Abele Fiaccolo aveva cresciuto la bella figliata di maialini e andava alla fiera di Ginestra per venderli.
Erano tempo in cui non erano in uso i mezzi motorizzati e, quindi, si andava a piedi. La scrofa guidata da zio Abele faceva a sua volta di guida ai maialini.
Nel presso di Ginestra s’incontrò con zio Michelino Gagliano, che tornava dalla sua masseria. Si accompagnarono e dopo i rituali saluti e la chiacchierata del più e del meno, sulla salute dei familliari, si parlò dell’evidente scopo per cui zio Abele si recava alla fiera, sulla quotazione del prezzo degli animali.
Zio Abele era poco informato e zio Michelino, fiutando il buon affare tratto l’acquisto dei maialini e della scrofa.
Ormai per zio Abele lo scopo del viaggio era finito, ma trovandosi nel pressi di Ginestra proseguì per visitare la fiera.
Zio Abele non era uno sprovveduto, anzi per lui era calzante il detto “scarpe grosse, cervello fino”. Conduceva la sua azienda agricola in contrada “Vallia” fra le migliori del paese, con intelligenza e guidava la sua patriarcale famiglia con serena avvedutezza.
Giunto in fiera fece la sua lenta visita, girando di qua e di là, fermandosi a salutare amici e conoscenti e informandosi degli andamento dei prezzi. Si accorse così che l’affare che lui pensa-va di aver fatto vendendo in blocco tutti gli animali senza discutere con i tanti eventuali avventori e coi rischio di riportarli die-tro quelli invenduti; l’affare buono l’aveva fatto Michelino Gagliano, che ora era in fiera a rivendere gli animali ad una quotazione ben maggiore di quella di acquisto.
L’affare era fatto e non c’era da recriminare; “Vai alla fiera che il cieco è andato” si dice, e il cieco questa volta era stato zio Abele.
Ma cieco voleva significare anche poco accorto o qualcosa di peggio e perciò si avvicinò ai maialini, poggiò il petto sulle mani che aveva incrociate sul bastone e osservava le bestiole, poi lentamente allungò la mano a carezzare le bestiole e con la sua voce rauca e bassa diceva come parlando a se stesso:
«Chirò, chirò, chissà che non farete la fine degli altri. Chirò, chirò. Povere animalucce, a volte non bastano la cura e l’attenzione; quando il morbo viene, viene e ti distrugge tutto!».
Zio Michelino, che seguiva quello che sembrava un farneticare, volle spiegazione di quello che zio Abele diceva.
E zio Abele disse che i maialini erano molti di più: la figliata di due scrofe; ma che un male inspiegabile ne aveva fatto morire alcuni. Ancora la mattina, in paese dove li aveva fatti sostare durante la nottata, ne aveva trovati due morti.
La scrofa e i maialini, stanchi, assetati, esposti al sole cocente erano sdraiati, immobili e col fiato grosso.
Zio Michelino, sorpreso per quanto aveva appreso, fece le sue rimostranze: non a lui doveva essere fatto l’inganno perché l’affare egli l’aveva concluso sulla base della conoscenza e dell’amicizia e zio Abele non doveva approfittare della sua buona fede.
Il discorso venne tirato per le lunghe perché zio Abele si faceva pregare. Al fine, in nome della buona amicizia, acconsentì a restituire il danaro ricevuto prima e ritornare in possesso della sua mercanzia. Era quello che voleva zio Abele e per questo aveva fatto tutta quella messa in scena.
Aveva di che vantarsi perché a Michelino Gagliano nessuno era mai riuscito a superarlo nell’astuzia e negli affari. Ci riuscì zio Abele Picuccio e il fatto fu portato a racconto e, per tempo, nelle chiose paesane.