Si chiamava Carlo Giovannetti, ma in paese tutti lo chiamavano “Volpino”, probabilmente per la sua insuperabile astuzia.
I signorotti del paese lo ritenevano un delinquente, non perchè Carlo fosse stato diverse volte in prigione per baruffe di osteria, ma perchè Volpino, l’aveva a morte con i ricchi.
Infatti Carlo Giovannetti lottava in difesa della classe proletaria che, secondo lui, veniva metodicamente sfruttata dai latifondisti del luogo.
La lotta, la sua lotta, era semplicemente un senso di altruismo, perchè egli non era un proletario, nè un ricco. Faceva parte di quella classe di piccoli proprietari o benestanti che comunemente viene chiamata ceto medio.
Aveva una casetta per abitarvi ed un pezzetto di terreno da cui traeva appena di che vivere.
Era un uomo onesto fino allo scrupolo e desiderava che tutti fossero tali.
Bastava un bicchiere di vino per renderlo loquace e nell’euforia che ne scaturiva, guai a dargli torto; malgrado ciò i suoi compaesani gli volevano bene, esclusi, naturalmente, sopra menzionati.
Chiamato alle armi, venne assegnato all’undicesimo reggimento bersaglieri d’istanza a Napoli. Per la sua intelligenza raggiunse presto il grado di sergente maggiore.
Una sera di carnevale, con altri suoi colleghi di guarnigione, si recò ad un veglione mascherato.
Carlo Giovannetti non era mai stato in un ritrovo elegante,ma seppe destreggiarsi molto bene in quel bailamme e non fece cattiva figura.
Tra una pioggia di coriandoli e di stelle filanti si confuse tra i domini e le damine, prendendo viva parte alla festa. Fù in quell’occasione che conobbe Carmela Verdinois.
Carlo era una giovane aitante e conversava in modo avvincente.
Si innamorarono e l’amore sbocciato tra un ballo e l’altro si concluse col matrimonio, che venne celebrato subito dopo il congedamento di Carlo.
Ritornarono al paese e Carlo ripigliò le sue vecchie abitudini.
Carmela non era nata per vivere in un paese, ma voleva bene a Carlo e si rassegnò alla nuova vita che, invero, offriva ben pochi diversivi.
Dalla loro unione nacque una bambina che chiamarono Maria.
Il loro affetto si riversò sulla piccola ed entrambi trovarono che la vita può offrire delle grandi gioie anche in un piccolo paese.
Carlo, però, ritornando nel suo ambiente, riprese anche le sue vecchie abitudini ed una sera, all’osteria, in seguito ad una baruffa con un compagno di gioco, venne arrestato e dovette scontare tre anni di carcere.
Rimasta sola, Carmela, fù assalita dalla noia della vita paesana.
Ignorando il passato del marito si senti oppressa per il fatto di essere la moglie di un condannato. La nostalgia della grande citta la tentò ed un giorno, dopo aver affidato la figlia ad una vecchia cugina di Carlo, tornò a Napoli dove conobbe un vecchio armatore di Via Tribunali, del quale divenne ben presto l’amante.
Carlo, in carcere, non seppe nulla, perchè la sua cugina si guardò bene dal comunicarglielo. Sapeva soltanto che Carmela era andata a vivere presso la sua famiglia a Napoli. Ma perchè non scriveva mai? La verità l’apprese al ritorno, quando in casa della cugina trovò soltanto la sua piccola Maria. Però il pensiero che teneva schiavo delle sue azioni e dopo appena tre giorni dal ritorno a casa partì per Napoli.
Cercò invano Carmela.
Dopo aver chiesto un pò dappertutto, decise di ritornare al paese. Ormai i bollori erano svaniti e pensò che era meglio rassegnarsi e riprendere le sue occupazioni. Ne aveva abbastanza di tribunali e di carcere e si avviò verso la stazione. Poichè era ancora presto per prendere il treno, sostò in Piazza Ferrovia, seduto sopra una panchina dei giardini pubblici.
Mentre era intento a leggere il giornale, gli passò davanti una coppia.
La donna vestiva elegantemente ed era accompagnata da un vecchio signore: Carmela.
Carlo si sentì affluire tutto il sangue al cervello, tuttavia seppe dominarsi e salutò la coppia col più amabile dei sorrisi.
Carmela avvampò, ma, forse, nella convinzione che Carlo ignorasse ancora, restituì al saluto con un lieve sorriso. Si fermò e presentò Carlo al commendatore, passandolo per suo cugino.
Il vecchio armatore ritenne doveroso offrire un caffè al “cugino”, della sua amica e tutti e tre si avviarono in un bar della vicina via Cavour.
Carlo seguiva la coppia con l’aria più indifferente di questo mondo.
Dopo aver preso il caffè, chiese di accomiatarsi, essendo giunto il momento di prendere il treno. Il commendatore si recò alla cassa per pagare la consumazione. Nel frattempo Carlo si avvicinò a Carmela e le disse che ormai era rassegnato a quanto era avvenuto durante la sua assenza. Chiedeva soltanto un bacio prima di separarsi per sempre. Carmela trovò naturale il desiderio del marito ed offrì la guancia, pensando di essersela cavata a buon mercato.
Un grido lacerante fece accorrere tutti gli avventori del bar verso l’angolo, dove trovarono Carmela grondante sangue dal viso. Carlo si era già eclissato.
Il giorno successivo i giornali recavano la notizia che un giovane sconosciuto, in un bar di Via Cavour, con un morso aveva asportato il naso a certa Carmela Verdinois.
Al processo che ne seguì, Carlo venne condannato a 5 anni di reclusione, i quali, in seguito a ripetute tentate evasioni, diventarono 13, che scontò nel penitenziario di Paliano.
In carcere scrisse diversi sonetti, quasi tutti dedicati alla sua bambina, ma di bello non avevano che l’espressione di una profonda tenerezza, accentuata dalla lontananza dalla figlia Maria.
Scrisse anche una novella sull’incontro con Carmela in quella lontana sera di carnevale, intestandola “Senza titolo”, ma non la fece mai leggere a nessuno.
Un giorno gli giunse la prima letterina di Maria e pianse di commozione nel leggere quelle frasi infantili ed affettuose. Egli si illudeva che la figlia ignorasse la sua triste condizione e si confortava al pensiero di essere ritenuto un gentiluomo almeno dalla sua creatura.
Quando Carlo uscì dal carcere Maria era ormai una giovinetta.
In carcere aveva migliorato la sua cultura ed aveva perduto le sue vecchie abitudini, tuttavia, allo scopo di non ricadere nel baratro di cui era riemerso e soprattutto per rifarsi un’esistenza migliore per sè e per sua figlia, decise di emigrare in America.
Si stabilì a Leavenworth, nel Kansas, dove trovò occuparsi presso la Transient Hous in qualità di cuoco. Anche Maria trovò occupazione come dattilografa presso il negozio di legnami da costruzione della Feller Lumber and Co.
Padre e figlia vivevano felici. Il passato non era più che un ricordo che il tempo seppelliva lentamente sotto la polvere dell’oblio.
Maria si sposò col giovane industriale Roger Manuf di New York e Carlo andò a convivere con lei nel quartiere di Manhattan.
Molti anni erano passati dal loro arrivo in America.
Una sera, mentre Carlo, ormai vecchio, e la sua nipotina Jane passeggiavano per City Hall, scorsero una vecchietta che chiedeva l’elemosina. Aveva un fazzoletto legato intorno alla testa all’altezza del naso.
Carlo, come attratto da una forza arcana, si avvicinò alla donna e le chiese: Wath is your name.
– Carmela Verdinois – rispose la donna, in italiano, con un fil di voce e tenendo sempre la mano stesa.
Carlo le porse un dollaro, mentre una lacrima gli inumidiva fuggitivamente le ciglia. Poi rivolto alla nipotina, con voce tremula, disse: Andiamo Jane.
– Nonnino, chi è quella povera donna? – domandò Jane.
– Quella è la protagonista di una novella senza titolo.
– La conosci?
– Un pò… – rispose il nonno, che sentiva le gote solcate da lacrime non più trattenute.
Ruggiero Zarrella