Racconti

Dopo la messa

Un dialogo giovanile con l'Arciprete sulla Sacra Famiglia

Racconto in prima persona che narra un episodio di confronto tra un giovane e l'Arciprete don Stato Di Giuseppe, dopo la Messa della Sacra Famiglia. Il narratore esprime dubbi sul modello della Sacra Famiglia come esempio per le famiglie comuni, segnate da difficoltà quotidiane. La discussione, protrattasi anche durante una passeggiata, si conclude bruscamente quando il sacerdote, infastidito, interrompe il dialogo e si allontana in silenzio, lasciando il giovane rammaricato per l'eccessiva franchezza mostrata.

L’Arciprete don Sisto Di Giuseppe era uno studioso e io ne apprezzavo la cultura e lo stimavo. Egli aveva per me della simpatia e si intratteneva volentieri a parlarmi anche del suo trascorso.

Durante il servizio militare aveva frequentato la Biblioteca Vaticana e anche in età avanzata aggiornava la sua cultura con la lettura attenta di libri, riviste e giornali. Quando ripulii il suo studio mi pregò di prendere delle riviste e giornali, che non sapeva dove mettere e gli dispiaceva distruggere. Trovai molti articoli sottolineati e annotati.

Alla bella cultura non univa la facilità di eloquio e nella conversazione non era brillante. La domenica, all’omelia durante la messa, il suo parlare, il più delle volte improvvisato anche se dotto, ai più non riusciva gradito perché era poco discorsivo e si dilungava troppo.

Io andavo sempre alla sua messa celebrata nella chiesa del Purgatorio, vicino casa, e prendevo posto nei pressi dell’altare, all’angolo della sagrestia. Egli, per quasi tutta l’omelia, forse perché si rendeva conto che la gente non lo seguiva con attenzione, guardava me mentre parlava, quasi avesse fatta una conversazione ed io, per compiacerlo, a volte annuivo con la testa per dargli conferma di approvazione.

Nella sagrestia, dopo la messa, continuava il discorso e approfondiva i concetti espressi chiedendomi, a volte, se era riuscito a renderli chiari dall’altare. Gli piaceva sentire il mio parere che, manco a dirlo, e per rispetto e per convinzione, era sempre positivo ed anche elogiativo.

Quella mattina di gennaio, forse perché distratto durante l’omelia, non avevo fatto segni di assentimento.

Era la festa della Sacra Famiglia, l’Arciprete aveva parlato a lungo e messo in risalto la santità della famiglia, nella quale, diceva, non possono mancare la serenità e la pace, tanto invocate dagli uomini, quando si vive nella grazia di Dio e ci si rimette alla volontà del Signore. A modello portava, quale esempio, la Sacra Famiglia, che era poi l’oggetto della sua omelia.

Finita la messa e tornati in sagrestia, come era solito e ancor più perché non avevo dato segni di approvazione durante la predica, riprese il discorso sui concetti espressi ed aspettava il mio assenso. Notò pure che quella mattina gli ero sembrato poco convinto.

Sarà stato perché con questo me ne dette motivo, sarà stato per altro, non so perché, forse solo per un improvviso capriccio, mi venne voglia di dissentire. Lo avevo fatto qualche altra volta e la discussione si era conclusa sempre felicemente. Pensavo sarebbe stato così anche quella volta: volevo soltanto celiare e scherzare, così quasi per scherzo, in modo diverso da quello presentato dall’Arciprete. Pensavo che avesse compreso il mio pensiero e non avesse preso sul serio le mie osservazioni.

Rimasi alquanto in silenzio, poi molto sommessamente, ma con ostentata serietà, feci qualche obiezione. Dissi che, nulla togliendo alla santità, ma considerata sul piano umano, la Sacra Famiglia, a mio parere, non era da portarsi a modello in quanto non aveva nulla di eccezionale.

— Come, come, diceva sorpreso, la Famiglia santa per antonomasia non ha dell’eccezionale?

— Erano solo in tre, vivevano senza soverchie preoccupazioni, non mancavano di nulla…

— Ma che poteva mancare se in quella casa c’era il Signore…

— … era sì una famiglia modesta, continuai, ma economicamente non aveva di che lagnarsi e, quindi…

— E che vorresti dire?

— Che la serenità e la pace che vi regnavano erano una conseguenza e non una virtù.

L’Arciprete era sorpreso perché contrariamente al solito non approvavo pienamente e io, che ormai provavo gusto a condurre un discorso che gli andava a genio, continuavo col dire che una famiglia con un solo figlio, di buona salute, di buona indole e… per giunta maschio e dopo una pausa:

— Se i figli fossero stati tanti e ci fossero state preoccupazioni di ordine economico o altri guai, come tante famiglie sopportano, chissà se…

L’Arciprete mi fece osservare che il mio ragionamento era fuori di ogni logica e mi fece la predica sul disegno di Dio per la venuta di Gesù sulla terra e che Maria e Giuseppe erano stati scelti per l’attuazione del Suo volere e, quindi, privilegiati e pieni di ogni grazia del Signore.

Ma io, come se non avessi compreso quello che diceva, divertito e come parlando a me stesso, continuavo dicendo:

— Quando si ha solo un figlio è cui provvedere e quando questi poi non dà preoccupazioni di sorta, certo che si vive in grazia di Dio…

— Ma c’era Dio stesso in quella casa!

Ed io aggiunsi che per grazia di Dio volevo intendere che non c’erano angustie economiche in quanto S. Giuseppe era buono, bravo, lavoratore e non aveva vizi di sorta. Era sempre accondiscendente ai voleri di Maria e provvedeva al necessario della sua modesta famiglia, la quale, per quanto si dice, non fu mai provata da malattie, debiti, male annate…

L’Arciprete, impegnato a togliersi il camice, non poteva ribattere e così ebbi modo di aggiungere, sempre in tono sommesso e come parlando a me stesso:

— È facile trovare serenità in una casa dove non c’è la suocera, ove non ci sono le cognate e, quindi, non era gran virtù per Maria mantenere la pace in famiglia. Già perché per quella casa non si parla mai di parenti poco discreti; anzi, se di parenti si parla questi si mostrano comprensivi e pazienti se li sopportano per tre mesi in casa loro, come il povero Zaccaria.

Col camice a mezz’aria l’Arciprete mi guardava esterrefatto, sorpreso della mia intraprendenza e del modo di ragionare, sbalordito per il mio pacato incalzare e confuso delle mie argomentazioni, le quali, considerate dal lato umano potevano anche essere passabili e che peraltro, trovano rispondenza anche nei testi evangelici.

E questo lo sottolineai all’Arciprete, forse in maniera troppo sarcastica e aggiunsi poi che Maria ci aveva pensato bene sposando Giuseppe paziente, lavoratore e senza consanguinei, la cui invadenza, in tante famiglie, sono causa di malintesi e di discordie.

Mi resi conto che mi ero spinto un po’ troppo con le mie affermazioni balorde: toglievo alla Sacra Famiglia ogni sacralità considerandola alla stregua di comuni mortali.

L’Arciprete si era fatto rosso in viso e farfugliava quasi a cercare argomentazioni valide e convincenti per farmi comprendere che le mie affermazioni erano paradossali e, diceva lui, avevano sapore di bestemmia. Mi fece osservare che trattavo gli argomenti sacrali in maniera banale considerando solo il lato umano mentre trascuravo la parte essenziale della quale dovevo tener conto per un parlare ragionato, cioè considerare la divinità di quella Famiglia.

Lasciai, dunque, che mi rimproverasse per l’irriverenza e che mi facesse un lungo discorso, su quanto l’avevo interrotto prima, circa il disegno di Dio sui compiti affidati a Maria e Giuseppe, scelti per la custodia di Gesù, venuto sulla terra per la redenzione del genere umano.

Ascoltai fino alla conclusione e lui si aspettava, forse che io mi dichiarassi convinto e accettassi le sue pur giuste conclusioni; invece trovai modo di continuare il gioco e a stuzzicarlo, come solo poche volte avevo fatto e, quindi, aggiunsi:

— Ma anche in questo, dopo tutto, sia Maria che Giuseppe non si dimostrarono all’altezza del compito se quella volta che fecero un viaggio si accorsero soltanto la sera di aver perduto il Figlio.

Trascuratezza grave, continuai, in quanto ripartono senza curarsi di lui durante tutta la giornata, che impegnano, forse, per pettegolare coi compagni di viaggio.

L’Arciprete non mi interrompeva, era collerico ed io continuai:

— Certo anche il ragazzo si era dimostrato poco diligente perché si era allontanato senza avvertire, eppure era grandicello e certe cose avrebbe dovuto comprenderle. Ma se Gesù è da rimproverare, Giuseppe e Maria non sono da presentare come esempi di persone avvedute, ligie ai doveri più elementari di padre e di madre.

Io continuavo a parlare divertito anche dall’atteggiamento ostile dell’Arciprete al mio modo di ragionare.

— Poco simpatica anche la risposta del Figlio, dissi ancora, verso i preoccupati genitori quando lo ritrovarono dopo l’affannosa ricerca… Se l’avessi data io quella risposta a mio padre, ne avrei avuto chi sa quanti scapaccioni….

Forse sarei andato ancora oltre col mio dire, ormai provavo gusto a fare inquietare l’Arciprete, il quale non potendo più sopportarmi mi interruppe con un — Basta, basta! — gridato in modo concitato e, troncando ogni dire, si avviò all’uscita.

Mi accompagnai a lui e facemmo la strada senza parlare perché non mi rivolse più la parola.