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Il pomodorino di San Bartolomeo in Galdo diventa De.Co.: una storia agricola che guarda al futuro

Il riconoscimento ottenuto il 4 settembre non premia soltanto un prodotto della terra. Con l’ingresso del pomodorino in asciutta di San Bartolomeo in Galdo nel registro delle Denominazioni Comunali, viene riconosciuta ufficialmente una storia agricola nata poco più di trent’anni fa e cresciuta grazie alla capacità dei coltivatori locali di intuire le potenzialità di una varietà nuova, adattandola alle caratteristiche del territorio.

La De.Co. arriva al termine di un percorso costruito intorno a un prodotto che negli ultimi anni ha conquistato uno spazio sempre più importante nell’identità gastronomica sanbartolomeana. Un risultato celebrato il 5 settembre durante il convegno “De.Co.: il pomodorino in asciutta di SBiG”, inserito nella quarta edizione della Festa del Pomodorino, svoltasi il 5 e 6 settembre lungo via Regina Margherita.

Non si è trattato, però, soltanto di una festa. L’incontro ha permesso di ricostruire le origini di questa produzione, mettendo insieme la memoria degli agricoltori, il contributo della scuola e le prospettive economiche che il riconoscimento potrebbe aprire.

La scommessa dei primi anni Novanta

A raccontare l’inizio di questa storia è stato Mario Monaco, produttore e rappresentante della cooperativa SCAF. Bisogna tornare ai primi anni Novanta, quando a San Bartolomeo in Galdo venne sperimentata la coltivazione di una varietà di pomodoro datterino fino ad allora estranea alla tradizione agricola locale.

Non era scontato che attecchisse in un territorio montano situato a quasi seicento metri di altitudine, segnato da inverni rigidi, forti escursioni termiche e disponibilità d’acqua non sempre abbondante. La prova diede invece risultati incoraggianti. La pianta mostrò una buona capacità di adattamento, garantendo resa, qualità e un frutto dal sapore particolarmente dolce.

Con il passare degli anni quella sperimentazione è diventata una coltivazione riconoscibile. Il pomodorino ha trovato nelle condizioni climatiche e nei terreni dell’alta valle del Fortore un ambiente capace di conferirgli caratteristiche peculiari. La coltura “in asciutta”, praticata senza ricorrere all’irrigazione ordinaria, ha finito per rappresentarne il tratto più distintivo.

La stessa denominazione scelta dal Comune pone l’accento su questo metodo. Non si parla genericamente di datterino, ma di pomodorino in asciutta di San Bartolomeo in Galdo, legando il prodotto al luogo e alle tecniche attraverso le quali viene coltivato.

In anni nei quali la scarsità d’acqua sta diventando uno dei maggiori problemi per l’agricoltura, questa capacità di produrre limitando il ricorso all’irrigazione acquista anche un significato più ampio. Il pomodorino sanbartolomeano viene presentato non a caso come “l’oro rosso resiliente della nostra terra”: una definizione efficace, purché la resilienza non resti soltanto uno slogan, ma diventi materia di ricerca, selezione e programmazione agricola.

Cosa significa davvero il riconoscimento De.Co.

È importante chiarire che la De.Co. non equivale a una certificazione europea come Dop o Igp e non attesta automaticamente una superiore qualità commerciale. È una Denominazione Comunale, adottata dall’amministrazione locale per censire, tutelare e promuovere prodotti, lavorazioni e tradizioni strettamente legati al territorio.

Può essere considerata una sorta di carta d’identità del prodotto: ne riconosce il rapporto con il Comune, ne conserva la memoria e può stabilire, attraverso un disciplinare, le caratteristiche e le modalità di produzione. La sua forza dipende quindi soprattutto da ciò che viene costruito dopo il riconoscimento. La De.Co. può restare un’etichetta da esibire durante una sagra oppure diventare il punto di partenza di una piccola filiera organizzata.

Per riuscirci serviranno regole chiare sull’utilizzo della denominazione, un elenco dei produttori, quantità sufficienti e costanti, controlli, confezioni riconoscibili e una strategia commerciale comune. Sarà necessario anche evitare che il nome venga utilizzato in modo generico, senza un’effettiva corrispondenza con il territorio e con il metodo di coltivazione che ne hanno giustificato il riconoscimento.

Il valore della De.Co., in altre parole, non risiede soltanto nell’atto amministrativo. Risiede nella possibilità di trasformare una produzione locale in un’identità condivisa, capace di generare reddito e di distinguersi in un mercato nel quale i piccoli territori non possono competere sui grandi volumi, ma possono farlo sull’unicità.

Dalla produzione alla trasformazione

Il convegno ha mostrato anche un altro elemento importante: la valorizzazione del pomodorino non può fermarsi al prodotto fresco. La trasformazione può allungarne la disponibilità nel corso dell’anno, aumentarne il valore economico e consentire la realizzazione di conserve, passate, pomodorini essiccati e preparazioni destinate alla ristorazione.

Le esperienze portate da Assunta Monaco, di Monaco Cereali Srl, da Nicola, giovane agronomo dell’Università di Foggia, e dallo stesso Mario Monaco hanno ricondotto il dibattito alla concretezza del lavoro agricolo. Dietro ogni riconoscimento ci sono infatti imprese, campi, costi di produzione e persone che devono poter ricavare un reddito adeguato.

È questo il passaggio decisivo. La riscoperta di una coltivazione ha senso se riesce a creare nuove opportunità per chi già opera nel settore e se rende l’agricoltura nuovamente interessante per i giovani. Diversamente, anche il migliore racconto territoriale rischia di restare separato dall’economia reale.

Il ruolo dell’Istituto Agrario

Una parte centrale del percorso può essere svolta dall’Istituto Agrario di San Bartolomeo in Galdo. Durante l’incontro la professoressa Pasqualina D’Andrea ha illustrato le attività con cui la scuola sta cercando di collegare formazione, sperimentazione e trasformazione delle materie prime locali.

Ne sono un esempio i laboratori dedicati alla produzione delle birre bionda e rossa N’ATABIRR e il lavoro futuro sul grano e sui suoi derivati. Non sono esperienze isolate, ma tasselli di una possibile strategia: fare della scuola un luogo nel quale le produzioni agricole del Fortore vengano studiate, migliorate e trasformate, offrendo agli studenti competenze utilizzabili anche per avviare nuove attività.

Il pomodorino De.Co. potrebbe entrare pienamente in questo percorso attraverso prove agronomiche, selezione delle sementi, analisi delle caratteristiche del frutto, sperimentazione di trasformati e progettazione del confezionamento. In questo modo la memoria dei produttori incontrerebbe la preparazione tecnica delle nuove generazioni.

Una filiera da costruire

Il riconoscimento è stato celebrato alla presenza dell’assessore comunale Maria Picciuto, del presidente della Comunità Montana del Fortore Zaccaria Spina e dell’assessora all’Agricoltura della Regione Campania Maria Carmela Serluca, che ha concluso i lavori. La qualifica regionale di Serluca, in carica dal gennaio 2026, trova conferma nella documentazione ufficiale della Regione Campania.

La presenza delle istituzioni offre al progetto una visibilità importante, ma apre anche una responsabilità. Dopo la celebrazione occorrerà capire come sostenere concretamente i produttori, aumentare le superfici coltivate senza snaturare il prodotto, facilitare la trasformazione e portare il pomodorino fuori dai confini comunali.

La quarta edizione della festa ha già mostrato un possibile modello, coinvolgendo ristoratori locali, produttori, l’Istituto Agrario “Enrico Medi” e l’Istituto Alberghiero “Ruggiero Bonghi” di Lucera. Il pomodorino è stato proposto non come semplice ingrediente, ma come elemento intorno al quale costruire piatti, incontri e nuove collaborazioni. Il programma della manifestazione e la presentazione pubblica della De.Co. erano stati annunciati anche dalle pagine dedicate agli eventi del territorio.

La sfida sarà rendere stabile questa collaborazione. La festa può essere la vetrina annuale, ma dietro la vetrina deve esserci una filiera capace di lavorare durante tutto l’anno.

Il pomodorino in asciutta racconta già qualcosa di San Bartolomeo in Galdo: la capacità di sperimentare, di adattarsi e di ricavare valore anche da condizioni difficili. La De.Co. riconosce questa storia e le assegna un nome. Ora spetta alla comunità trasformare quel nome in un progetto agricolo ed economico duraturo.

Perché un prodotto diventa davvero patrimonio di un territorio non quando riceve un’etichetta, ma quando riesce a tenere insieme la memoria di chi lo ha coltivato, il lavoro di chi continua a produrlo e le possibilità di chi vorrebbe costruire qui il proprio futuro.

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