Il giorno delle nozze, atteso con riserbato contento, alfine era giunto. La sposa era circondata dalle amiche che le facevano festa e che si davano un gran da fare in un armonioso ciarlare a renderla più bella.
La madre, Grazia Occhiciello, riceveva i primi invitati e disponeva a che nulla mancasse. Tutti insieme erano in attesa dei parenti dello sposo che con questi doveva arrivare da S. Giorgio, quattro ore di strada, a piedi per la montagna.
Il tempo in quell’inoltrato autunno era freddo e uggioso: dalla mattina una densa nebbia ovattava le case e rendeva breve la visuale, una rada neve acquosa scendeva lentamente.
Gli invitati in piccoli crocchi chiacchieravano sul tempo e sulle ultime novità. Carlo Catone era tornato con la sua banda da alcuni giorni. Era risaputo però che quando arrivava lui, Caruso e i suoi sgombravano; e quando non c’erano questi una certa distensione avveniva nell’animo di ognuno: la banda di Catone era più umana; anzi alcuni dicevano addirittura che era bene ci fosse lui perché proteggeva il contado dall’invasione degli altri banditi. L’atmosfera però era sempre gravida di panico.
Zia Grazia nell’accorrere qua e là affinché tutto fosse a posto chiudeva nel cuore una pena grave che non osava confessare.
Auguri, abbracci, sventolio di fazzoletti, saluti e la carovana si snodò avviandosi per la montagna, stringendosi nei mantelli e facendosi riparo alla fredda brezza. Si aveva premura di mantenersi in gruppo e per la visibilità scarsa e perché ognuno sentiva nell’anima un certo timore; pure bisognava allungare la fila per l’anfrattuoso sentiero.
Era finito un tratto in discesa e cominciava un altro in salita: una sferzata alle bestie accompagnata dalla voce e il passo si fa più spedito, quando di dietro ad una meta di paglia alcuni figuri intabarrati, col fucile alla mano escono di botto: intimano l’alto e ammoniscono di obbedire: pena la morte!
I pochi fucili della comitiva vengono ritirati.
Grida, pianti, preghiere non valgono a commuoverli e sotto vigile scorta li avviano per un sentiero traverso.
Era inutile insistere con le preghiere e coi compromessi; uno di essi aveva parlato chiaro: era quello l’ordine, poi se la sarebbero sbrigata col capo.
In quelle condizioni era forza ubbidire. I parenti maledicevano forse quando s’erano partiti; zia Grazia pensava alle conseguenze che ne potevano derivare; la sposa forse sentiva già il viso ispido di un ceffo contro il suo e sbiancava di terrore; lo sposo in cuor suo, imprecava contro la mala sorte che le faceva… sposi, che ora gli sono vicini trepidi e ansiosi.
— Voglio, dice, mostrarvi quanto io ci tenga al vostro bene e come mi piace dimostrarvi in modo palese la mia benevolenza.
Regala ad essi un anello, fa accostare sedie e sgabelli e fa sedere tutti intorno al fuoco. Fa allargare mantelli e scialli che alcuni guardano forse pensando di non riaverli più.
— Ed ora, dice, farete festa con me, mangeremo insieme e brinderemo alla salute di questi giovani.
Nella stanza accanto è imbandita la tavola. I commensali siedono più per ubbidienza che per trasporto e fanno del loro meglio per mostrarsi convinti della benevolenza di quel capo a cui numerosi e forti uomini obbediscono ad un cenno.
Dopo il pranzo le bestie vengono bardate e tirate dalla stalla. Tutti ricevono il saluto di Carlo Catone e l’aiuto a salire in sella.
— Ora andate, dice, e non abbiate timore; la mia scorta vi accompagnerà fino a S. Giorgio.
Era questo il salvacondotto che a quei tempi aveva più valore di quello firmato dal Re.
La carovana lentamente si snoda e riprende il cammino. Gli uomini sulle porte e per la via accennano un saluto. Non v’è meraviglia in essi perché sanno che il loro capo, audace e fiero nelle più rischiose imprese, ha atti di bontà di cui non bisogna domandare ragione.
Carlo Catone guarda il corteo allontanarsi, lo segue con l’occhio finché la nebbia non lo nasconde. Resta ancora fuori, torvo e pensoso, le mani ai fianchi, la testa china. Forse pensa che la gioia della famiglia vale più delle sue imprese, e che la compagnia dei cari rasserena l’animo più della sua numerosa e armata scorta, che un’opera di bene renda di più quanto non renda l’impresa meglio riuscita.
Poi si scuote: è tardi, la sua vita è un’altra. Chiama, raduna, insellano e gli uomini partono per le scorribande usate.
Forse un giorno però l’ordine sarà un altro, ognuno avrà il suo e anch’egli Carlo Catone, il terrore e l’idolo, si presenterà alla legge, sconterà la pena. Dopo potrà una famiglia per vivere con gioia a Montefalcone nel luogo dove è nato, gli anni della sua serena vecchiaia.
Totonno