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Ritrovarsi grandi

Pagina di diario in prima persona in cui l'autrice ricorda la propria adolescenza e il passaggio all'età adulta. Rievoca ricordi legati a un amore giovanile, a promesse e attese non del tutto mantenute, e riflette con tono malinconico e intimo sul cambiamento interiore avvenuto nel tempo. Il testo alterna momenti di dolcezza e delusione, chiudendosi con una riflessione sofferta e ambigua rivolta a un "tu" che sembra restare, forse, un ricordo lontano.

Io ero appena un adolescente: sedici anni. L’avevo vista, bambina di tredici anni, i bruni capelli ondulati che le incorniciavano il viso come quello di una piccola madonna: e il desiderio improvviso di baciarla sugli occhi belli e luminosi mi aveva preso. Ma non dovevo, non potevo farlo. Si giocava insieme, ed io mi sentivo turbato al contatto delle sue mani leggere che a volte si posavano sui miei capelli per una lieve carezza che le faceva assumere l’aspetto d’una donnina, sebbene fosse tanto più piccola di me. Non potevo parlarle d’amore. Ne ignoravo il linguaggio, nè ella avrebbe saputo comprendere. Ma quando venne il giorno della partenza, e pensavo che non l’avrei forse rivista mai più, mi prese un’angoscia terribile. La speranza di tenerla legata a me mi illuminò come una luce improvvisa; e in un attimo in cui eravamo soli le parlai:
— “Marisa, ti voglio tanto bene. Quando sarai grande verrò a cercarti. Devi aspettarmi…

La parola amore non fu pronunciata; ma dal mio turbamento si capiva tutto. Non potei dire altro perchè ci sorpresero ed io arrossii fino alla cima dei capelli nel timore d’esser stato scoperto in quell’atteggiamento quasi supplichevole. Ma nessuno sospettò lo strano colloquio che un adolescente di sedici anni aveva tenuto con una bambina di tredici. non potei ascoltare dalle sue labbra la promessa che avrebbe aspettato; ma leggevo nei suoi occhi che fissavano i miei una desolata tristezza.

Non ci trovammo più soli.

Prima che partisse, salutandola, le strinsi forte la mano, senza che gli altri se ne potessero accorgere. Ma mi sentivo stranamente ridicolo. Ella mi guardò un attimo negli occhi, poi distolse lo sguardo dal mio, come se temesse un pericolo ignoto.

E non la vidi più.

Son restato con questa speranza celata nel cuore, sognando un viaggio meraviglioso per raggiungerla e dirle tutto il mio amore. Non ci siamo più scritti, perchè sarebbe stato impossibile farlo senza che alcuno intercettasse le nostre missive; e mi sentivo ridicolo all’idea che altri potessero sapere del mio primo dolce segreto d’amore.

Ma quella promessa appena formulata in un giorno lontano è restata sempre in me, come una meta a cui non si può mancare. Il mio primo amore mi attendeva. Doveva tornare a lei.

Oggi, arrivo alla stazione di Roma. Sono venuto di nascosto, inventando una scusa qualsiasi per restare qualche giorno fuori casa senza destare sospetti. L’ho già avvertita del mio arrivo con una brevissima lettera.

Penso che ella mi aspetti con ansia, con tutti i suoi sogni di quattro lunghi anni di lontananza. E accelero il passo. Ma poi mi prende la paura di non trovare nessuno, e rallento, per ritardare l’ora funesta. Mi sento sperduto in mezzo a tanta folla di estranei. Se non troverò nessuno, che farò? Non voglio pensarci. Potrei tornare indietro col cuore svuotato, perdendo la fede negl’ideali tanto cari ai cuori dei giovani, o potrei essere tanto audace da andare a cercarla in casa sua. Ma forse non oserei. Non voglio pensare a quello che accadrebbe se non dovessi trovarla.

Mi fermo indeciso sul posto dell’appuntamento. Altre tre persone aspettano. Mi guardo attorno: nessuna fanciulla.

Ma… sì,….. quella ragazza ha l’aria d’aspettare qualcuno. Possibile che sia lei? È voltata di spalle e non posso osservarla bene. Ma d’un tratto si volta. Posso osservarne il profilo.

Dio mio! Sarà lei. Ma com’è diversa! Quella che credevo mi attendesse era una bambina dai lunghi capelli neri, il profilo infantile, gli occhioni ignari e dolci dell’innocenza. Ma questa è una signorina moderna, con la borsetta a tracolla, capelli corti alla moda, una ciocca bionda che le adombra la fronte con civetteria: una di quelle ragazze ultramoderne davanti a cui ci si sente a disagio, perchè si ha sempre l’impressione di ricevere una staffilata quando si parla con loro; una ragazza che potrebbe mettere in imbarazzo un giovane provinciale che porta seco tutto il suo bagaglio di illusioni e di sentimentalismi: roba troppo spesso messa in ridicolo da quelle ragazzine scapigliate della metropoli. Questi pensieri mi turbinano nella mente in un attimo: mi sento staordinariamente timido. Ed è come se mi avvicinassi ad un’estranea che le rivolgo la parola: – Scusi, è lei la signorina Marisa?

Mi guarda con gli occhi spalancati, pieni di sorpresa. E’ proprio lei.

Ma il rivederla non mi dà alcuna gioia: anzi, mi fa sentire a disagio.

E’ bella, molto bella; ma non è la mia fanciulla. Forse per me è troppo affascinante. Io l’amavo come era una volta. Il mio ricordo s’era fissato a quell’immagine e non potevo supporre di trovarla cosi cambiata.

Ella risponde disinvolta, porgendomi la mano. Gliela stringo, ma senza entusiasmo. Ecco: come due estranei che si rivedono dopo tanto tempo per fare insieme una passeggiata e quattro chiacchiere, e dopo si lascino senza portare seco un ricordo.

Ci avviamo silenziosi. ella si accorge del mio imbarazzo e prende a parlare. mi chiede degli amici, dei parenti, della gente rimasta laggiù, ed io rispondo a stento, dandomi dell’idiota per essermi messo in quella situazione. Si sforza di farmi sentire a mio agio. Ma quella disinvoltura mi fa tanto male perchè uccide in me tutto il sogno lungamente vagheggiato.

La fanciulla che amavo non esiste più.

Gli occhi di questa donna mi guardano, ora con curiosità, ora con indifferenza.

La sua voce non trema come quando aveva paura del mio sguardo insistente.

Non accenniamo alla promessa lontana. Provo vergogna all’idea di averle scritto quel ridicolo biglietto, e farei chi sa che cosa per non averlo mai scritto.

Ci lasciamo come due buoni amici. Dovremo rivederci domani.

* * *

Sento bussare alla porta della mia camera d’albergo:
— C’è una lettera per lei.

Di chi può essere? Solo Marisa sa il mio indirizzo. Leggo:

“Ho sognato per tanto tempo che tu venissi a cercarmi, con la certezza che non avresti mancato alla tua promessa: ma sognando si dà alle persone un volto diverso dal reale. Ti aspettavo come il principe azzurro che doveva venire chi sa da quali regioni sconosciute: e tu sei arrivato con un volto diverso da quello che mi aspettavo di trovarti. Non somigli più a quello di una volta. A stento ti ho riconosciuto. Non potrei amarti mai, perchè ti serberei rancore per non avere il volto che io amavo. Io ho visto uno sconosciuto che presume di possedere un tesoro non suo: è il ricordo di un amore puro e profondo come può essere quello degli adolescenti. Ho amato il tuo ricordo, ma non posso amare te. Sono contenta di averti ritrovato, perchè ora ho la certezza che posso andare incontro all’amore senza la paura di dover un giorno ritrovare qualcuno che rimpiangerò di non aver saputo aspettare. Non verrò come ti avevo promesso. Il trovarci insieme ci mette in imbarazzo. Meglio evitarlo… “

* * *

È finito il mio primo amore. Non ho che da prendere il treno per andar via. Mi sento il cuore leggero.

Sì, Marisa ha ragione.

Non avrò più nostalgia del passato. I vecchi ricordi sono spesso irreali.

Meglio seppellirli per sempre.

Nadilfe