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Il problema Meridionale e il contributo degli emigrati (2 parte)

Prosecuzione dell'analisi storico-economica sull'emigrazione meridionale: fornisce dati dettagliati sulle rimesse degli emigrati italiani tra il 1875 e il 1913 (dai 75 milioni del primo decennio fino a punte di oltre 800 milioni annui), calcolate da economisti come Strigher e Iannaccone, sottolineando come questi fondi, pur enormi per l'epoca (6.212 milioni di lire nette tra il 1900-1913), non siano stati sufficienti a risolvere strutturalmente il problema del Mezzogiorno per l'assenza di una politica organica, mentre solo l'emigrazione stessa ha prodotto un reale, seppur parziale, rinnovamento democratico del Sud Italia.

Continuazione del nostro primo articolo. Il problema meridionale e il contributo degli emigrati

 

Riprendo il filo con la consapevolezza dei bilanci di questa difficile situazione. Le statistiche più recenti ci dicono che milioni di nostri fratelli hanno cercato fortuna oltre i mari: dall’Argentina agli Stati Uniti, dal Brasile all’America del Nord, dall’Europa all’Australia. Le cifre dell’emigrazione sono impressionanti e costituiscono un fenomeno che non possiamo trascurare se vogliamo comprendere il destino del Mezzogiorno.

Tra il 1876 e il 1908 vennero pagati in oltre mille milioni di lire (somme che oggi sarebbero immense) i trasferimenti postali e per rimesse.

Quando rivolgo uno sguardo, che oggi, a migliaia di compatrioti che provano fortuna in terre lontane, appare come una speranza di libertà economica, culturale e sociale. Eppure il contributo degli emigrati non è solo economico: essi portano idee, abitudini, aspirazioni. Le rimesse e i risparmi mandati a casa sono importanti, ma è ancor più rilevante il flusso delle conoscenze e delle pratiche lavorative che ritornano con gli uomini che rientrano o che scrivono ai loro paesi.

Nel periodo 1875-1885 vennero nominati alunni e maestri che portarono nuove capacità tecniche ed organizzative; e nel 1900 si cominciò a registrare una più viva attenzione verso le riforme agricole e sociali.

Questa rivendicazione assume, che oggi, a motivo di tante discussioni, che la nostra classe dirigente e la società tutta devono sapere ascoltare e motivare, affinché il Mezzogiorno non resti più escluso dalla grande riforma nazionale.

Dal 1875 al 1885 le rimesse degli emigrati italiani furono di valore enorme (75 milioni, mentre in un altro conteggio superavano i 100 milioni), e il periodo successivo vide un progressivo aumento.

Le esperienze e le conoscenze riportate dagli emigranti sono strumenti preziosi per la rinascita: l’istruzione professionale, le tecniche agricole, gli indirizzi amministrativi.

Ecco perchè dobbiamo guardare all’emigrazione non solo come ad una perdita di forze ma come ad una risorsa: occorre leggere e rilevare le idee, le speranze e il lavoro degli emigranti.

Antonio Fallarino

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