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Fatti d’altri tempi / Nemesi di Cronaca

Racconto ambientato nel mondo del brigantaggio: un medico (don Ciccio/Dott. Francesco Mansueto), turbato dopo aver visitato un detenuto nell'infermeria del carcere di Avellino, rivela al suo infermiere il motivo della sua commozione. Anni prima, da giovane medico a Montefalcone, fu assalito da due briganti lungo un sentiero di montagna; uno dei due, più umano, lo salvò dalla rapina violenta voluta dal compagno. Quell'uomo clemente è proprio il detenuto appena visitato: il destino (la "nemesi", giustizia divina più che dea pagana) li ha fatti reincontrare, permettendo al medico di ripagare con la propria cura quella bontà ricevuta tanti anni prima.

L’infermiere delle carceri di Avellino quella mattina vide gli occhi del Medico lucidi di commozione.

Molto, forse troppo il Dott. Francesco Mansueto si era intrattenuto presso il giaciglio dell’ammalato portato quella mattina all’infermeria.

Quel viso rude e barbuto, quel corpo alto e dinoccoluto non avevano mai fatto trasparire alcun sentimento, pure quella mattina il viso del Dottore era mutato e lo sguardo era assente. Qualcosa di diverso c’era stato ed egli, l’infermiere, se n’era accorto già quando il Medico, con una scusa, l’aveva fatto allontanare dopo che aveva fissato a lungo il viso macilento dell’ammalato, il quale, non potendo sostenere lo sguardo e dopo essersi arrossito e sbiancato si era nascosto il viso con le coperte, quasi a cercarne riparo.

Nella saletta il dottore si fermò, come di consueto, a scrivere il rapporto. Intinse la penna e rimase sospeso: guardava lontano, nel vuoto, forse vedeva cose che lui solo riusciva a vedere.

L’infermiere, buon giovane che il medico trattava con molta confidenza, rimaneva a tacere.

Stette in forse poi, timido, disse:
— Dottore, le visite di stamane l’hanno alquanto preoccupato, forse l’ultima, quello nuovo…..

— Siedi, è bene che ti racconti. Saran forse dieci anni, una mattina d’aprile, dopo aver sbrigato le poche visite, sellai la cavalla e mi avviai per la Montagna.

Ero allora a Montefalcone, mio paese di nascita, e facevo l’amore a Paduli. Oltre che l’affetto per quella brava ragazza, mi spingeva ad andar fuori un bel sole caldo e l’aria profumata di primavera.

— Due fuochi, vero Dottore, e questa volta non contrastanti: il sole e l’amore.

— Avevo fatto meno di mezz’ora di strada e dovevo scendere la china di un torrente chiamato Varo di Cesare, un’antica leggenda, forse storia, vuole sia quello il luogo ove passò Traiano durante il suo viaggio per Brindisi; per quell’anfrattuosa discesa, smontai di cavallo, infilai le briglie nel braccio e mi avviai a piedi per la gola del monte.

Ove più stretto e impervio era il sentiero, due uomini, sbucati di dietro ai massi di pietra che abbondano in quella zona, mi si piantano davanti a fucile spianato.

L’incontro mi colse alla sprovvista: l’ora, il tempo bello e la campagna non del tutto spopolata non mi facevano prevedere un caso del genere.

Non mi facevano difetto il coraggio e la forza, ma di fronte alle canne dei fucili sarebbe stata follia reagire.

Mentre uno mi teneva sotto controllo, l’altro mi liberò il braccio dalle briglie e disse che potevo andare; il compagno invece non era soddisfatto e dopo aver richiesto il danaro voleva anche togliersi la fregola di scaldarmi le spalle.

Il primo insisteva per lasciarmi libero, tanto, diceva al compagno non avrei potuto nuocerli dato che m’avevano appiedato ed essi si erano forniti di cavalcatura. La discussione si svolgeva animata fra i due ed io impalato guardavo or questo or quello per sapere quale tesi avesse la prevalenza.

— Faceva il tifo, Dottore? E sarei certo d’indovinare per quale dei due.

— Dio volle che la tesi buona alfine prevalesse e fui lasciato libero. Mi costrinsero a continuare il cammino per non farmi tornare indietro perché il paese era vicino e temevano che li denunziassi alla Guardia Nazionale, bene organizzate in quel tempo al mio paese.

— Può darsi, Dottore che l’abbiano fatto per gli occhi belli della sua ragazza.

Don Ciccio appoggiò il mento sulla mano e rimase assorto: forse erano gli anni della sua migliore giovinezza che, in una visione di sogno, gli apparivano alla fantasia; forse erano le parole di quella delicata fanciulla che risentiva; forse era il rimpianto di lei; forse era il pensiero della nemesi, implacabile sempre, che gli dava da riflettere. La nemesi, anche se non più venerata come Dea, dirigeva il corso fatale degli eventi; era la giustizia di Dio che si manifestava agli uomini.

Poi continuò: — L’uomo che ho visitato stamane era di quelli che mi fecero l’incontro.

Un giorno io ero in suo potere; nè io, nè lui pensava mai che un giorno potessimo incontrarci. Forse il fato ha voluto, dopo averlo castigato per le sue malefatte, premiarlo per l’atto di bontà fatto in quel giorno.

Gli antichi adagi, nella esperienza degli anni, predicano tanta verità: “Solo le montagne non s’incontrano”.

Le azioni degli uomini sono guidate dalla mente di Dio!

Nell’infermiere era venuta meno l’abituale facezia ed era rimasto perplesso. Il Dottore tirava le parole dal fondo dell’animo: ed erano tanto diverse dalle sue abituali epicuree asserzioni.

— Abbi cura di lui, continuava don Ciccio, abbi cura di tutti gli uomini e per questi disgraziati in ispecie; forse un giorno essi stessi potranno compensare la tua bontà; Dio sempre trova modo di premiare la virtù degli uomini.

Totonno

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