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Gli anni di piombo dei giovani montefalconesi

Il racconto di una generazione cresciuta nella Montefalcone degli anni Duemila, quando la vitalità giovanile finì per essere trattata come un problema.

All’inizio degli anni Duemila Montefalcone era ancora un paese rumoroso. Non è un modo di dire. Era proprio rumoroso.

C’erano ragazzi per strada, comitive enormi, motorini, macchine parcheggiate ovunque, bar pieni fino a tardi, musica, chitarre, risate, discussioni. C’era lo Chalet. C’erano gruppi di età diverse che finivano inevitabilmente per mescolarsi perché, in un paese piccolo, le generazioni non avevano confini così precisi. Si cresceva insieme.

Erano gli ultimi anni di una lunga stagione della gioventù montefalconese che, pur cambiando continuamente facce e protagonisti, conservava abitudini tramandate dalle generazioni precedenti. Il paese, soprattutto d’estate, era ancora uno spazio da vivere. E noi lo vivevamo.

C’era anche una certa eccitazione per il periodo che stavamo attraversando. Entravamo nel nuovo millennio. Arrivò l’euro. I telefoni cellulari cominciavano a diffondersi, internet entrava lentamente nelle case, cambiava la musica, cambiavano le mode, cambiava il modo di comunicare.

Eravamo probabilmente una delle ultime generazioni cresciute completamente per strada e una delle prime ad affacciarsi contemporaneamente sul mondo digitale.

Ma mentre cambiava il mondo, a Montefalcone cambiavano anche altre cose. Cambiarono amministratori, cambiò il parroco, cambiarono i carabinieri. Una coincidenza astrale che, per la gioventù montefalconese, si sarebbe rivelata particolarmente fortunata.

Cominciò infatti a diffondersi una convinzione: a Montefalcone esisteva un problema giovanile. Noi, naturalmente, non sapevamo di esserlo.

A un certo punto comparvero persino dei comitati. Adulti, cittadini preoccupati, istituzioni, parrocchia. Si discuteva dei giovani, dei loro comportamenti, della necessità di intervenire. Bisognava fare qualcosa. Servivano controlli, serviva disciplina, bisognava evitare che la situazione sfuggisse di mano.

A leggere queste parole venticinque anni dopo viene quasi da immaginare bande armate che controllavano le strade del paese. La realtà era assai meno cinematografica.

C’erano ragazzi che stavano fuori fino a tardi, bevevano qualche birra, facevano casino, fumavano, suonavano, ridevano, qualche volta esageravano e soprattutto avevano quella fastidiosissima caratteristica tipica dei vent’anni: non prendere troppo sul serio gli adulti che pretendevano di spiegargli come si dovesse vivere.

Naturalmente non eravamo santi. Le stupidaggini si facevano, qualche volta anche parecchie. Ma tra una generazione vivace e un’emergenza sociale passa una certa differenza. A Montefalcone, invece, quella differenza cominciò lentamente a scomparire.

All’inizio la cosa suscitava soprattutto ilarità. Ricordo uno dei tanti incontri organizzati per affrontare la famigerata questione giovanile. A un certo punto una signora, probabilmente esasperata dall’incomprensibilità di quella strana specie che aveva davanti, pose finalmente la domanda fondamentale:

«Ma voi giovani, si può sapere cosa volete?»

Da qualche parte della sala arrivò la risposta: «Il mare.»

Probabilmente fu uno dei contributi più lucidi dell’intero dibattito, perché in fondo descriveva perfettamente la distanza tra i due mondi. Da una parte qualcuno cercava disperatamente una spiegazione sociologica al disagio giovanile. Dall’altra c’erano dei ragazzi che volevano semplicemente vivere. Possibilmente anche andare al mare.

Poi accadde qualcosa che fece precipitare definitivamente la situazione.

Alcuni ragazzi decisero di “scappare” da Montefalcone. All’epoca ogni tanto si organizzava qualche fuga che durava nemmeno il tempo che la notizia si spargesse nel paese.

La memoria, dopo tanti anni, non mi permette di ricostruire con precisione l’episodio. Ricordo il clamore molto meglio dei fatti. Forse arrivarono in treno fino a Roma. Forse la loro grande fuga terminò alla stazione di Benevento. Non ricordo, ma poco importa.

Ai fini della storia conta soprattutto quello che accadde dopo. La fuga venne interpretata come la conferma che l’emergenza esisteva davvero. E allora arrivò la linea dura: tolleranza zero.

Cominciarono controlli sempre più frequenti. Perquisizioni, controlli nei locali, per strada, a qualsiasi ora. All’inizio continuavamo a riderci sopra. Poi diventò molto meno divertente.

I locali dovevano chiudere entro l’una di notte, alle due d’estate. Dopo quell’ora iniziavano le ronde. Se qualcuno pensava di aggirare il problema spostandosi in qualche casolare di campagna, aveva sottovalutato l’efficienza dell’apparato di sicurezza montefalconese. I controlli potevano arrivare anche lì.

Abbiamo vissuto qualcosa di straordinario: il coprifuoco in tempo di pace. Una cosa che avremmo riscoperto molti anni dopo, durante il Covid.

Non so se Montefalcone ne avesse conosciuto uno così rigoroso durante il fascismo. Noi, nel nuovo millennio, riuscimmo comunque a sperimentarne una versione alquanto bizzarra. Non c’erano carri armati, c’erano Panda, Fiat Uno, motorini e ragazzi con una birra in mano. Ma evidentemente l’ordine pubblico non poteva essere lasciato al caso.

D’estate la situazione diventava ancora più surreale. Arrivavano i turisti e i turisti, si sa, andavano protetti.

Qualcuno si lamentava della musica, qualcuno delle persone che parlavano sotto casa, qualcuno delle risate. Persino una chitarra poteva trasformarsi in una minaccia alla quiete pubblica.

Era curioso. Per undici mesi l’anno si parlava continuamente della necessità di riportare gente nel paese. Quando finalmente la gente c’era, bisognava farla stare zitta.

Il modello ideale di sviluppo cominciava forse già a delinearsi: un paese pieno di persone, purché non producessero alcun segno percepibile di vita.

Con il senno di poi bisogna riconoscere che quel progetto ha avuto un discreto successo.

Ci furono anche episodi quasi cinematografici. Nell’agosto del 2000 allo Chalet venne organizzata una grande manifestazione dedicata all’immigrazione, promossa dalla sinistra, alla quale parteciparono anche numerosi ragazzi provenienti dai centri sociali di Napoli e Benevento.

Montefalcone, per qualche giorno, si trasformò improvvisamente in una piccola Seattle, con la Digos appostata sul Pilone, fotocamere comprese.

Chissà cosa temevano. Forse dalle informative risultava che dietro quelle comitive di ragazzi si nascondesse un pericoloso cartello del narcotraffico fortorino. Oppure che la rivoluzione mondiale, dopo aver scartato Cuba e l’America Latina, avesse deciso di ripartire proprio da Montefalcone.

Noi, nel frattempo, continuavamo più modestamente a bere birre allo Chalet.

Il mistero non è mai stato chiarito.

Quella situazione, con intensità diverse, attraversò buona parte del primo decennio degli anni Duemila. Lo Chalet continuava a rappresentare uno degli ultimi luoghi di aggregazione giovanile del paese, eppure anche lì gli spazi diventavano progressivamente più difficili da vivere.

Ricordo ancora l’estate del 2009, quando alcuni eventi vennero addirittura vietati per ragioni di sicurezza. Naturalmente la sicurezza è una cosa seria. Talmente seria che alla fine venne trovata la soluzione definitiva per evitare qualsiasi problema: eliminare direttamente le occasioni in cui qualcosa potesse accadere.

Niente Chalet, niente musica, niente ragazzi.

Dal punto di vista dell’ordine pubblico, un capolavoro.

Molti di quei ragazzi del Duemila oggi non vivono più a Montefalcone. Qualcuno è andato a studiare fuori e non è tornato, qualcuno ha trovato lavoro altrove, qualcuno ha costruito la propria famiglia lontano, qualcuno è rimasto. Qualcuno, purtroppo, non c’è più.

Le grandi comitive si sono disperse. Lo Chalet non esiste più. I bar sono cambiati. Le strade si sono svuotate.

Naturalmente sarebbe assurdo sostenere che tutto questo sia avvenuto perché qualcuno faceva chiudere i locali alle due di notte. Lo spopolamento del Fortore ha cause economiche, demografiche e sociali enormemente più profonde.

Ma sarebbe altrettanto comodo fingere che il clima culturale di quegli anni non abbia avuto alcuna importanza. Perché un paese comincia a morire quando considera un fastidio le persone che ancora lo abitano.

Per me gli anni Duemila rappresentano questo nella storia recente di Montefalcone: la rottura. Il momento in cui qualcosa si spezzò.

Fino ad allora, nonostante l’emigrazione, il calo demografico e tutti i problemi che esistevano già da decenni, sopravviveva una massa critica giovanile capace di produrre spontaneamente socialità. Non occorrevano progetti da centomila euro per creare aggregazione. Bisognava soltanto lasciarle spazio.

E invece troppo spesso si cercò di contenerla, regolamentarla, sorvegliarla, educarla, silenziarla.

Oggi spendiamo soldi, organizziamo convegni e presentiamo progetti per capire come riportare i giovani nei piccoli paesi. All’epoca i giovani c’erano ma erano un problema.

È forse questa la parte più amara dell’intera storia.

Eppure di questa storia non abbiamo quasi mai parlato, nemmeno tra di noi. Forse anche perché per anni riuscirono a inculcarci l’idea che, in fondo, quelli sbagliati fossimo noi. Che certi controlli fossero necessari perché eravamo noi ad esagerare, a creare problemi, a doverci dare una regolata.

Una specie di senso di colpa che in realtà non abbiamo mai avuto davvero, ma che è bastato a farci considerare tutto questo come qualcosa di cui non valesse la pena parlare. Come se fosse normale. Come se ce lo fossimo meritato.

A distanza di oltre vent’anni possiamo dirlo con molta più serenità: facevamo cazzate, come le hanno fatte le generazioni prima di noi e come le avrebbero fatte quelle dopo. Ma non eravamo un’emergenza sociale. Eravamo semplicemente giovani.

A distanza di tanti anni parlare di queste vicende sembra quasi surreale, in un’epoca in cui nelle strade regna il silenzio e si cerca disperatamente di riportare quel rumore che allora dava tanto fastidio.

Non ci sono più le immense comitive per strada, non ci sono cinquanta ragazzi davanti ai bar fino alle tre del mattino e non c’è quasi più nessuno che suona una chitarra sotto una finestra. Non bisogna organizzare comitati per discutere dell’emergenza giovani, non servono ronde e non occorre mandare qualcuno nei casolari di campagna a vedere cosa stanno combinando.

Le strade sono meravigliosamente tranquille. Finalmente nessuno disturba.

Solo che quel rumore che tanto infastidiva si chiamava vita.

In tanti ormai fanno finta di non ricordare questa storia. Come se niente fosse successo, come se fosse qualcosa su cui riderci sopra. Si dirà che erano altri tempi, ed è vero. Erano altri tempi.

Ma non erano sbagliati i giovani perché volevano vivere il proprio paese. Era sbagliata l’idea di paese che pretendeva di farli stare zitti.

Perché c’è una cosa che chi pretende di amministrare la memoria degli altri dimentica sempre. La memoria può rimanere sottotraccia per anni, può confondersi, può perdere qualche data, qualche nome, perfino qualche dettaglio. Ma non necessariamente scompare.

A volte aspetta soltanto che qualcuno ricominci a raccontarla.

E quando diventa storia, resta.

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