Antonio Zeppa, “Totonn”, per gli amici, era il terzo dei nove figli di Giuseppantonio e Maria Sanità Vitale. 
In famiglia, all’epoca, non c’erano le condizioni perché Totonno proseguisse gli studi.
Dopo aver conseguito la licenza elementare, entrò prima come apprendista nella bottega del padre falegname e poi come operaio presso la fabbrica dei fratelli Russo a Benevento.
Aveva però continuato a leggere da autodidatta, formandosi una solida base culturale che gli consentì, a trent’anni, di conseguire la maturità magistrale e quindi di entrare nel mondo della scuola.
Insegnò prima a San Bartolomeo in Galdo, poi a Castelfranco e infine a Montefalcone. Esercitava la professione di maestro come una vera missione: il paese usciva dalla guerra poverissimo e lui continuava a seguire e riunire i suoi ragazzi anche dopo il ciclo scolastico, gestendo per loro il “Centro di Lettura”, dove la sera potevano incontrarsi, continuare a leggere e istruirsi. Sapeva che erano quasi tutti destinati a emigrare e forse, proprio pensando a loro e al legame con il proprio paese che voleva mantenere vivo, fondò il periodico “Valfortore”.
Il primo numero mostra chiaramente quale fosse il pubblico a cui era destinato, con una litografia in prima pagina raffigurante un sole che sorge tra le montagne, circondato dalla scritta: «Ai conterranei nel mondo il saluto della nostra terra». Ben presto, però, il “Valfortore”, da giornale della nostalgia, divenne anche giornale della denuncia e del riscatto. Dopo i primi numeri, gli articoli di fondo non furono più destinati soltanto a tenere vivo il ricordo del paese nei compaesani emigrati, ma anche a segnalare i problemi che affliggevano una zona isolata e immiserita.

Il paese, però, appena uscito dal fascismo, non era ancora abituato al dibattito e alla critica democratica. Ogni segnalazione di un disservizio, di una buca o di una frana era vista dall’autorità di turno come un attacco personale, con la conseguente, immediata disdetta dell’abbonamento e la minaccia di querela. Insomma, come diceva Totonno Zeppa parlando di questa sua avventura editoriale: «L’emigrato che desiderava il Valfortore spesso non sapeva leggere, e chi sapeva leggere non desiderava il Valfortore».
Il giornale, comunque, ebbe una buona diffusione, oltre che tra gli emigrati, anche in tutta la Valfortore, potendo contare su una stabile rete di corrispondenti provenienti da quasi tutti i paesi fortorini.
Dal punto di vista economico, era però una totale remissione. La passione di Totonno Zeppa lo fece resistere per qualche anno, ma poi gli impegni familiari e la nascita del primo figlio lo indussero ad abbandonare l’impresa.
Il giornale veniva stampato a Montefalcone, presso il Santuario del Carmine, dove si trovava una vecchia macchina tipografica a manovella, acquistata a suo tempo dall’abate Petrilli per stampare il glorioso bollettino.
A dare una mano a Totonno Zeppa c’erano due volenterosi ragazzi, i fratelli Ugo e Armandino Lucarelli, che in seguito si avvalsero di quell’apprendistato per aprire una propria tipografia ad Ariano Irpino.
Anche Totonno Zeppa diede un seguito all’esperienza del “Valfortore”, senza abbandonare il giornalismo e la causa fortorina. Iscritto all’Ordine dei giornalisti, continuò a pubblicare articoli di segnalazione e testimonianza della realtà paesana, collaborando come corrispondente dalla Valfortore con alcune delle maggiori testate meridionali dell’epoca: “Il Mattino”, “Roma” e “Il Quotidiano”.
Questo sito, acquisendo il nome e il logo dell’antica testata, intende ora raccoglierne il testimone, per ridare vita a un discorso mai veramente interrotto.
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