Forse era appena un garzoncello quando vide i frati nella Valle di Bovino ov’era andato per visitare la Madonna, e ne fu colpito. Si accese di santo entusiasmo e volle vestire lui pure il saio del monaco.
Restò nella stessa chiesa contento fino a quando fu chiamato al servizio militare.
La vita di caserma, o forse di libera uscita, gli fecero dimenticare i salmi e imparare nuovi versetti, che poi cantò anche nella sua più tarda età:
Quann’ero monaco tenevo o’ curdone, mo so’ suldato di battaglione.
Primm’ero monaco purtavo o cappuccio, mo so’ saldato e sparo e cartuccio.
Finito il lungo servizio militare preferì il cappello al cappuccio e al convento la casa; siccome questa era vuota e fredda e della vita monacale ne aveva già troppo, pensò di passare a quella coniugale.
Ad un bel giovane, alto, robusto lavoratore e che, si capisce contava anche questo, sapesse leggere e scrivere, non mancavano buoni partiti.
La scelta ad alcuni non sembrò felice, ma egli ne fu contento: che la giovane avesse solo 15 anni, che fosse piccola e delicata, questo non contava. Aveva un viso da Madonnina e la delicatezza di un fiore; per lavorare ci avrebbe pensato lui: lei avrebbe accudito alla casa e avrebbe cresciuto i figliuoli (i monacelli diceva, perché ora tutti lo chiamavano “zi monaco”).
Al giorno fissato per le nozze prese parte anche il cielo: nebbia, piovaschi e vento, di quello che si conosce solo venendo quassù.
Lo ripetevano quelli che l’avevano detto anche prima, che la coppia era male assortita e specie ora: zi Monaco in abito da festa sembrava più grande, mentre lei, avvolta nel panno si perdeva tra la folla.
Notavano gli invitati e la folla dei curiosi che l’abituale vena faceta non faceva risalto in zi Monaco nel giorno delle nozze e in chiesa guardò più la Madonna che la sposa, più i ceri che gli invitati, anche se questi gli erano addosso perché la chiesa era stretta e fuori era impossibile restarvi.
Finita la cerimonia si pigiano all’uscita e appena fuori c’è da mantenersi il cappello, il mantello, lo scialle e riparasi il viso dall’acqua che sbattuta dal vento pizzica il viso come ghiaccioli.
— Be, si va? Che facciamo qua fermi?
— Si aspetta la sposa.
— È ancora dentro?
— No, è uscita già.
— La sposa non c’è e lo sposo neppure.
— Chi li ha visti?
— Sì, li ho visti, zì Monaco ha preso la sposa sotto un braccio, così in mezzo alla vita e mi pare sia andato da questa parte.
Era vero: zi Monaco profittando della confusione causata dalla folla, dall’acqua e dal vento, aveva alzato di peso la sua piccola sposa e se l’era svignata per la “strettola di penna d’oro”.
Agli invitati non rimase che andare a casa dello sposo a passo più svelto.
Ma la porta era chiusa. Mentre commentavano la stravaganza, la finestra si apre, zì Monaco si affaccia, ringrazia e canta:
Per far festa di tempo ce n’è tanto, per quest’ora ho aspettato chi sa quanto.
Salutò e richiuse la finestra.
Con un tipo come zi Monaco, dicevano gli invitati sciamando, sarebbe stato strano se tutto si fosse svolto secondo le regole, ma questa uscita non s’aspettava proprio.
Per tutta la giornata la porta e la finestra restarono chiuse e al mattino seguente la mamma di zia Monaca quando si affacciava trovava sempre tutto sbarrato.
S’era fatto mezzo giorno e poi era suonato ventun’ora, la mamma preoccupata bussò alla porta.
La finestra si aprì e si affacciò zì Monaco: assicurò la suocera della salute della sposa e disse che a quell’ora non valeva la pena di alzarsi; non avevano bisogno di nulla e sarebbero rivisti il giorno dopo c… richiuse la finestra.
Quando a zia Monaca (forse pochi nella vecchiaia ne ricordavano il nome di battesimo) si domandava che cosa pensava lei quando il marito la tenne per due giorni e due notti a letto, ella felice era rispondeva: – Aveva chiuso la finestra e mi diceva sempre che era notte ancora, al secondo giorno mi disse che era il primo. Io non dubitavo della sua parola, come non lo dubitai mai.
Piccolina, secca, carica d’anni zia Monaca raccontava sempre dal suo giorno di nozze ai numerosi nipoti, che ora, vecchi anch’essi tramandano la storia e il nome alla numerosa dirazzato, Giuseppe, l’ultimo nipote, che incarna la figura fisica del nonno, a 70 anni, vegeto e sano gioca sulle ginocchie il suo 16° figlio.
Totonn