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Roseto Effect: quando una comunità partita dal Fortore diventò un caso mondiale della medicina

Alla fine dell’Ottocento alcuni emigranti di Roseto Valfortore partirono per gli Stati Uniti e contribuirono alla nascita di una nuova Roseto in Pennsylvania. Molti decenni dopo, alcuni ricercatori scoprirono in quella comunità una mortalità per infarto sorprendentemente bassa. Da quell’anomalia nacque il “Roseto Effect”, uno dei casi più affascinanti e discussi sul rapporto tra salute, famiglia, relazioni sociali e comunità.

Da Roseto Valfortore alla Pennsylvania

La storia del Roseto Effect non comincia in un laboratorio americano e neppure sulle pagine di una rivista scientifica. Comincia nel Fortore, alla fine dell’Ottocento, dentro una delle grandi vicende che hanno trasformato l’Italia meridionale: l’emigrazione.

Nel 1882 un primo gruppo di uomini lasciò Roseto Valfortore diretto negli Stati Uniti. Come migliaia di altri meridionali cercavano ciò che il paese d’origine non riusciva a offrire: lavoro, reddito e la possibilità di costruire un futuro. Alcuni trovarono occupazione nelle cave di ardesia della Pennsylvania, nell’area di Bangor. Una volta stabiliti, richiamarono parenti e compaesani e il piccolo nucleo iniziale cominciò a crescere.

Era il normale meccanismo delle catene migratorie. Nel caso dei rosetani, però, produsse qualcosa di particolare. Gli emigranti non si dispersero semplicemente nelle città americane, ma si concentrarono nello stesso luogo, acquistarono terreni, costruirono case, fondarono attività e ricostituirono una rete sociale fortemente legata al paese d’origine.

Nel 1912 quell’insediamento divenne ufficialmente un borough della Pennsylvania e prese un nome che non lasciava dubbi sulla provenienza dei suoi abitanti: Roseto.

Dall’altra parte dell’Atlantico era nata una seconda Roseto.

Non avevano portato con sé soltanto il nome del paese

L’aspetto più interessante della vicenda non è che gli emigranti abbiano chiamato il nuovo paese come quello che avevano lasciato. Fenomeni simili sono frequenti nella storia dell’emigrazione.

La particolarità stava nel fatto che, insieme al nome, i rosetani avevano ricostruito una parte importante del proprio mondo sociale.

Famiglie numerose e spesso multigenerazionali vivevano nella stessa casa o a poca distanza. Parenti e vicini si frequentavano continuamente. La chiesa, le associazioni, le feste, i circoli e gli esercizi commerciali erano luoghi di incontro oltre che istituzioni. Il rapporto tra generazioni rimaneva stretto e la vita privata si intrecciava continuamente con quella collettiva.

Non bisogna idealizzare quel modello. Le piccole comunità tradizionali potevano esercitare un forte controllo sociale e lasciare poco spazio a comportamenti diversi da quelli generalmente accettati. Ma possedevano anche una caratteristica che sarebbe diventata centrale nella storia di Roseto: l’individuo difficilmente rimaneva completamente solo davanti alle difficoltà.

Un lutto, una malattia o un problema economico non riguardavano esclusivamente la famiglia direttamente colpita. Parenti, amici e vicini intervenivano. Il sostegno poteva essere emotivo, ma anche molto concreto: cibo, denaro, assistenza ai bambini, aiuto nel lavoro.

Quella fitta rete di rapporti sarebbe diventata, molti anni dopo, oggetto di interesse scientifico.

L’intuizione di un medico: a Roseto si moriva meno d’infarto?

All’inizio degli anni Sessanta il medico Benjamin Falcone, che conosceva bene la popolazione locale, fece notare al ricercatore Stewart Wolf qualcosa di insolito.

Gli infarti sembravano essere sorprendentemente poco frequenti tra gli abitanti di Roseto. Un’impressione personale non è una prova scientifica. Wolf e i suoi collaboratori decisero quindi di verificare i dati. Esaminarono certificati di morte e informazioni sanitarie e confrontarono Roseto con altre comunità della Pennsylvania.

I risultati furono sufficientemente interessanti da arrivare, nel giugno del 1964, sulle pagine del Journal of the American Medical Association.

Lo studio analizzava il periodo compreso tra il 1955 e il 1961 e rilevava una mortalità per infarto miocardico a Roseto decisamente inferiore rispetto a quella delle comunità circostanti. Uno dei dati più sorprendenti riguardava le persone più giovani: nei sette anni considerati non risultavano morti per infarto tra uomini e donne sotto i 47 anni.

Il piccolo paese fondato dagli emigranti del Fortore era diventato un caso scientifico.

Ma la scoperta poneva immediatamente un problema: perché?

Il paradosso: i rosetani non erano affatto dei salutisti

Oggi sarebbe facile immaginare una spiegazione legata alla cosiddetta dieta mediterranea. Verdure, legumi, olio d’oliva, attività fisica e poco cibo industriale potrebbero sembrare la soluzione del mistero.

Ma la Roseto americana studiata negli anni Sessanta non corrispondeva affatto a questa immagine.

Nella comunità non mancavano persone in sovrappeso. Si consumavano carne, grassi animali e quantità considerevoli di calorie. In molte cucine veniva utilizzato lo strutto. Il vino faceva normalmente parte dell’alimentazione e il fumo non era sconosciuto.

Anche altri tradizionali fattori di rischio cardiovascolare non sembravano sufficienti, da soli, a spiegare una differenza così marcata.

Fu proprio questa apparente contraddizione a rendere Roseto interessante.

Se il segreto non era facilmente individuabile nel piatto o negli esami clinici, forse bisognava osservare qualcosa che la medicina tendeva più difficilmente a misurare.

Il modo in cui quelle persone vivevano insieme.

Quando i ricercatori cominciarono a guardare fuori dagli ambulatori

Stewart Wolf e il sociologo John Bruhn studiarono quindi anche la struttura della comunità.

E trovarono una società caratterizzata da una forte coesione.

La famiglia occupava una posizione centrale, ma intorno alla famiglia esisteva un secondo livello di protezione rappresentato dalla comunità. I rapporti di vicinato erano frequenti, le occasioni di incontro numerose e la distanza sociale tra le persone relativamente contenuta.

Non significava che a Roseto non esistessero conflitti, povertà, malattie o preoccupazioni. Significava che molti problemi individuali venivano assorbiti da una rete di relazioni.

È da queste osservazioni che si sviluppò progressivamente l’interpretazione destinata a diventare famosa come Roseto Effect: l’ipotesi che la particolare coesione sociale della comunità potesse contribuire alla salute dei suoi abitanti, riducendo alcune conseguenze dello stress e dell’isolamento.

La forza dell’idea stava nel cambiare la domanda.

Per capire perché una persona si ammala non sarebbe bastato chiedersi soltanto cosa mangia, quanto pesa, se fuma o quale sia il suo colesterolo.

Forse bisognava domandarsi anche come vive e con chi vive.

Ha qualcuno al quale chiedere aiuto? Ha relazioni familiari solide? Si sente parte di una comunità? Vive in un ambiente dominato dalla competizione oppure dalla cooperazione? Quando attraversa una difficoltà deve affrontarla da solo o esiste una rete capace di sostenerlo?

Oggi questi interrogativi possono apparire meno rivoluzionari, perché il rapporto tra salute e condizioni sociali è ampiamente studiato. Negli anni Sessanta contribuivano invece ad allargare enormemente lo sguardo della medicina.

Il Roseto Effect non fu mai una favola scientifica senza contestazioni

Con il passare degli anni la storia è stata spesso semplificata fino a diventare quasi una leggenda: gli abitanti mangiavano male, bevevano e fumavano, ma non avevano infarti perché erano amici tra loro. La realtà scientifica è molto più complessa.

Già negli anni Sessanta alcuni ricercatori contestarono interpretazioni troppo nette dei dati di Roseto. Tra questi vi fu Ancel Keys, una delle figure più importanti della ricerca sulle malattie cardiovascolari. Le obiezioni riguardavano diversi aspetti: le dimensioni ridotte della popolazione, la scelta delle comunità utilizzate per il confronto, la composizione demografica e gli effetti delle migrazioni. In un paese piccolo, inoltre, pochi decessi in più o in meno possono produrre variazioni statistiche molto maggiori rispetto a quelle osservabili in una grande popolazione.

È quindi scorretto sostenere che gli studi di Roseto abbiano “dimostrato” che la comunità impedisce gli infarti.

Dimostrarono qualcosa di più circoscritto ma comunque straordinariamente interessante: in una determinata fase storica Roseto presentò una mortalità cardiovascolare insolitamente favorevole e quella fase coincise con l’esistenza di una struttura sociale particolarmente coesa.

La spiegazione di questa associazione rimase oggetto di discussione.

E sarebbe diventata ancora più interessante quando la comunità cominciò a cambiare.

Il successo economico trasformò Roseto

I figli degli emigranti non erano più nelle stesse condizioni dei genitori. Studiavano, accedevano a professioni diverse, aumentavano il proprio reddito e partecipavano sempre più pienamente alla società americana. Le nuove generazioni avevano maggiori possibilità di scegliere dove vivere, chi frequentare e chi sposare. Era esattamente ciò che i primi emigranti avevano desiderato per i propri figli.

Ma l’integrazione produsse inevitabilmente anche una trasformazione sociale. Le famiglie cominciarono a disperdersi maggiormente sul territorio. Aumentarono i matrimoni con persone esterne alla comunità. Diminuì la necessità di acquistare, lavorare e trascorrere il tempo quasi esclusivamente all’interno di Roseto. Cambiarono le abitazioni, i consumi e le aspirazioni.

Il benessere aumentava mentre diminuiva l’omogeneità della vecchia comunità.

Non si trattò di un crollo improvviso. Fu il normale processo attraverso il quale una comunità di immigrati si integrava nella società americana. Ma proprio mentre Roseto diventava più simile ai paesi che la circondavano, accadde qualcosa che attirò nuovamente l’attenzione dei ricercatori.

Anche il suo particolare vantaggio cardiovascolare cominciò a diminuire.

Cinquant’anni di storia messi a confronto

Nel 1992 Brenda Egolf, Judith Lasker, Stewart Wolf e Louise Potvin pubblicarono sull’American Journal of Public Health uno studio che analizzava la mortalità di Roseto e della vicina Bangor dal 1935 al 1985.

Era una prospettiva completamente diversa rispetto alle prime ricerche.

Non si confrontavano soltanto due paesi. Era possibile osservare la stessa comunità durante mezzo secolo di trasformazioni.

Nei primi decenni Roseto continuava a mostrare una mortalità per infarto inferiore. Successivamente la differenza si ridusse fino alla convergenza con Bangor.

Il periodo nel quale il vantaggio scompariva coincideva con quello nel quale si indebolivano alcune caratteristiche della vecchia comunità: omogeneità sociale, forti legami familiari, prossimità e solidarietà.

Non era ancora la prova che una cosa avesse causato direttamente l’altra. Dieta, assistenza sanitaria, condizioni economiche, mobilità, abitudini e molti altri elementi cambiano contemporaneamente nel corso di mezzo secolo.

Ma la coincidenza era abbastanza significativa da trasformare definitivamente Roseto in un caso di studio sul rapporto tra relazioni sociali e salute.

Due Roseto, una storia opposta

È proprio qui che il Roseto Effect diventa particolarmente interessante se osservato dal Fortore. Perché mentre negli Stati Uniti la comunità fondata dagli emigranti cresceva e migliorava progressivamente le proprie condizioni economiche, Roseto Valfortore viveva il processo opposto.

L’emigrazione che aveva contribuito alla nascita della Roseto americana continuò a sottrarre popolazione al paese d’origine. Nel secondo dopoguerra nuove partenze verso l’estero e verso le città industriali italiane accelerarono il fenomeno. Si produssero così due trasformazioni parallele.

In Pennsylvania una comunità nata dall’emigrazione diventava progressivamente più ricca, integrata e individualizzata.

Nel Fortore il paese dal quale quella comunità proveniva perdeva progressivamente abitanti.

E in entrambi i casi si modificava proprio quella struttura di relazioni che aveva caratterizzato il mondo dei primi emigranti.

La studiosa Carla Bianco colse questa relazione già negli anni Settanta dedicando un lavoro antropologico proprio ai due Roseto. Il confronto mostrava che l’emigrazione non aveva trasformato soltanto gli emigranti. Aveva trasformato contemporaneamente anche il luogo dal quale erano partiti.

La partenza di migliaia di persone modifica infatti una comunità anche quando le case e le strade rimangono esattamente dove erano.

Cosa avevano realmente portato in America?

Non possiamo sapere quanto la Roseto della Pennsylvania riproducesse fedelmente il paese del Fortor

e ottocentesco. Sarebbe un errore trasformare la comunità degli emigranti in una fotografia immobile del paese d’origine. Le comunità migranti conservano alcune tradizioni, ne modificano altre e ne inventano di nuove. Ma è difficile ignorare una circostanza.

Quando gli studiosi americani descrivevano famiglie allargate, vicinato, solidarietà, mutuo aiuto, vita religiosa e una quotidianità trascorsa largamente all’interno della stessa comunità, stavano osservando una società costruita in larga parte da persone provenienti dallo stesso piccolo territorio dell’Appennino meridionale.

Gli emigranti erano partiti perché Roseto non riusciva a garantire loro sufficienti opportunità economiche.

In America trovarono lavoro.

Ma per costruire una nuova vita ricrearono intorno al lavoro una comunità. Portarono con sé il dialetto, i cognomi, le ricette, le feste religiose e i ricordi. Ma portarono anche qualcosa di molto più difficile da fotografare e da conservare in un museo: un sistema di rapporti umani.

Ed è proprio quel patrimonio immateriale che, molti decenni dopo, sarebbe finito sotto la lente della medicina americana.

Il Roseto Effect oggi: una suggestione potente, non una formula magica

A distanza di oltre sessant’anni dalle prime ricerche, il Roseto Effect continua a essere citato quando si parla di solitudine, sostegno sociale, stress e salute.

Ma è importante non trasformarlo in una ricetta. Non significa che vivere in un piccolo paese protegga automaticamente dalle malattie. Non significa che una famiglia numerosa sostituisca la prevenzione cardiovascolare. Non significa che alimentazione, fumo, attività fisica, condizioni economiche e accesso alle cure siano irrilevanti.

E soprattutto non significa che le comunità tradizionali fossero necessariamente migliori delle società contemporanee.

Il loro valore stava anche nella solidarietà, ma potevano essere ambienti socialmente rigidi, nei quali l’individuo era sottoposto a un controllo molto maggiore e le possibilità di emancipazione erano inferiori. Il significato del Roseto Effect è un altro.

La salute non si costruisce esclusivamente dentro il corpo di un individuo. Si costruisce anche nell’ambiente sociale nel quale quell’individuo vive.

È questa intuizione ad aver permesso alla storia di Roseto di sopravvivere alle discussioni scientifiche sui singoli numeri.

La domanda che Roseto rivolge oggi al Fortore

Quasi un secolo e mezzo dopo la partenza dei primi emigranti, il Roseto Effect assume un significato particolare proprio nei territori dai quali quella storia ebbe origine.

Oggi misuriamo lo spopolamento attraverso numeri molto precisi: abitanti persi, indice di vecchiaia, nascite, morti, saldo migratorio. Ma questi numeri descrivono soltanto una parte del fenomeno. Quando un paese perde mille abitanti non perde soltanto mille persone. Perde relazioni. Perde famiglie che avrebbero avuto figli, clienti che avrebbero mantenuto aperti negozi, bambini che avrebbero riempito una scuola, persone che avrebbero frequentato una piazza, associazioni, amicizie, competenze, volontariato e occasioni di incontro. Una popolazione non è semplicemente una quantità di individui collocati all’interno dello stesso confine amministrativo.

È anche la rete invisibile che esiste tra quegli individui.

Ed è probabilmente questo il punto nel quale la storia della Roseto americana torna idealmente nel luogo dal quale era partita. Per decenni abbiamo discusso dello spopolamento delle aree interne soprattutto come problema economico. Abbiamo cercato lavoro, turismo, infrastrutture, investimenti e servizi. Tutto indispensabile.

Ma esiste anche un capitale molto più difficile da ricostruire quando viene perduto: il capitale sociale di una comunità.

Una fabbrica può essere costruita. Una strada può essere finanziata. Un edificio può essere restaurato.

Ricostruire una comunità dopo che le sue relazioni si sono dissolte è molto più difficile.

Ciò che rimane tra le persone

Nel 1882 alcuni uomini lasciarono Roseto Valfortore perché cercavano altrove le opportunità che il proprio paese non riusciva più a offrire.

Arrivati in Pennsylvania costruirono case, trovarono lavoro e cercarono di migliorare la propria condizione.

Ma, quasi istintivamente, ricostruirono anche qualcosa del mondo che avevano lasciato.

Decenni dopo alcuni medici scoprirono che in quella piccola comunità accadeva qualcosa di statisticamente insolito. Cercando una spiegazione finirono per interrogarsi non soltanto sul cuore degli abitanti, ma sui rapporti che esistevano tra un abitante e l’altro.

Da allora sono trascorsi più di sessant’anni. Le interpretazioni scientifiche sono state discusse, corrette e contestate. Il Roseto Effect non può essere ridotto alla favola secondo cui “l’amicizia impedisce gli infarti”.

Ma la domanda che ha lasciato aperta rimane straordinariamente attuale.

Possiamo misurare il reddito di una comunità, il numero dei suoi abitanti, la distanza dall’ospedale, i posti di lavoro e persino la quantità di servizi disponibili.

Molto più difficile è attribuire un valore a quella trama di rapporti che permette alle persone di non sentirsi sole nel luogo in cui vivono.

Forse è proprio questa la parte più importante della storia.

Gli emigranti di Roseto attraversarono l’Atlantico alla ricerca di una vita economicamente migliore e, senza saperlo, portarono con sé qualcosa che un giorno sarebbe diventato oggetto di studio della medicina.

Il valore di una comunità non risiede soltanto nelle persone che la abitano, ma anche in ciò che esiste tra loro.

E se oggi vogliamo davvero comprendere che cosa significa lo spopolamento del Fortore e delle aree interne, forse dovremmo cominciare a contare anche quello.

Fonti principali

La ricostruzione si basa innanzitutto sullo studio originale pubblicato da Stout, Morrow, Brandt e Wolf su JAMA nel 1964, sul successivo Roseto revisited del 1974 e sull’analisi cinquantennale pubblicata da Egolf, Lasker, Wolf e Potvin sull’American Journal of Public Health nel 1992. Per l’origine della comunità americana sono state confrontate anche ricostruzioni storiche dell’emigrazione rosetana; per il dibattito scientifico sono state considerate le critiche metodologiche degli anni Sessanta e le più recenti rivalutazioni del fenomeno.

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