
Persona
Antonio Zeppa
Collegamento archivisticoAntonio Zeppa, "Totonn", per gli amici, era il terzo dei nove figli di Giuseppantonio e Maria Sanità Vitale. In famiglia,…
Apri la scheda →Il testo riflette sulle discussioni sorte in merito alla decisione di pubblicare il giornale, sottolineando come pareri diversi si siano confrontati su questioni relative all'amministrazione della testata e agli abitanti della zona di riferimento. Si accenna alla difficoltà di trattare argomenti in modo esplicito, preferendo un approccio generico per non esporre direttamente gli abitanti a certe informazioni. Il brano si chiude con un riferimento alla volontà di alcuni di portare a termine la pubblicazione, confidando nella capacità degli abitanti di interpretarne il senso.
Nel decidere della pubblicazione di questo giornale, come in ogni cosa, molte furono le discussioni perchè per ogni fattore esaminato sempre diversi furono i pareri. Si fu d’accordo solo su un punto: degli abitanti della nostra zona, dei paesani abitanti in questi nostri paesi solo pochi si sarebbero abbonati. L’Amministratore ci ha confermato tanto.
Paradosso?
No, perché così mancherebbe il termine per definire la nostra volontà a pubblicare un giornale che gli interessati non avrebbero letto.
Stranezza?
Sì, meglio fermarsi al generico per dire di uomini che non leggono di se stessi, per dire di altri che pubblicano un giornale non letto dagli interessati.
Non è semplice dire ai lettori la psicologia dei nostri paesani in un articolo, non è semplice perché si tratta di spiegare i motivi che fanno delle parole “è d’u paese”! un termine che sa di disprezzo e di pietismo per riraffigura un uomo ancora allo stato primitivo.
La miseria e la paura di essa è la causa prima di tutto questo.
I grandi e gravi problemi etici, politici, gnostici e tutto il complesso sentimentale che pongono l’uomo al di sopra delle bestie e che pur rendendoli complessa e difficile la vita si rollevano in un regno dove il pane non è l’unico problema, la nostra gente sono sconosciuti.
Bisogna vivere tra i nostri paesani per comprendere che gli affari quotidiani sono costituiti solamente dalla necessità di procacciarsi il pane, dalla paura di perderlo.
Bisogna vivere in queste terre per comprendere la lotta tremenda per un posto stipendiato quando la stampa di tutta la Nazione riferisce la miseria e la fame degli impiegati! A questo si aggiunge un altro dato importante. La legge e i suoi rappresentanti, il Governo e i suoi funzionari, da secoli, sono passati di qui solo mostrando il loro lato peggiore.
Per questo, nelle nostre parti, i tutori dell’ordine non sono considerati come necessità per una collettività ma come nemici che non fanno altro che male senza troppe distinzioni.
Il fisco non è il necessario contributo del singolo per il bene comune, ma una bestia nera da cui bisogna scappare il più possibile.
La sferzante alterigia della burocrazia ha finito – attraverso i secoli – col creare per i nostri paesani, la necessità di una raccomandazione per ottenere un qualunque certificato nel capoluogo di provincia.
Di qui il bisogno di una persona che aiuti anche se l’aiuto costerà parte di quel maiale che salverà dalla fame durante l’inverno. Ed è tutto questo che pone il paesano in una diffidenza con tutti, diffidenze che – a seconda del carattere del singolo – assume la forma di buona ignoranza, o di maligna testardaggine.
Per questo il bello della vita di questa nostra gente è il ricordo di un pranzo, di un ubbriacatura o del racconto – dico racconto – di un accidente dove essi non sarebbero passati per babbei.
Con questa gente noi abbiamo pubblicato Valfortore ma l’abbiamo pubblicato anche per questa gente.
Questa nostra gente migliorerà, migliorerà man mano che il complesso moderno renderà meno isolati i nostri paesi, migliorerà man mano che giovani energie avranno il coraggio di uscire dal natio loco e prepararsi ad una vita che va oltre il circolo chiuso del paese.
Non vogliamo affrettare questi tempi. Noi vogliamo additare ai nostri paesani una vita che non sa di solo pane.
Per ora il nostro giornale sarà letto da quelli che – emigrati – aspettano le piccole notizie del paese e nel contempo sanno che significhi un giornale per una piccola zona; da chi sa che solo attraverso la stampa si può rendere nota la voce di un singolo sia che chieda giustizia, sia che chieda aiuto; da chi sa che solo attraverso la stampa si possono rendere noti e cercar di risolvere problemi gravi che interessano la collettività.
Per ora il giornale è per questi; ma domani – chi sa forse – molti saranno lieti di rinunziare ad una modesta cravatta, a poche ore di gioco, a qualche cartella della Sisal, ad una depravante sbornia per leggere Valfortore per un anno intero, per far parte della famiglia di abbonati alla quale – attraverso il giornale – si può chiedere un consiglio o un aiuto.