Racconti

La bicicletta del funambolo

Il racconto di uno spettacolo itinerante di guitti e di un pericoloso fuori programma su una corda tesa tra i tetti del paese

Racconto ambientato in un paese di montagna prima della diffusione di radio e televisione, quando una compagnia di guitti itineranti vi si esibiva con spettacoli all'aperto. Il narratore e il cugino Donatuccio, giocando con una bicicletta lasciata in deposito dalla compagnia, ne danneggiano involontariamente il meccanismo. La sera seguente il funambulo della compagnia usa proprio quella bicicletta per un'acrobazia sulla corda tesa tra un tetto e il campanile della chiesa del Purgatorio, caricandosi di oggetti (tavolino, sedia, paralume). A metà corda i pedali girano a vuoto e l'acrobata rischia di precipitare, creando un momento di grande paura tra il pubblico. Riuscito a liberarsi degli oggetti e della bicicletta, raggiunge la salvezza tra gli applausi. I due ragazzi vivono in silenzio il sollievo e la responsabilità del pericolo causato per incoscienza.

Al tempo in cui radio e televisione non avevano acquisito il diritto di dimora nelle case, perché non erano nate o perché non avevano raggiunto le disagiate, povere zone di montagna, arrivavano, di tanto in tanto, nei nostri paesi compagnie di guitti che venivano a dividere la nostra gaia povertà e a rompere la monotonia delle lunghe serate.

Rappresentavano commediole o drammi, i cui personaggi venivano adattati al numero degli attori disponibili, scenette, farse e giochi di prestigio. Si esibivano in locali adattati quando la sala S.Michele non era disponibile. Lo spettatore pagava il biglietto all’entrata e dava qualche altra moneta durante il giro con la guantiera o il cestino a metà spettacolo.

Quella volta di cui vi parlo, invece, la compagnia si esibiva all’aperto e presentava numeri attraenti, anche perché diversi dai soliti.

Era composta, la compagnia, da due famiglie, forse imparentate fra loro. Con gli adulti c’era una giovanetta, Adriana Paitoschi, e qualche bambino.

Presero alloggio da noi. Si esibivano in piazza, all’aperto, su di un palco improvvisato. La gente affluiva numerosa ad assistere allo spettacolo, alle esibizioni dell’abile contorsionista, alle scenette comiche e ai prodigi del funambulo, che, sul filo teso dal tetto di casa nostra al campanile della chiesa del Purgatorio, dava prova di valente maestria, almeno per noi paesani che a prodezze del genere non avevamo mai assistite.

Nel sottano avevano depositato i vari attrezzi che non potevano stare nella camera da essi occupata. Fra l’altro una bicicletta coi cerchi di legno e senza gomme.

Con Donatuccio, il cugino, si fece l’inventario di quella roba e le previsioni per quello che potesse servire durante gli spettacoli serali. Per la bicicletta pensammo che avrebbero dovuto comprare le gomme e che, forse, serviva per qualcuno di loro per andare in altri paesi a preparare la piazza per altri spettacoli.

Fu, la bicicletta, l’oggetto della nostra attenzione e del nostro passatempo inforcandola e pedalando, dentro la bottega, sul selciato sconnesso, che costituiva il pavimento.

A quel tempo non l’avevamo di nostra una bicicletta e poterne usare a volontà era gran grazia e gioco interessante. Ma il gioco durò poco perché il rocchetto cominciò col non fare più presa e i pedali a girare a vuoto.

Ci rendemmo conto di averla guastata e la lasciammo accantonata. Quando avrebbero comprate le gomme si sarebbero accorti del rocchetto non più efficiente e l’avrebbero cambiato. Ma quale non fu la nostra sorpresa quando una di quelle sere vedemmo portar su la bicicletta e l’imbonitore annunziare, fra l’altro, un’acrobazia spettacolare in cui il funambulo avrebbe dato prova della sua valentia in un esercizio sensazionale: con la bicicletta sulla corda.

Passeggiò, fece delle giravolte, fece la finta di cadere per poi ripigliare il passeggio e i saltelli e poi… caricandosi sul dorso un tavolino, una sedia e un paralume, inforcò la bicicletta con la quale, con quell’ingombro sulle spalle avrebbe dovuto pedalare sulla corda per portarsi all’altra parte del filo.

Alla corda, per tenderla meglio, era legato un cavo al centro e così la prima metà era in discesa, l’altra metà in salita.

La prima metà andò bene per l’acrobata in bicicletta, ma arrivato al centro i pedali giravano a vuoto e il poveretto con quel carico ingombrante addosso e la lunga pertica per l’equilibrio, correva serio pericolo di precipitare.

– Mi hanno guastata la bicicletta! fu il suo grido. Sui volti degli altri della compagnia si leggeva la preoccupazione e lo sgomento.

Mamma pregava per quel poveretto in difficoltà; la gente che fino allora aveva applaudito vedendolo con tutti quegli arnesi addosso, ora guardava in alto, divisa fra lo sgomento e il pensiero che facesse finta, che facesse così per gioco, per sensibilizzare ancor più il pubblico.

L’acrobata, costretto al centro della corda, senza possibilità di andare avanti o indietro, guardava la rete sottostante, o forse la strada che, nel caso migliore, gli avrebbe rotto le ossa.

La folla, fino allora vociante e assiepata, si rese conto del pericolo che correva quel pover’uomo. Fece spazio al centro e restò muta.

Nel silenzio generale si sentivano gli accorati lamenti che accompagnavano gli sforzi del funambulo, il quale con accorta perizia, sostenendo a tratti la lunga pertica con una mano, si liberò del paralume e della sedia e poi del tavolo facendoli cadere nella rete. La difficoltà maggiore veniva ora che doveva liberarsi della bicicletta inforcata fra le gambe e che gli impediva di mettere i piedi sulla corda.

Quando, finalmente, ci riuscì, tutti ebbero un sospiro di sollievo e batterono le mani, che fu un inno di liberazione.

L’acrobata raggiunse il tetto della chiesa ed, esausto, si sedette per riposare.

Io e mio cugino eravamo vicini e fino a quel momento non ci eravamo guardati: ci fissammo negli occhi e, furtivamente, ci stringemmo la mano. La vittoria sul pericolo riportata dal funambulo era la nostra liberazione, ci sentimmo assolti da una colpa che sentivamo di aver commessa, anche se per incoscienza; ci aveva liberati da un peso di cui sentimmo la gravità in un tempo che ci parve lungo, forse più di quanto non parve ai poveri guitti, che per quella sera annunziarono che lo spettacolo finiva lì e la gente fu paga, non protestò, anche se mancava metà dello spettacolo, forse perché si rese conto di avere assistito ad un fuori programma irripetibile.