Persona
Rosario Zeppa
Collegamento archivisticoMedico oculista, amministratore pubblico e scrittore Rosario Zeppa nacque a Montefalcone di Val Fortore il 17 novembre 1921. Medico oculista,…
Apri la scheda →Riflessione moraleggiante sull'ipocondria e sul credersi malati come male sociale diffuso a ogni età e condizione. L'autore osserva come il continuo paragonarsi agli altri generi invidia, insoddisfazione e senso di inutilità, e come il fatalismo porti a trascurare i propri doveri. Sottolinea l'importanza di valorizzare se stessi secondo il proprio ruolo, criticando l'ambizione smodata e l'accidia. Conclude invitando a coltivare la felicità nei piccoli gesti quotidiani, nel lavoro e nella semplicità, come antidoto alla malinconia e all'insoddisfazione esistenziale.
Il credersi malato è un male, un male che non stanca, un male che non logora, un male che non duole. Peggio è volersi ammalare, sicché l’ammalarsi, nel mio caso diventa già un sistema di cura. Paradosso? Può darsi.
Il male di cui parlo è il sentirsi inutile! Male di ogni età, per tutte le condizioni sociali, di entrambi i sessi, per ogni nazione.
Sentirsi inconsiderato, sentirsi nulla la logora anima e corpo; e non dico sentirsi nulla in un determinato ambiente, dico sentirsi nulla nel proprio lavoro, sentirsi nulla in se stesso. Ci vorrebbe essere indispensabili e ci si sente inutili, la propria attività o vuoto o addirittura vergognoso.
E quel continuo paragone con gli altri che non sempre si ripetiamo, ma porta all’ipocondria, all’avvilimento, al malessere continuo che diciamo spesso senza perché; senza perché, non vogliamo dirlo neppure a noi stessi perché ci sentiamo colpevoli del nostro poco anche se tante volte sanche scusarne il soccorrere: la nascita, il fisico, l’ambiente, le condizioni vigenti, ecc. ecc. È solo talvolta si adagia in un tormentante fatalismo!
E tutto questo si ripete tante volte nella giornata, in ogni dove. Uno sprazzo di felicità si avviva solo quando, sia pure in un piccolissimo ambiente, ci sentiamo pur interessanti degli altri e per quest’attimo di sorriso basta una novità o una barzelletta con la quale riusciamo ad interessare gli altri, o anche un vestito nuovo o qualcosa che altri non hanno o qualcosa un malanno o un lutto che ci fa centro delle altrui chiacchiere.
Malanno di ogni epoca che nessuno registra eppure tutta l’umanità soffre di questo male da sempre e solo trova riposo talvolta in un malanno fisico. La cronaca ci dice solo di Alcibiade che fece tagliare la coda al cane e di Omar che bruciò la biblioteca di Alessandria.
Teme il fuoco che brucia e qua e là avvampa!
E si dice è il divino in noi che ci spinge a sopravvivere alla morte; e si dice è l’innato stimolo al continuo miglioramento. La bassa ambizione passa sotto queste sontuose etichette mentre quella vecchietta che inconsciamente sopravvivere alla morte con le sue preghiere, non sa della vita, essa non fa che vegetare!
Oh non è l’ardore della lotta con la natura, non è il divino influsso di Prometeo, non lo sforzo di migliorare o alleitare l’umanità! E non è la degenerazione di essa, così come il Santo che trapassa la vita nella crapula più viziata.
L’avvilimento dell’io perdura senza sforzo di vincere e tanto spesso trapassa nella miseria invidia. L’incoscienza del proprio io che cerca una sbagliata personalità; è la mancanza di uno sguardo introspettivo che fa svalutare noi stessi perché si giudica gli altri dall’importanza sociale. E questa intima, individuale sofferenza genera la deviazione della cristiana rettitudine che solo chi ha un alto senso morale sa qualificare in se stesso come peccato.
Sentirsi nulla nel proprio io? Perché non è indispensabile al procedere della vita?
Siamo tutti più o meno inutili, nessuno indispensabile! Spazzare una strada è da necessario quanto il dirigere la politica di una nazione; la mancanza di uno spazzino viene sostituita così come quella di un ministro.
Perché dunque soffrire per essere impiegato e non capufficio, vice direttore e non direttore?
La graduatoria più generale, più naturale, non porta queste differenze!
Perché allora non fare il proprio lavoro con la stessa dignità di qualche portiere che, avvicinato, parla come del proprio Direttore assoluto del suo stabile? Perché non comportarsi come una vera maschera del teatro che vi abbassano la poltrona come se vi degnassero di darvi un pò di aria indispensabile per la vostra vita?
Lo sforzo di migliorare non trapassi in invidia, in avvilita cattiveria, ma sarà sempre gioconda se avrà per fine l’operare maggior bene.
Non ci si avvilirebbe della monotonia quotidiana se il proprio piccolo, irrisorio ma sempre utile lavoro, venisse compiuto con la coscienza di aver fatto un bene all’umanità e di aver servito in tal modo Dio!
Sarebbe più sana la vita e s’imparasse a sorridere nella monotonia quotidiana.
Rosario Zeppa