La casa di quel vecchio scapolo don Ciccio Mansueto era il ritrovo degli amici; studiati tressetti e cavillose discussioni si alternavano intorno al tavolo rotondo posto in mezzo al quadrato salotto che accoglieva i signori del tempo. Giochi e burle, a danno di questo o di quell’amico, erano all’ordine ogni giorno.
Una mattina il crocchio dei soliti amici vide come la donna che portava scamorze all’Arciprete Palazzi, il quale da più giorni discutiva le riunioni e causa della gotta che lo tormentava e lo costringeva a letto.
L’idea di fare una burla all’Arciprete era venuta a tutti; ma come fare per privarlo delle scamorze?
Capita a bruon punto Gian Fedele Lucarelli, spirito caustico e burlesco che s’impegna di portare le scamorze che poi sarebbero venute a tavola durante l’abituale cenetta fra gli amici.
L’arciprete non era il tipo da farsele fare facilmente; l’impresa era ardua e non sapevano come Gian Fedele ce le avrebbe cavate di sotto. Anzi alcuni prevedevano un niente di fatto.
Dopo qualche cretta però eccolo di ritorno col trofeo alzato: otto scamorze legate a paia con un giunco.
Fanno festa all’arrivato come ad un campione vincitore e tutto gli assillano con la stessa domanda: — Come hai fatto?
— Quando sono entrato ho trovato la sorella che mi ha fatto subito passare nella stanza. Il povero Arciprete supino sul letto, immobilitato a muoversi si lamentava per la gotta.
Ho detto che, oltre al dovere di una visita, avevo desiderio di confessarmi.
— Sono contento, m’ha detto.
— Sapete, Arciprete, che sono buoni cristiani e son venuto qua perché non mi piace mostrarmi in chiesa; ogni tanto vuoto di coscienza ci spinge a mettersi in grazia di Dio, e la nostra fede a metterla in porta e mi sono confessato.
La cassa con le provviste, voi sapete, l’ha sotto il letto e mi sono impegnato ad aprirla senza far rumore, mentre ad alta voce recitavo il Confiteor.
Il letto però, per quanto alto non consentiva una larga apertura e il braccio arrivato a un certo punto non passava più.
Tirare la cassa avanti non era semplice, non perché potesse vedere perché dalla posa supina non si poteva muovere, ma perché avevo avrei potuto fare rumore.
Ho cominciato col dire qualche peccato e intanto armeggiavo con le dita per trovare le scamorze. È venuta subito presa un filo e ne ho tirate passa via. Allora subito mi son confessato:
— Padre, ho preso due scamorze.
— È peccato prendere la roba d’altri, il settimo Comandamento lo sai e m’ha fatto una predica sulla gravità di questo peccato.
Ho continuato col dire accusarmi bestemiatore e qui non ha fatto grande meraviglia ma ha cercato di farmi comprendere l’offesa a Dio e l’inutilità della bestemmia.
Io seguivo il suo dire per accontentarlo, ovvera il caso in modo da mostrarmi distratto e spingevo il più possibile la mano per trovare altre scamorze. Ho preso intanto un altro filo, ho passato il secondo paio. Altri ammonimenti ed io profittando del suo parlare meglio per trovare le altre. Ho aggiunto che manco ogni tanto alla Messa, ha cercato di prima che si passasse ad altro argomento ho potuto confessare anche il terzo paio di scamorze.
— È grave, ha fatto lui, e sempre alla stessa persona?
— Sì Padre.
— Devi riparare, bisogna restituire, non puoi tenerti la roba d’altri sei vuoi essere in grazia di Dio.
— E come faccio, Padre?
— Restituendola al padrone.
— Padre, le volete voi?
— Io no, non posso pigliarle.
— Ma vuoi il padrone le vuole.
— Ma tu glielo hai domandato?
— Sì, Padre.
— Il peccato è sempre grave, figliuolo, e tu per metterti a posto con la tua coscienza devi restituire la roba presa.
— Sono pronto, Padre, le porto a voi se le accettate.
— Ma io non posso pigliarle, te l’ho detto…..
— E il padrone si rifiuta di pigliarle; glielo detto più d’una volta che debbo fare?
— Se è così, se il padrone si rifiuta all’offerta si rifiuta puoi tenerle, però non devi farlo perché…
e qui ha continuato la predica, mentre io mi sforzavo vanamente di trovare il resto.
Finalmente il quarto filo è venuto alla dita e l’ho confessato:
— Ancora un altro paio? È venuto la stessa persona?
— Sì, Padre.
— E il padrone non si è accorto della mancanza, non ha fatto ricerche?
— No, Padre, non si è accorto di nulla.
— Potevi dirle tutte in una volta.
— L’ho detto così com’è venuto il filo.
Egli ha capito che io dicessi il cronologico dei peccati, io invece intendevo dire il filo delle scamorze.
M’ha fatto tanti ammonimenti, m’ha parlato della bontà di Dio verso i peccatori pentiti, mentre io scoprivo il più possibile la mano nella cassa.
Poi m’ha domandato: — C’è altro?
Io non avendo trovato niente ho risposto: — Mi pare che non ci sia niente’altro, ho finito.
M’ha assolto, gli ho fatto gli auguri, gli ho salutato ed ora sono qua.
Che i furti operati da Gian Fedele si riferiscono alle scamorze dell’Arciprete se ne accorse solo quando disse alla sorella di preparare l’una per il pranzo.
Non trovò nulla da obiettare perché a scherzi del genere c’era stato anche lui altre volte. Solo si dispiacque, e molissimo, che Gianfedele avesse abusato di un Sacramento per fare uno scherzo.
Ma non l’ebbe perché, così gli fece sapere, non le avesse neppure prima quando Gian Fedele glielo aveva offerte.
Totonno