Per gran parte del Novecento i paesi fortorini votarono dentro grandi identità collettive: cattolici, democristiani, socialisti, comunisti. Oggi alle elezioni comunali quasi tutti i simboli sono scomparsi, sostituiti da nomi, gruppi e liste civiche. È cambiato il modo di scegliere gli amministratori, ma non sono scomparsi i problemi che la politica locale, da sola, non ha mai avuto la forza economica e istituzionale di risolvere.
Nel 1949 un giornale stampato a Montefalcone di Val Fortore descriveva i paesi della zona come centri «poveri» e tagliati fuori dalle grandi correnti di traffico. Parlava di frane, emigrazione, collegamenti difficili e promesse elettorali rimaste senza seguito. In un altro articolo invitava i sindaci di Castelfranco in Miscano, Montefalcone e Ginestra a riunirsi per affrontare insieme problemi che nessun Comune poteva risolvere isolatamente.
Sono trascorsi quasi ottant’anni e quelle pagine sembrano scritte ieri. Le strade sono cambiate, sono arrivati acquedotti, scuole, automobili, televisione e internet. È cambiata più volte anche la geografia dei partiti. Eppure il Fortore continua a misurarsi con le stesse questioni di fondo: distanza dai servizi, fragilità del lavoro, calo demografico, emigrazione giovanile e scarsa capacità di incidere sulle decisioni prese altrove.
Ricostruire la storia politica della valle significa quindi fare due cose insieme. Bisogna ricordare i partiti e gli uomini che l’hanno rappresentata, ma anche chiedersi perché una presenza politica durata oltre un secolo non sia riuscita a cancellarne la marginalità.
Prima dei partiti di massa: notabili, collegi e grandi personalità
La politica fortorina non nasce con la Repubblica. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la rappresentanza passava soprattutto attraverso collegi elettorali, notabili, professionisti e famiglie influenti. Il rapporto fra elettore e rappresentante era personale molto prima che comparissero le moderne liste civiche, ma si svolgeva dentro un sistema nel quale il diritto di voto era inizialmente ristretto e la partecipazione popolare assai diversa da quella attuale.
La figura più importante espressa direttamente dal territorio fu Leonardo Bianchi, nato a San Bartolomeo in Galdo nel 1848. Medico, neurologo e docente universitario di fama internazionale, entrò alla Camera nel 1892. Fu ministro della Pubblica istruzione nel governo Fortis nel 1905, ministro senza portafoglio durante la Prima guerra mondiale e senatore dal 1919. La sua statura andò molto oltre i confini sanniti: promosse riforme nel campo dell’istruzione, dell’igiene e dell’assistenza psichiatrica. Resta probabilmente l’esponente fortorino che raggiunse il più alto livello nel governo nazionale. La sua biografia istituzionale è ricostruita dalla Treccani e dall’Archivio storico del Senato.
Un’altra figura da ricordare è Gennaro Carissimo, nato a Foiano di Val Fortore nel 1846, magistrato e imprenditore, nominato senatore del Regno nel 1914. La sua attività amministrativa si svolse soprattutto in Puglia, a Oria, ma la nascita foianese lo colloca nella storia degli uomini provenienti dalla valle giunti nelle istituzioni nazionali. La sua vicenda mostra anche un tratto ricorrente: per affermarsi, molte energie nate nel Fortore dovettero costruire altrove la parte principale della propria carriera.
Nello stesso periodo operò Carlo Moscatelli, marchese di Castelvetere, liberale ed esponente di una delle famiglie notabili dell’area. Entrò alla Camera nella XIV legislatura, eletto nel collegio di Riccia, e dal 1884 rappresentò anche il collegio unico della provincia di Benevento, venendo confermato nella legislatura successiva. Il suo profilo appartiene a una politica ancora censitaria e notabilare, molto diversa dalla mobilitazione popolare che sarebbe arrivata nel Novecento, ma completa il quadro della presenza fortorina nelle istituzioni del Regno.
Con il fascismo la libera competizione politica venne soppressa. I consigli comunali elettivi furono sostituiti dai podestà e il Partito nazionale fascista occupò lo spazio pubblico. Perciò non è corretto leggere gli anni del regime come una normale fase della successione tra partiti: per oltre vent’anni vennero meno pluralismo e possibilità di scegliere liberamente gli amministratori.
Il dopoguerra: cattolici, comunisti, socialisti e monarchici
Dopo il 1945 la politica tornò nei municipi, nelle piazze, nelle sezioni e persino nelle pagine dei piccoli giornali. I numeri di Valfortore del 1949 restituiscono bene quel clima. Vi compaiono discussioni fra cattolici e comunisti, comizi del Movimento Sociale e la notizia della costituzione di una sezione del Partito Monarchico a Biccari. Non era una valle estranea alla politica nazionale. Al contrario, anche nei centri più piccoli lo scontro fra le culture politiche del dopoguerra era vivo e riconoscibile.
La Democrazia Cristiana divenne il riferimento principale del Sannio rurale e del Fortore. Il radicamento cattolico, le parrocchie, le organizzazioni agricole, il mondo della piccola proprietà contadina e la capacità del partito di tenere insieme amministrazioni locali e livelli superiori contribuirono alla sua forza. La DC non fu soltanto un simbolo sulla scheda. Fu una rete di sezioni, dirigenti, associazioni e mediazioni che collegava il singolo paese alla Provincia, alla Regione e al Governo.
Questo predominio non cancellò la sinistra. Il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista rappresentarono lavoratori, braccianti e ceti popolari, costruendo opposizioni locali e, in alcuni Comuni, esperienze amministrative. La competizione non era identica dappertutto: famiglie politiche, personalità dei candidati e vicende paesane potevano prevalere sulla linea nazionale. Tuttavia, fino agli anni Ottanta, presentarsi come democristiano, comunista, socialista, socialdemocratico o missino significava dichiarare una precisa appartenenza e rispondere anche a un’organizzazione esterna al municipio.
Esponenti politici del Fortore
Tra gli esponenti della sinistra fortorina va ricordato Elia Lucarelli di Montefalcone di Val Fortore. Fu sindaco del paese dal 1980 al 1990 per due mandati consecutivi. Dal 1990 al 1995 sedette poi nel Consiglio provinciale di Benevento come consigliere di minoranza del Partito Comunista Italiano, rappresentando il territorio negli anni conclusivi della Prima Repubblica e durante la trasformazione del PCI. Nel 1995 tornò alla guida del Comune, eletto con il PDS, completando così il suo terzo mandato da sindaco. Il suo percorso è particolarmente significativo perché unisce le due stagioni raccontate in questo articolo: quella dei partiti organizzati, nei quali l’identità politica era dichiarata, e quella inaugurata dall’elezione diretta del sindaco.
La figura che meglio rappresenta la lunga stagione democristiana nel Fortore è Roberto Costanzo, nato a San Marco dei Cavoti nel 1929. Eletto nel Consiglio provinciale di Benevento nel 1964, con la nascita delle Regioni divenne nel 1970 il primo assessore all’Agricoltura della Campania. Fu parlamentare europeo della DC dal 1979 al 1989, vicepresidente della Commissione per la politica regionale e l’assetto territoriale e presidente della delegazione per i rapporti con il Canada. Dal 1991 al 2004 guidò inoltre la Camera di commercio di Benevento. Il suo percorso, ricordato anche dalla Provincia di Benevento, mostra quanto fossero allora estese le catene di rappresentanza: dal consiglio provinciale alla Regione, fino al Parlamento europeo.
Un posto di primo piano spetta anche a Bruno Casamassa, nato a Foiano di Val Fortore nel 1949. Ingegnere, fu sindaco di Foiano dal 1980 al 2000: un ventennio che attraversò la fase finale della Prima Repubblica e la nascita dell’elezione diretta del sindaco. Negli ultimi anni di quel percorso aderì all’UDEUR, formazione fondata nel 1999; sarebbe quindi anacronistico attribuire la sigla UDEUR all’intero periodo iniziato nel 1980. Eletto consigliere regionale della Campania nel 2000 nelle file dell’UDEUR, il 14 gennaio 2003 raggiunse una delle più alte cariche istituzionali mai ricoperte da un esponente fortorino: la presidenza del Consiglio regionale. Il resoconto ufficiale della seduta registra 31 voti a suo favore e la sua proclamazione. Mantenne la presidenza fino al 2005; tornò brevemente in Consiglio regionale tra il 24 febbraio e il 28 marzo 2010. Continuò inoltre l’attività a Foiano come consigliere comunale: dal 2006 al 2011 con l’UDEUR e, dopo le elezioni del 2011, con la lista Libertà e Autonomia – Noi Sud. La sua carriera costituisce un esempio netto di passaggio dal radicamento municipale al vertice dell’assemblea legislativa campana.
Da Baselice proviene Luca Colasanto, nato nel 1936, giornalista ed editore con una lunga esperienza nella stampa politica nazionale. Fu direttore generale di testate legate alla Democrazia Cristiana, tra cui Il Popolo e La Discussione, e in seguito partecipò alla fondazione di Forza Italia, della quale guidò l’organizzazione provinciale beneventana. Dopo una prima candidatura regionale nel 1995, entrò nel Consiglio regionale della Campania nel 2005 con Forza Italia: la sua elezione risulta convalidata dalla deliberazione ufficiale del Consiglio regionale del 3 giugno 2005. Fu rieletto nel 2010 nelle liste del Popolo della Libertà e concluse l’esperienza consiliare nel 2015. Colasanto non fu parlamentare nazionale né presidente del Consiglio regionale: il suo rilievo deriva dal collegamento costruito tra un’origine fortorina, il sistema nazionale dell’informazione di partito e dieci anni di rappresentanza nell’assemblea campana. Nel 1991 gli fu conferita l’onorificenza di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, come attesta il Quirinale.
Nella generazione successiva assume rilievo Zaccaria Spina, esponente di Ginestra degli Schiavoni. La sua storia amministrativa attraversa pienamente il passaggio dai partiti alle liste civiche: fu eletto sindaco nel 1994 con il CCD e riconfermato nel 1998 con una coalizione di centro; tornò alla guida del Comune nel 2006 con una coalizione civica di centrosinistra e venne nuovamente eletto nel 2011 e nel 2016 con Insieme per Ginestra. In totale ha quindi ottenuto cinque mandati da sindaco, distribuiti in due distinti periodi, dal 1994 al 2002 e dal 2006 al 2021. La cronologia elettorale comunale, ricavata dai dati del Ministero dell’Interno, rende particolarmente evidente l’evoluzione delle sigle. Spina è poi diventato presidente della Comunità Montana del Fortore, assumendo un ruolo sovracomunale nella costruzione della Strategia d’area F.A.R.O. È inoltre presidente di ANPCI Campania, l’articolazione regionale dell’Associazione nazionale piccoli comuni: l’incarico è confermato dalla stessa ANPCI. In questa veste è stato nominato coordinatore della struttura sugli enti locali a supporto della Prima Commissione permanente del Consiglio regionale. Nel 2026 è stato infine indicato come referente della SNAI Fortore Beneventano nel Comitato regionale di indirizzo per le aree interne: incarichi direttamente collegati alla rappresentanza dei piccoli Comuni e alle politiche contro marginalizzazione e spopolamento.
Va ricordato con un profilo autonomo anche Giuseppe Antonio Ruggiero. Sindaco di Foiano di Val Fortore, è stato eletto consigliere provinciale di Benevento nella consultazione del 12 Ottobre 2014 e ha mantenuto l’incarico fino al 2026. Nell’ente provinciale ha ricevuto diverse deleghe che comprendono bilancio, energia, reticolo fluviale, dissesto idrogeologico e politiche ambientali. Il suo percorso è significativo perché concentra alcune delle questioni decisive del Fortore contemporaneo come la viabilità, la fragilità del territorio, la gestione della risorsa energetica e la necessità di rappresentare i piccoli Comuni in un’istituzione di area vasta.
San Bartolomeo in Galdo ha espresso in tempi più recenti anche Carmine Agostinelli, sindaco dal 2017. Tra maggio 2019 e marzo 2022 è stato amministratore unico e presidente dell’organismo di liquidazione della SAMTE, la società provinciale del ciclo dei rifiuti; dal dicembre 2023 al marzo 2026 ha ricoperto l’incarico di consigliere provinciale di Benevento. Alla dimensione comunale e provinciale ha affiancato ruoli nelle rappresentanze degli enti locali: consigliere nazionale UNCEM e vicepresidente vicario di ANCI Campania. Dal luglio 2025 è inoltre coordinatore della segreteria politica provinciale di Fratelli d’Italia. Il suo profilo, documentato anche nel curriculum pubblicato dalla Provincia di Benevento, mostra come la rappresentanza contemporanea dei piccoli centri passi non soltanto attraverso gli organi elettivi, ma anche attraverso le associazioni nazionali e regionali dei Comuni.
Il Fortore rientrava inoltre in collegi più ampi e veniva rappresentato anche da politici non nati nella valle. È il caso del democristiano Cristoforo Ricci, originario di Circello, eletto al Senato dal 1968 al 1983 nel collegio di Cerreto Sannita, che comprendeva l’area di San Bartolomeo in Galdo. Fu anche segretario della Presidenza del Senato. La sua scheda istituzionale aiuta a comprendere un sistema nel quale il Fortore, pur non eleggendo sempre un proprio concittadino, aveva un referente riconoscibile dentro un collegio territoriale.
La politica come mediazione
La Prima Repubblica aveva molti difetti. Il rapporto con il potere poteva diventare clientelare, l’appartenenza poteva contare più della competenza e la richiesta di un diritto poteva trasformarsi nella ricerca di un favore. Sarebbe però semplicistico ricordare soltanto questo. I partiti svolgevano anche una funzione che oggi appare molto più debole: selezionavano dirigenti, formavano amministratori, aggregavano domande provenienti da più paesi e disponevano di interlocutori nei luoghi in cui si decidevano leggi e finanziamenti.
Nel Fortore questa capacità di mediazione era decisiva. Un Comune di poche migliaia di abitanti non poteva costruire da solo una strada statale, organizzare una rete ospedaliera, governare i trasporti interprovinciali o creare una politica industriale. Aveva bisogno di una rappresentanza capace di portare la questione a Benevento, Napoli e Roma. La politica locale viveva quindi in equilibrio tra due facce: da un lato la tutela del territorio, dall’altro la dipendenza dal politico influente in grado di ottenere un’opera, un ufficio o un finanziamento.
Molte infrastrutture e molti servizi furono realizzati durante quella stagione. Ma il sistema non riuscì a trasformare gli interventi pubblici in un processo autonomo e duraturo di sviluppo. Le opere migliorarono la vita, mentre l’emigrazione continuò. Il Fortore entrò nella modernità senza entrare davvero nei grandi circuiti della produzione, della mobilità e delle opportunità.
Il 1993 e la rivoluzione dei sindaci
La frattura arrivò all’inizio degli anni Novanta. La crisi e lo scioglimento dei partiti della Prima Repubblica coincisero con una riforma destinata a cambiare profondamente i Comuni. La legge n. 81 del 25 marzo 1993 introdusse l’elezione diretta del sindaco. Prima il cittadino eleggeva il consiglio comunale e il sindaco nasceva dagli accordi consiliari. Da quel momento il candidato alla guida del Comune diventò il centro della competizione.
Nei piccoli paesi il cambiamento fu ancora più netto che nelle città. I simboli nazionali cominciarono a ritirarsi e furono sostituiti da liste come Insieme, Uniti per…, Rinascita, Futuro o Bene comune. Gli archivi elettorali mostrano bene la transizione. A Montefalcone, per esempio, nel 1995 il sindaco eletto era ancora indicato come candidato del PDS; in seguito compaiono centrodestra e centrosinistra accompagnati dalla formula «liste civiche», fino alle denominazioni interamente locali delle elezioni più recenti. A San Marco dei Cavoti si passa dal Partito Popolare Italiano del 1995 alle coalizioni civiche e poi a liste come San Marco Vive, Un Bene in Comune e Patto per San Marco. I dati sono consultabili negli archivi comunali raccolti da Tuttitalia per Montefalcone e San Marco dei Cavoti, costruiti a partire dalle fonti elettorali del Ministero dell’Interno.
Le liste civiche non hanno cancellato le appartenenze politiche. Molti candidati continuano ad avere rapporti con partiti, consiglieri regionali e parlamentari. È scomparsa soprattutto l’etichetta sulla scheda comunale. Questo permette di mettere insieme persone di orientamenti diversi intorno a un progetto locale, ma rende anche più difficile capire quale visione politica sostenga realmente una lista e a chi essa debba rispondere oltre il giorno delle elezioni.
Dai partiti organizzati alle leadership locali
La nuova politica comunale ha avuto effetti positivi. Ha rafforzato la responsabilità del sindaco, ha consentito la nascita di aggregazioni meno rigide e, in molti casi, ha premiato amministratori capaci di costruire consenso oltre gli schieramenti. Nei piccoli Comuni, dove tutti si conoscono, è comprensibile che affidabilità personale e giudizio sull’amministrazione contino più di un simbolo nazionale.
Ma esiste anche l’altra faccia. Quando il partito scompare, il paese rischia di diventare l’unico orizzonte della politica. Ogni Comune difende la propria scuola, la propria strada, il proprio finanziamento e la propria manifestazione. I quattordici municipi dell’area istituzionale del Fortore diventano così quattordici soggetti troppo piccoli per contrattare singolarmente con Regione e Stato. Il civismo può avvicinare l’amministratore al cittadino, ma non costruisce automaticamente una rappresentanza sovracomunale.
Le esperienze di Zaccaria Spina, Giuseppe Antonio Ruggiero e Carmine Agostinelli dimostrano che la dimensione sovracomunale non è scomparsa: oggi passa soprattutto attraverso la Provincia, la Comunità Montana e gli organismi di attuazione delle politiche per le aree interne. Tuttavia, dopo le esperienze di Leonardo Bianchi, Roberto Costanzo, Bruno Casamassa e Luca Colasanto, è evidente la rarefazione di una presenza fortorina stabile nei livelli regionale, nazionale ed europeo.
I problemi che un sindaco non può risolvere
Attribuire ai sindaci la responsabilità esclusiva dello spopolamento sarebbe comodo, ma falso. Un’amministrazione comunale può rendere un paese più curato, aiutare un’attività economica, recuperare un edificio e organizzare servizi di prossimità. Non può però modificare da sola la struttura del mercato del lavoro, garantire medici e insegnanti, programmare il trasporto regionale o colmare decenni di debolezza infrastrutturale.
La Strategia F.A.R.O., elaborata dalla Comunità Montana e riconosciuta nell’ambito della Strategia nazionale per le aree interne, offre il quadro più aggiornato. L’area istituzionale comprende quattordici Comuni e contava 29.594 abitanti al primo gennaio 2023. Sette Comuni sono classificati periferici, tre intermedi e quattro di cintura. La distanza media dal principale centro di servizi è di circa 41 chilometri; per Castelvetere il polo di riferimento è Campobasso, per San Bartolomeo Foggia, per gli altri prevalentemente Benevento. Questa geografia di confine è una ricchezza culturale, ma sul piano dei servizi diventa spesso una penalizzazione. La Strategia F.A.R.O. della Regione Campania lo riconosce esplicitamente.
Tra il 2001 e il 2020 la popolazione dei quattordici Comuni è diminuita di circa 6.900 abitanti, pari a quasi il 18 per cento, contro un calo regionale dell’1,35 per cento. Castelvetere ha perso oltre il 41 per cento dei residenti, Ginestra più del 30, Montefalcone più del 26, Baselice quasi il 25 e San Bartolomeo quasi il 24. Questi numeri dimostrano che non ci troviamo davanti alla somma di singoli fallimenti amministrativi. Un fenomeno che attraversa municipi governati da persone e schieramenti diversi ha cause strutturali.
Anche l’economia conserva una forte specializzazione tradizionale. Alla fine del 2023, secondo i dati Infocamere riportati nella strategia, il 52,26 per cento delle imprese dell’area apparteneva al settore agricolo. L’agricoltura è una risorsa fondamentale, ma un sistema produttivo poco diversificato offre un numero insufficiente di opportunità qualificate ai giovani. Il basso reddito non è soltanto un’impressione locale: secondo il rapporto Istat sul benessere dei territori della Campania, nel 2022 il reddito disponibile equivalente mediano era di 14.700 euro nella provincia di Benevento, contro 18.600 euro in Italia. È un dato provinciale, non esclusivamente fortorino, ma descrive il contesto nel quale la valle è inserita.
Poi ci sono i servizi. La strategia territoriale segnala paesi collinari e montani mal collegati e lontani dall’ospedale di Benevento, con insufficienza di ambulanze e personale. Descrive trasporti pubblici con poche corse, tempi di attesa elevati e collegamenti pomeridiani spesso inadeguati. Lo stesso rapporto Istat mostra che nel 2024 la copertura della rete fissa ultraveloce nella provincia di Benevento era quasi trenta punti inferiore a quella di Napoli. Un territorio può produrre energia ben oltre i propri consumi — nel 2023 la produzione elettrica da rinnovabili della provincia di Benevento equivaleva al 237,6 per cento dei consumi — e restare contemporaneamente debole per redditi, connessioni e accesso ai servizi. È una contraddizione politica prima ancora che statistica.
Perché lo Stato centrale resta indispensabile
Il punto non è assolvere tutta la politica locale. Anche nei paesi del Fortore ci sono state occasioni sprecate, rivalità personali, frammentazione, progetti episodici e finanziamenti utilizzati senza una visione economica duratura. Le liste civiche, proprio perché meno vincolate a strutture esterne, possono trasformarsi in gruppi costruiti soltanto per vincere le elezioni e sciogliersi politicamente il giorno dopo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato chiedere a un bilancio comunale di poche centinaia di migliaia o pochi milioni di euro ciò che richiede una politica nazionale. Lo spopolamento dipende dal lavoro e dai servizi; il lavoro dipende da investimenti, credito, formazione, infrastrutture e domanda; i servizi dipendono da scelte regionali e statali su sanità, scuola, trasporti e connessioni. Senza un intervento stabile dello Stato, le amministrazioni locali possono rallentare il declino, non invertirlo.
La tardiva inclusione del Fortore tra le nuove aree della Strategia nazionale per le aree interne, avvenuta nel 2022 per il ciclo 2021-2027, è già una risposta implicita. Se fosse bastata l’iniziativa dei singoli Comuni, non ci sarebbe stato bisogno di una strategia nazionale, di una programmazione regionale e di fondi europei. La stessa F.A.R.O. prevede interventi su scuole, sanità territoriale, mobilità, dissesto, imprese, turismo e digitalizzazione: materie che possono funzionare soltanto se istituzioni diverse agiscono insieme.
Una valle con molti amministratori, ma una sola voce da ricostruire
La storia politica del Fortore non è soltanto la storia di un partito dominante e della sua scomparsa. È il passaggio da una rappresentanza verticale, organizzata e riconoscibile a una politica locale più personale, frammentata e civica. La DC ha segnato il secondo Novecento; comunisti e socialisti ne hanno rappresentato le principali alternative; monarchici e destra hanno avuto presenze più circoscritte ma visibili. Dopo il 1993 i simboli si sono ritirati dai municipi e il nome del candidato ha preso il posto dell’identità politica.
Non si può tornare alle sezioni e ai partiti di massa del Novecento come se nulla fosse accaduto. Ma si può recuperare ciò che quel sistema, nel bene e nel male, riusciva a fare: collegare i paesi, formare una classe dirigente e trasformare molte domande isolate in una vertenza comune.
Il vero problema politico del Fortore non è la mancanza di sindaci. È la difficoltà di far pesare insieme i suoi abitanti, ormai sempre meno numerosi, davanti a istituzioni molto più grandi. Nel 1949 si chiedeva ai sindaci di riunirsi per affrontare i problemi comuni. Nel 2026 quella necessità non è stata superata. È diventata urgente.
Nota sulle fonti
L’articolo utilizza l’Archivio storico della Camera dei deputati, le schede del Senato della Repubblica e del Parlamento europeo, i resoconti e le deliberazioni ufficiali del Consiglio regionale della Campania, la banca dati delle onorificenze del Quirinale, la Strategia F.A.R.O. della Comunità Montana del Fortore recepita dalla Regione Campania, il rapporto Istat Il benessere equo e sostenibile dei territori – Campania 2025, gli archivi elettorali comunali basati sui dati del Ministero dell’Interno e sedici pagine digitalizzate dei primi tre numeri del periodico Valfortore, pubblicati a Montefalcone di Val Fortore tra novembre e dicembre 1949. Per gli incarichi comunali storici non sempre coperti dagli archivi digitali nazionali, le cronologie sono state confrontate con la documentazione locale disponibile; dove l’appartenenza partitica è successiva all’inizio di un mandato, il testo evita di retrodatare la sigla politica.
Il perimetro territoriale adottato per i dati contemporanei è quello dell’area SNAI Fortore Beneventano, composta da Apice, Baselice, Buonalbergo, Castelfranco in Miscano, Castelvetere in Val Fortore, Foiano di Val Fortore, Ginestra degli Schiavoni, Molinara, Montefalcone di Val Fortore, Paduli, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio la Molara, San Marco dei Cavoti e Sant’Arcangelo Trimonte. Quando si parla della valle in senso storico e identitario, il riferimento è soprattutto al nucleo fortorino; i dati aggregati, invece, seguono necessariamente il perimetro istituzionale della strategia.