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Fatti d’altri tempi — La festa dell’ottava di Pasqua a Montefalcone

L'articolo racconta un episodio di brigantaggio a Montefalcone (primavera 1860, nel contesto post-unitario/legittimista) legato alla festa dell'ottava di Pasqua in onore della Madonna del Carmine.

Giorni terribili quelli della Primavera del ’60. Le piogge finivano, i torrenti cadevano in magra, i boschi rinverdivano. Tutto assecondava i disegni dei fuori legge che infestavano la zona che avevano sgombrata per i rigori dell’inverno. Ora tornavano baldanzosi, con maggiore ira. Le voci correvano su quanto accadeva nelle zone circostanti. I segnalatori avevano fatto i nominativi di quei che avevano aderito al governo di Vittorio, e poi, essi, i fuori legge avevano da vendicare, e a modo loro, i soprusi che i capi del partito avverso avevano perpetrato durante la loro assenza.

Il bottino, compenso agognato alle loro gesta, sarebbe stato pingue: nelle case v’era tutta la provvista: le ragazze, il sogno dei giovani banditi, erano sode e attraenti.

Alcuni contadini a guardia del bestiame al pascolo sulla Montagna arrivano trafelati in paese. Li hanno visti, sono in molti, tutti armati, hanno pure i cavalli.

La notizia si spande rapida nelle case portata dai tanti che sfaccendavano sulla piazza, nel giorno di festa, in attesa del pranzo.

Idee, proposte, grida, urla, svenimenti, confusione e in mezzo a questo l’idea fissa: mettersi in salvo, salvare la pelle, l’onore delle donne. L’altro? Eh, non conta in simili frangenti! Che fanno gli altri? meglio unirsi? sparpagliarsi? chi può dare un consiglio, in tanto clamore, in tanto sconvolgimento?

Ecco il Parroco! Egli che sempre ha saputo consigliare per il meglio, egli che pure ha ragione di scappare perchè la sua condotta non va a genio ai briganti, dirà quello che si dovrà fare.

Appoggiato al platano davanti alla chiesa del Carmine, taciturno e pensoso don Federico Corso attende; sa che i suoi filiani fidano in lui. In silenzio lo hanno eletto capo ed eseguiranno i suoi consigli, ubbidiranno alle sue parole come sempre e più di ogni altra volta.

Ma che può fare lui? Inerme, senza via di scampo. Se la sua vita fosse sufficiente la darebbe per tutti i suoi figli. Ma questo dono pur tanto grande non può bastare a saziare l’ira folle, il desiderio di vendetta e di saccheggio dei banditi.

E allora chi può salvare questo popolo tanto buono, ripieno di ogni miglior sentimento, attaccato alla fede per atavica tradizione, per immutato ed educato sentimento?

Chi può aiutarci quando tutti i mezzi terreni vengono a mancare? Che, forse la Mamma comune, quella che conosce gli affanni e le aspirazioni di questo popolo tema quei pochi ribaldi che hanno dimenticato l’amore fraterno, che hanno volto il viso dallo splendore e dalla luce?

— Figliuoli! Io inerme come voi, non posso allontanare il pericolo che ci sovrasta. Nessuna via di scampo abbiamo; tutto ciò che è forza terrena è inferiore a quella dei nostri nemici. Ma la speranza c’è, chi ha fede non disperi. La nostra Madre è qui, ed ella sola può aiutarci, deve venire in nostro aiuto, ci salverà!

Ricorriamo a Lei con fede viva come sempre, ardente come non mai ed Ella non permetterà che sia fatto del male ai suoi figli.

La speranza riaccende i cuori, un grido di amore e di conforto invade tutti e la chiesa poc’anzi deserta echeggia di grida, di pianti, di invocazioni.

— Anche Tu, o Madonna, corri pericolo. Essi, i ribaldi, non Ti risparmieranno. Vieni con noi, ci proteggerai, ci animerai, o con noi la Tua effige sarà abbattuta.

La statua della Madonna del Carmine, dal volto ilare e materno, che ricorda il suo affetto per i figli nel gesto umanamente divino nell’amplesso del Figlio, è portata a spalla.

Dove si va? Ecco là, sulla collina illuminata dal sole, al lato del boschetto che sa di mistico e di conforto, dormono i nostri morti. Forse vegliano e trepidano per la mala sorte che avversa i loro cari. Vecchie croci che ricordano i nomi di quelli che hanno sopportato il duro gioco con cristiana pazienza nell’attesa di giorni migliori ma che hanno visto il tramonto sanguigno senza l’alba radiosa. Croci fissate sulla terra di fresco smossa che ricordano quelli che nell’entusiasmo di santi ideali hanno immolato le giovani vite per un ideale di benessere, equità, pace e lavoro.

Anche essi fremono, i morti: bastino i loro sacrifici, i cari si salvino e godano nel lavoro la serena pace della famiglia.

E foste voi, o morti, che la Madonna del Carmine avete per patrona? Furono le grida dei bimbi o il pianto dei vecchi che compì il miracolo?

Il viso sereno della Vergine che sovrastava quelli lacrimosi, atterriti e pieni di fede della turbe, incuorava i trepidi, dava speranza a ognuno. Bastava guardare il suo viso per sentire nell’animo quell’alito di fiduciosa speranza.

I briganti che fan man bassa nei pochi casolari ormai deserti, che rincorrono e straziano per sete di vendetta il bestiame incustodito, che trasformano in falò i secchi fieni accumulati con fatica davanti ai rustici casolari, arrivano sugli ultimi contrafforti; sono in vista del paese. I cavalli scalpitano, sentono anch’essi l’ansia dei cavalieri. Dalle froge dilatate esce l’ansimare dei larghi polmoni, quasi ira repressa. I cavalieri aguzzano lo sguardo cercano i sentieri, preparano l’attacco.

— Ma cos’è quel nereggiare vicino al lungo recinto? Forse truppa in attesa dell’attacco? Forse popolo fiero sicuro di aver ragione dei ribaldi, perchè armato e preparato?

Si calcolano le forze, si scrutano gli uomini che lentamente si raggruppano, guardano e paventano il pericolo.

Prudenza consiglia di rimandare l’attacco, si avrebbe la peggio. È il consiglio di ognuno, è la decisione dei capi.

Inutile attendere, potrebbe sorprenderci un’imboscata.

Si girano i cavalli, si tirano le briglie, una folla di spauriti arranca, lascia il bottino per essere più libero, si chiamano per farsi coraggio, si dileguano ringraziando il cielo per averla scampata.


Sono cambiati i tempi, son finiti i briganti, ma non le pene, gli affanni, i bisogni.

Ogni anno, la domenica dopo Pasqua, la Vergine torna sullo stesso colle, il popolo Le è intorno e nel ricordo del pericolo passato, implora per i presenti, per i futuri.

Totonn

 

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