Se l’incendio del 2 novembre ’43 non avesse distrutto tutto il carteggio dell’archivio comunale si potrebbero dare dati precisi intorno al fatto che si racconta. Ma questo, come gli altri, anche se non fissa date e riporta solo poche generalità, anche se ha più sembianze di fantastico che di reale, non ha nulla d’inventato.
Grato Ianzito, detto zi Gratone non so se per il fisico grosso o per gli anni molti, da alcuni anni aveva lasciato le pecore e la masseria ove da giovanissimo era stato garzone e viveva con la moglie la tranquilla vita dei semplici che hanno tutto, perché si contentano di poco.
Verso l’ora tarda di un mattino, mentre il vecchio seduto al sole intrecciava vimini per un canestro, arrivano da lui due dei Signorini figli del suo vecchio padrone.
Accoglienza festosa e impacciata: chiama la moglie, spolvera le sedie e manifesta la sorpresa di vederli in casa sua e domanda come mai da quelle parti.
I due giovani misero a conoscenza il buon Gratone della morte del loro papà e qui l’affezionato garzone voleva esternare il suo sincero rammarico e manifestare il suo dolore, ma i giovani avevano fretta d’arrivare al sodo e allo scopo della loro venuta. Quindi proseguirono dicendo che della risaputa ricchezza paterna essi avevano trovato molto poco… Ogni ricerca era stata vana e le indagini, fino a quel momento, inutili. Essi sapevano, ed altri avevano confermato, che l’uomo fidato del loro papà ed anche il confidente era Gratone e che lui soltanto poteva saperne qualche cosa.
Qui il buon vecchio ammutolì e ci volle tutta l’abilità dei giovani per fargli dire che sapeva qualche cosa. Aggiunse però che era legato da impegno al quale non poteva venir meno: delle confidenze del suo padrone non aveva mai fatto palese nessuno e l’impegno diventava maggiore dopo la morte. Ma la parola sciolta e implorante dei giovani, che Gratone considerava i suoi nuovi padroni, ebbe ragione sugli argomenti del vecchio e quindi, accostata la sedia, stretto il circolo, con voce pacata raccontò che degli anni erano passati da quando il suo padrone una sera lo chiamò e fatto bardare tre muli, dopo essersi assicurato di essere soli, glieli fece caricare di barilotti, certamente pieni di monete, dal suono che essi facevano. Insieme si avviarono senza parlare: Grato tirava il primo mulo, il padrone seguiva cupo e per la strada non parlò mai.
Si allontanarono fra i campi fino ad un luogo che il padrone indicò. Qui fece scavare una fossa e quando la ritenne conveniente vi fece calare i barili che erano 12.
Voleva a questo punto che l’anima di Grato guardasse quel danaro. (Era credenza a quei tempi che i tesori venissero custoditi dall’anima di una persona uccisa e seppellita col tesoro.)
Grato implorò, pianse e trovò misericordia nel suo padrone che gli fece giurare che non avrebbe detto mai ad alcuno dell’operazione di quella notte. Spiegò che voleva diseredare i suoi figli, i quali contrariamente all’esempio e al consiglio paterno, menavano vita scioperata. Fu rimessa a posto la terra e tutto tornò come prima.
Mai più quella terra fu rimossa e i barili erano ancora là. Il luogo lo ricordava bene Gratone perché tante volte vi era passato.
Ora l’erba e i cespugli vi crescevano folti.
Fu convenuto che sarebbe andato a indicare il luogo e avrebbe avuto due dei barili seppelliti come ricompensa.
Quando Grato scelse fra i 12 barili disseppelliti non sapeva quello che contenessero, come non lo sapeva prima.
Caricò i suoi barili sul mulo e tornò alla sua casa ignaro ancora della ricchezza che portava seco.
A casa, a porte chiuse, mentre la moglie reggeva il lume, prese l’ascia e sfondò i barili. Un rivolo di monete d’argento si sparse sul rustico pavimento e fece trasecolare i due vecchi.
La vita serena era finita! Non furono più i cesti a tenerlo occupato, nè il sole a vederlo spaccar canne e a intrecciar vimini per i cesti e a tagliare il pezzo di pane seduto accanto alla moglie che sferruzzava mentre i monelli seduti per terra aspettavano il pezzetto di cacio e la continuazione del racconto che non finiva mai.
Gravi pensieri ora occupano la sua mente. Dovrà far buon uso di quel danaro che la provvidenza gli ha dato, che il padrone forse, dall’altro mondo, ha voluto affidare a lui perchè ne facesse opere di bene.
Non aveva Gratone eredi diretti, nè parenti stretti e di quel danaro fece bene al popolo.
Ma di questo diremo un’altra volta.
Totonn