una linea diversa. La vicenda arrivò rapidamente a Roma.

Il 30 giugno 2000 il senatore Antonio Di Pietro presentò l’interrogazione n. 4-19410, interamente dedicata alla regolarità delle procedure seguite dal Comune di San Giorgio la Molara per la realizzazione dell’impianto eolico. È un documento particolarmente importante perché mette insieme, in un unico atto parlamentare, molte delle contestazioni che stavano emergendo nel Fortore.

L’interrogazione ricordava anzitutto che la destinazione urbanistica dell’area era agricola e contestava la compatibilità dell’insediamento con quella classificazione. Ma soprattutto richiamava direttamente la deliberazione provinciale n. 48 del 28 maggio 1999, sottolineando che il Consiglio comunale aveva approvato il nuovo intervento nonostante la Provincia avesse stabilito di sospendere ulteriori iniziative energetiche fino all’elaborazione di un proprio programma.

Di Pietro contestava anche la procedura seguita per individuare il concessionario. Secondo l’interrogazione, altre società avevano manifestato interesse per la realizzazione di impianti nel territorio di San Giorgio, ma la scelta sarebbe avvenuta senza una comparazione concorrenziale delle proposte. Il senatore chiedeva quindi al Governo quali iniziative intendesse assumere di fronte a una deliberazione che, a suo giudizio, contrastava sia con la normativa sugli affidamenti sia con l’indirizzo assunto dalla Provincia di Benevento.

La risposta arrivò il 5 gennaio 2001 dal ministro dei Lavori pubblici Nerio Nesi. Il Ministero evitò di esprimere un giudizio sulla regolarità della deliberazione comunale, precisando che eventuali verifiche sulle procedure di affidamento rientravano nelle competenze dell’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici.

Ma nel frattempo, a San Giorgio, la crisi politica era già esplosa.

Il 27 marzo 2000, appena sette settimane dopo l’approvazione della contestata delibera, dieci dei sedici consiglieri comunali si dimisero contemporaneamente. Il Consiglio venne sciolto con decreto del Presidente della Repubblica del 24 aprile.

Sarebbe scorretto sostenere che l’eolico fu l’unica causa della fine dell’amministrazione: il decreto di scioglimento non stabilisce un simile rapporto causale. Ma altrettanto scorretto sarebbe separare completamente i due fatti. La crisi avvenne nel momento di massima tensione sul nuovo progetto, con il sindaco contrario, una maggioranza consiliare schierata su una posizione diversa, la Provincia intervenuta contro ulteriori iniziative e la questione ormai trasferita in Parlamento.

E soprattutto il progetto contestato non andò avanti.

La successiva ricostruzione giudiziaria chiarirà che la nuova convenzione non fu mai stipulata e che le ulteriori 34 turbine non vennero costruite. Il tentativo di espansione si arrestò proprio in quella fase, anche in conseguenza degli ostacoli amministrativi e tecnici che si erano accumulati.

Il caso di San Giorgio mostra quanto rapidamente il conflitto sull’eolico avesse cambiato natura. Nel giro di pochi anni si era passati dalla concessione dei terreni e dalla costruzione dei primi parchi a una battaglia che coinvolgeva sindaci, Consigli comunali, Provincia, Parlamento e tribunali amministrativi.

Salviamo il Fortore

La campagna giornalistica non rimase confinata alle pagine de Il Sannio Quotidiano. Con l’allargarsi delle contestazioni nei diversi comuni, il dissenso cominciò progressivamente a organizzarsi anche sul territorio. Il centro di questa nuova fase fu soprattutto Baselice, dove prese forma il Comitato Salviamo il Fortore.

Accanto a Luca Colasanto emerge Giovanni De Bellis, farmacista del paese e una delle figure centrali della mobilitazione.

Una testimonianza particolarmente significativa arriva il 9 gennaio 2004, a Sapri, durante il convegno Ma l’eolico conviene davvero?. A presentarlo è Carlo Ripa di Meana, ex commissario europeo e ministro dell’Ambiente, allora tra i principali animatori del Comitato Nazionale per il Paesaggio.

Ripa di Meana presenta De Bellis come «fondatore del Comitato per la salvezza del Fortore», riferendosi al movimento Salviamo il Fortore, e ricorda un particolare che restituisce materialmente la struttura di quella mobilitazione: la farmacia di De Bellis a Baselice era diventata il punto centrale dell’organizzazione locale, immediatamente collegata alla rete nazionale.

Non era più, quindi, soltanto una raccolta di proteste sparse. C’era un gruppo riconoscibile, un luogo fisico di coordinamento, rapporti con amministratori, giornalisti e associazioni nazionali, e una capacità di portare fuori dal Fortore ciò che stava accadendo sulle montagne sannite.

Lo stesso intervento di Ripa di Meana ricorda anche il tentativo di far parlare in televisione i sindaci del Fortore e del Subappennino Dauno durante una trasmissione di Ambiente Italia. Al di là della polemica sulla mancata messa in onda, il passaggio mostra quanto ormai il caso fosse uscito dalla dimensione provinciale: il Fortore era diventato un esempio utilizzato nel dibattito nazionale sull’espansione dell’eolico.

Colasanto, a sua volta, sarebbe entrato stabilmente nella rete del Comitato Nazionale per il Paesaggio. La battaglia iniziata sulle pagine di un quotidiano locale si saldava così con quella di altri territori italiani che stavano vivendo trasformazioni simili.

Ed è probabilmente questo il passaggio decisivo: Salviamo il Fortore riuscì a trasformare una serie di vertenze comunali in una questione politica unitaria.

Montefalcone, Foiano, San Bartolomeo, San Giorgio e Baselice avevano vissuto storie differenti. Ma a poco a poco quelle storie cominciarono a essere lette come parti dello stesso fenomeno: la trasformazione accelerata di un territorio senza una pianificazione capace di stabilire preventivamente quanti impianti potesse ospitare, dove dovessero essere collocati e quale beneficio dovesse restare alle comunità.

Dal paesaggio al modello economico

La critica che emerge dagli interventi dell’epoca non si limita al paesaggio. Accanto alla trasformazione dei crinali compaiono il consumo di territorio, le strade necessarie a raggiungere gli impianti, le fondazioni, gli elettrodotti, il rapporto con le falde e soprattutto la destinazione dell’energia prodotta.

Nell’intervento di Firenze del 2002, Colasanto insiste proprio su quest’ultimo punto: i parchi del Fortore non erano infrastrutture realizzate per soddisfare direttamente il fabbisogno dei paesi che li ospitavano. Erano impianti industriali collegati alla rete nazionale, la cui energia poteva essere trasportata molto lontano dai luoghi di produzione. E insieme alle torri arrivavano quindi sottostazioni, linee di connessione ed elettrodotti, aumentando ulteriormente l’impronta territoriale dell’intero sistema.

La contestazione cominciava così a spostarsi dall’impatto visivo a una domanda economica molto più profonda: che cosa rimaneva al Fortore in cambio della trasformazione del suo territorio?

Era una domanda già emersa pochi anni prima nel Consiglio comunale di Montefalcone, quando si discuteva dell’1,5% del fatturato riconosciuto al Comune, e che tornava sotto forme diverse nelle altre vertenze del territorio. A quel punto il tema non era più semplicemente essere favorevoli o contrari all’energia dal vento. Il problema diventava il modello attraverso il quale quella risorsa veniva sfruttata.

Un conflitto nato insieme all’industria

Il dato più significativo che emerge mettendo insieme gli atti, le interrogazioni parlamentari, le prese di posizione dei Comuni e le mobilitazioni popolari è soprattutto uno: l’opposizione all’eolico nel Fortore nasce praticamente insieme alla sua industrializzazione.

Non arriva vent’anni dopo, quando il paesaggio è ormai trasformato e il settore consolidato. Compare mentre gli impianti sono ancora in piena espansione e mentre molte delle decisioni destinate a cambiare il territorio devono ancora essere prese.

Questo è importante perché impedisce di leggere quella stagione come una reazione tardiva o come il semplice prodotto di una sensibilità ambientale maturata successivamente. Già nel 1997, mentre il distretto eolico del Fortore era ancora in costruzione, la questione era arrivata in Parlamento e veniva descritta in termini di «massiccia invasione» e di possibile trasformazione irreversibile del territorio.

Il problema, infatti, non era più soltanto la presenza di singoli impianti. Era il loro effetto cumulativo.

Ogni Comune decideva dentro i propri confini amministrativi, ma il paesaggio non funzionava allo stesso modo. Le torri di Montefalcone si sommavano a quelle di San Giorgio, Molinara, Foiano, Baselice e San Marco dei Cavoti; agli aerogeneratori si aggiungevano strade di servizio, cabine, sottostazioni ed elettrodotti. Ciò che dal punto di vista amministrativo appariva come una successione di pratiche separate, dal punto di vista territoriale stava diventando un unico grande sistema industriale.

È proprio questa distanza tra decisioni locali ed effetti territoriali a spiegare gran parte del conflitto.

Quando la Provincia di Benevento, nel 1999, tenta di fermare ulteriori iniziative in attesa di un programma generale, riconosce di fatto che il modello seguito fino a quel momento non era più sufficiente. La crescita dell’eolico aveva ormai superato la capacità dei singoli Comuni di governarne da soli l’impatto complessivo.

Le reazioni furono diverse da paese a paese, ma tutte riconducibili allo stesso problema di fondo. A San Bartolomeo il dissenso prese una forma popolare, con una raccolta firme capace di incidere sulla decisione politica. A San Giorgio diventò scontro istituzionale e arrivò fino al Parlamento. Con Il Sannio Quotidiano assunse anche la forma dell’inchiesta giornalistica, spostando l’attenzione dal semplice numero delle torri ai soggetti economici, alle convenzioni e ai meccanismi attraverso cui l’espansione stava avvenendo.

È in questo passaggio che la questione eolica smette definitivamente di essere soltanto ambientale.

Dentro quelle proteste compaiono già temi economici e politici destinati a restare centrali negli anni successivi: il valore della risorsa vento, il ritorno economico per i Comuni, il peso contrattuale delle amministrazioni locali rispetto alle società energetiche, l’effettiva ricaduta occupazionale, il ruolo degli incentivi pubblici e soprattutto la domanda su chi debba decidere fino a che punto un territorio possa essere trasformato.

Ridurre tutto a una contrapposizione tra favorevoli e contrari alle energie rinnovabili significherebbe quindi perdere il senso storico di quella fase.

Il conflitto riguardava soprattutto la misura dell’espansione e il modo in cui veniva governata.

Nel giro di pochi anni il Fortore era passato dalle prime rilevazioni del vento alla costruzione di un vero distretto energetico. L’industria si era mossa con tempi rapidissimi; la pianificazione territoriale era arrivata dopo. Quando si iniziò a discutere seriamente di limiti, coordinamento e tutela complessiva dei crinali, una parte consistente della trasformazione era già avvenuta.

È questa la contraddizione che attraversa tutta la vicenda.

Il Fortore fu uno dei territori in cui l’industria eolica italiana prese forma più rapidamente, ma proprio per questo fu anche uno dei primi luoghi in cui emersero con forza i problemi legati alla sua espansione.

Il primo capitolo di questo dossier ha raccontato come il vento del Fortore diventò industria.

Il secondo racconta il momento in cui quell’industria cominciò a incontrare resistenza.

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