L’emigrazione ha dato il via a quel famoso problema meridionale, di cui si parla maggiormente fin dal periodo del primo governo formatosi dopo l’unificazione d’Italia; argomento tanto importante ancora insoluto che costituì oggetto di vasti studi dei cultori di problemi economici, e suscitò polemiche nei vari parlamenti susseguitisi dal 1870 ad oggi.
È sperabile che in questo clima di vantata libertà e di nascente democrazia qualche cosa di concreto si realizzi.
Forza produttiva quella degli emigranti che, pur da lontano in quei tristi periodi apportò un valido contributo alla madre Patria, attraverso le rimesse in danaro ed in oggetti. I risparmi che furono mandati in Italia erano di piccole somme, ma tante che lo Stato faceva assegnamento, annualmente, in media, sul mezzo miliardo. Considerando la ricchezza dello Stato in quel periodo e le spese che sostenne, la suddetta entrata era di grandissimo beneficio.
Torna chiaro menzionare alcune cifre per far rilevare l’importante contributo di questi figli d’Italia operanti all’estero.
La ricchezza della nazione (1898-1913) era valutata 70 miliardi. Il commercio avvenuto tra il 1870-1875 arrivò ai 2 miliardi e 200 milioni; nel 1900 raggiunse i 3 miliardi e il 1912 e il 1913 si aggirò sui 3 miliardi. Attraverso le rimesse degli emigrati allo Stato Italiano, in tal periodo, teneva assicurato in media un ottavo delle uscite.
Diverse furono e sono le cause che provocano l’emigrazione; fra le principali è da annoverarsi la triste conseguenza della disoccupazione. La mancanza di lavoro presenta quello spettro della fame, apportatrice anche di decadenza morale e di maggiore mortalità. L’urgente bisogno stimola l’individuo a trovarsi un posto ove può con più facilità procacciarsi quell’alimento vitale tanto necessario.

Per lo straordinario condizioni, venutesi a creare, è spinto, per necessità impellenti, ad emigrare.
Più tardi, per la lontananza dei propri cari e la nostalgia dei propri luoghi, rinasce nel suo cuore il vivo desiderio di ritornare appena riuscirà a guadagnarsi quel piccolo gruzzoletto col quale potrà migliorare le sue condizioni precedenti.
Si verifica e si ripete ancora oggi, che gli emigranti sono costretti a vendere dei piccoli pezzi di terreno per potere acquistare il biglietto d’imbarco. Sembra strano, che i contadini, pur possedendo un pò di proprietà, siano spinti ad espatriare. Ciò avviene per un miraggio di una vita migliore e maggiormente per le onerose pressioni fiscali, applicate senza alcun criterio equo di valutazione, tra produzione ed imposte. Succede anche perché la proprietà frazionatissima, attraverso le varie divisioni ereditarie, non è sufficiente a soddisfare i vari bisogni sempre crescenti.
L’emigrazione italiana e specialmente quella dell’Italia meridionale, va dal 1876-1914 e segna un massimo nell’anno 1913 con esparto di 872.599 persone.
L’emigrazione avvenne con tale intensità che giustamente può essere definita emigrazione in massa.
Triste fiumana di popolo si riversò nei vari continenti e maggiormente nelle Americhe.
Non era lo spirito avventuroso che spingeva gli uomini a lasciare la bella Patria, così come avveniva per i calcolatori e gli speculatori di altre nazioni, al vivo bisogno. La miseria in cui versava il popolo del sud era propriamente spaventosa e malgrado ciò, come abbiamo menzionato, la pressione fiscale in Italia non avveniva con equa ripartizione in rapporto ai benefici dello Stato. Mentre l’Italia del nord si arricchiva e si abbelliva per le nascenti industrie, dall’Italia del sud si succhiava solo danaro. Il governo di quel triste periodo si giustificava col dire che il nord Italia doveva presto livellarsi al progresso delle Nazioni confinanti (ma dopo quasi un secolo nulla è fatto per l’Italia del sud portarla al livello del nord). In verità tanti erano i problemi che si affacciavano dopo le varie guerre sostenute dall’Italia, e gli uomini di Stato non potevano subito organizzare la Nazione in maniera tale da dare a tutte le regioni lavoro sufficiente.
Per tanto i lavoratori del nord Italia trovavano facilmente lavoro, poiché vennero accelerate le opere nuove affinché l’Italia del nord si affiancasse al progresso raggiunto da altre nazioni.
Diciamo che annualmente una folla di emigranti, addirittura scacciati dai loro poveri lari, lasciavano i loro cari ripetendo conservavano nel cuore l’idea fissa di ritornare presto. L’emigrazione italiana, contrariamente alle mire degli altri popoli, inglesi, svizzeri, scandinavi, che emigravano con lo scopo di stabilirsi definitivamente nelle zone che trovavano adatte alla loro bramosia, si fermavano temporaneamente e con l’intento di rimpatriare. Malgrado la quantità dei bei progetti e vivo desiderio di tornare in Patria, che l’Italia in tale periodo segnò il grande indice statistico dell’80%, dei figli emigrati che, per tante ragioni venuta all’estero, rimanevano nelle zone che li avevano ospitati, ma sempre col cuore unito alla madre Patria.
Il ritmo sempre incalzante del loro affari che si sono andati intensificando in questo ultimo cinquantennio non ha lasciato più questa forza operante, attiva, che si è tramutata in una ricchezza per la nazione ospitante.
Col tempo tutti questi emigranti hanno appreso anche la cittadinanza.
Antonio Fallarino