Ancora molti i ciechi per le strade: alcuni tendono silenziosi la mano ai passanti, altri suonano sugli strumenti più vari. Degli altri si sa poco o nulla.
La gente passa, sa che han perduto molto: si dice di una cosa cara quanto la pupilla degli occhi.
Han perduto molto, hanno guadagnato di più.
Estraniati per molta parte della vita non subiscono il ritmo affrettato dei giorni attivi; non sono trascinati dal vortice incessante dell’industria umana. Sono racchiusi in sè. Non trascinati dal susseguirsi delle preoccupazioni in sè, si fermano sulle occupazioni in sè; non vedono l’affaccendarsi caotico ma sentono il bello di ogni azione. Della vita sentono il senso vero: di ogni azione ne ponderano la causa, e il fine; ogni cosa è concepita con travaglio mentale metodico e assiduo. Ogni azione vien ponderata come le grandi dei veggenti.
Chi almeno una volta non è dovuto concentrare in sè stesso, estraniarsi da tutto e da tutti e addentrare tutto il proprio essere nell’idea di quel momento? Forse allora si vedeva quel che accadeva d’intorno? o, pur avendo gli occhi aperti, si vedeva forse che che si circondava?
È un momento in cui, forse inconsapevolmente, non ci si sente uomini, ma dei, capaci di una vita che va oltre noi stessi, purificazione dell’essere, sublimazione dell’io, effimera realizzazione di una eternità che è in noi.
Insegnino questo i ciechi; ci dicano quanto e come abbia valore la vista. Sia la carità da dare ai novelli ciechi. Quando l’esistenza sembra spezzata perdurando la vita e lo sconforto si abbatte su quanti non vedranno più il sole. Diamo questo ai ciechi: indichiamo loro la luce più viva, la luce più vera, la luce dell’eterno!
Rosario Zeppa