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La mia storia

Racconto confessionale (a puntate) inviato da un lettore in risposta al dibattito acceso dalla proposta della senatrice Lina Merlin di chiudere le case di tolleranza. L'autore, contrariamente al moralismo diffuso nei piccoli paesi verso le prostitute, racconta con toni delicati e non giudicanti il proprio primo incontro da giovane militare con una ragazza di nome Ilva in una casa di lusso, il legame affettivo sincero che si sviluppa tra loro nelle visite successive, e il tentativo di scoprirne il passato doloroso che lei preferisce non raccontare. Il racconto si interrompe (con rinvio al numero successivo) proprio mentre i due trascorrono insieme una giornata fuori città, alla Certosa.

Caro “Valfortore,,

La proposta della on. Merlini alla Camera ha fatto gran chiasso, ma la nostra gente ne è disinteressata, anche se i giornali, dai quotidiani alle riviste, hanno detto la loro, ciò non è valso a entrare nelle idee del nostro popolo. Non perchè da noi non si sappia dell’esistenza delle “case,,, ma accenni a simili argomenti non trovano luogo in alcuno ambiente. Non si concepisce come vi possano essere donne che si donino a chi le chiede o, peggio, che si offrano.

Son quelle donne, per i nostri paesi, di altra specie, che escono dal comune che mancano di sensibilità, di affetto, di pudore. Alle donne perdute, come da noi le chiamano, manca ogni grazia di Dio, dell’anima, del corpo.

In risposta a tutto questo ti sarei grato se nelle tue pagine si scrivesse quello che qualcuno chiama “la mia storia,,.

“Ero militare e con due compagni, durante l’ora di libera uscita, capitò una sera in una pensione di lusso: bella scalinata di marmo coperta di tappeto e ricca di piante, corridoi alla stessa maniera.

Ci accolse cordialmente la maitresse e ci fece accomodare in un salottino arredato con buon gusto e senza economia. Ci lasciò soli socchiudendo la porta.

Ci guardammo in viso: eravamo buffi; la testa rasata e la divisa da recluta faceva tanto contrasto in quell’ambiente da mortificarci e da farci pentire di essere entrati. Non era locale per noi.

Ci comunicavamo a bassa voce, vergognosi, le impressioni quando sentimmo un fruscio nel corridoio. Ammutolimmo.

Si spalancò la porta e una mezza dozzina di belle ragazze irruppero nella saletta. Voci di sorpresa e risa mal contenuta: la Signora, forse, aveva annunziato tre baronetti inglesi o tre milord americani.

Confusi e impacciati ci alzammo in piedi senza saper prendere la posizione di attenti, nè saper fare l’inchino.

Fra le altre, mi colpì una bionda con una lunga veste bianca, coi capelli sulle spalle, con grandi occhi neri.

Dubitavo che la simpatia fosse un sentimento reciproco, da quella sera invece vi credo.

Lei, quella che io m’ero incantato nel guardarla, si avvicinò a me, m’abbracciò, mi parlò. Non so quello che mi disse e quello che risposi. Nel suo abbraccio non sentivo niente di lussurioso, d’invitante, ma solo tanta spontanea affettuosità, che mi sentii attratta per lei da una sincera passione.

Le signorine se ne andarono, noi restammo all’impiedi, la Signora era vicino all’entrata. Capimmo: aspettava che uscissimo.

Sulla branda in camerata, ripensai all’avventura della sera e sentivo di voler sinceramente bene a quella che m’aveva stretto al petto, che aveva avvicinato il suo viso al mio in un gesto di affettuoso trasporto.

Nei giorni successivi pensai di ritornarvi, ma a sera nell’avvicinarmi alla casa, mi vergognavo. Passavo dall’altro lato della strada, guardavo i vetri colorati dell’entrata, la luce che filtrava attraverso le persiane chiuse e ritornavo in caserma ove rimproveravo la mia timidezza.

Una sera vi ritornai. Alla Signora chiesi di lei distinguendola dalle altre per le fattezze fisiche, pel colore dei capelli e del vestire.

Venne lei sola e nel salutarmi disse che m’aspettava, perchè era certa del mio ritorno.

Mi condusse nelle sue stanze. Un salottino da bambola ove dominava l’azzurro. Tutto era lindo, curato, ordinato.

Ci sedemmo di fronte. Volle sapere di me. Ci parlammo come se ci fossimo sempre conosciuti. Mi disse di chiamarla Ilva.

Quando me ne andai ero convinto che anche Ilva mi voleva bene e che mi amava. Promisi, perchè me lo chiese, che sarei ritornato e anche spesso.

Durante le visite successive le confidenze divennero più intime, e qualche volta, per necessità del dire, accennava ad un suo passato migliore, ma lo sorvolava. Se insistevo in qualche particolare capivo che non voleva parlarne. Eppure avrei voluto conoscere la sua storia, come era arrivata là, perchè non ne usciva, perchè vi restava ancora se uno scapolo, come lei mi diceva, voleva farne la sua amante portandola in casa.

— Preferisco essere di tutti e di nessuno piuttosto che di un uomo che di me ama solo le fattezze fisiche, che mi compenserebbe con la sua ricchezza, la quale mi farebbe sentire più grave la pena del mio mestiere.

Domandai allora: — E perchè continui così se questo modo di vivere non ti piace? Perchè ci sei venuta?

Le feci male, forse mancai di tatto, l’avevo colta sul vivo e l’avevo costretta a spiegarsi, a raccontarmi la sua storia, quella che io volevo conoscere, quella che lei non voleva dirmi.

— Domenica vieni di mattina, io sarò libera tutta la giornata.

Quando arrivai lei era già pronta. Disse che sarebbe uscita con me, che voleva andar fuori città, trascorrere insieme tutta una giornata.

Aveva provveduto lei stessa un abito borghese. In abito civile mi sentivo diverso, ero più libero nei movimenti e lo specchio che ci vide a fianco mentre si attraversava il corridoio mi disse che non avevo da vergognarmi se l’accompagnavo.

Alla porta ci aspettava una macchina che ci portò alla Certosa. Qui s’inginocchiò e pregò con fervore. Io le ero accanto e non assorto quanto lei.

Ad un piccolo centro della periferia licenziò la macchina. Non potei pagare perchè lei l’aveva fatto prima di partire.

(continua al prossimo numero)

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