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San Marco dei Cavoti
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Apri la scheda →Un racconto popolare sulla credulità e l'inganno tra compari a San Giorgio la Molara
Racconto ambientato a San Giorgio la Molara che narra la vicenda di un uomo credulone e socievole, raggirato dal proprio compare al quale aveva prestato denaro e persino un mantello. Nonostante le promesse di restituzione, il compare procrastina continuamente il pagamento adducendo scuse legate ai raccolti agricoli. Il creditore è costretto a citarlo in giudizio davanti al pretore, ma il compare nega anche il prestito del mantello, e il giudice lo assolve, lasciandolo padrone del bene conteso. Il racconto, di tono moraleggiante, diventa proverbiale nei paesi vicini come esempio di ingenuità sfruttata da chi profitta della buona fede altrui.

Quando una persona viene qualificata “buona”, l’aggettivo sta a significare che la stessa possiede doti di bontà, di socievolezza, di magnanimità; ma quando di una persona si dice che è “buona-buona” o “due volte buona” non vuol dire che è migliore della prima, che le stesse doti di bontà le possiede in modo superlativo; ma che è una persona mancante di buon senso, che ha poco comprendonio, che manca di senso pratico.
Alla seconda categoria doveva appartenere la persona di cui si racconta se, fu così semplice da farsi raggirare dal suo compare, il quale è da credere vivesse più di espedienti che di lavoro.
Il fatto avvenne a S.Giorgio la Molara, ove è in uso chiamarsi “compari”; ora non so se le persone di cui si parla fossero compari di fonte o si chiamassero “compari” all’uso paesano.
Questo racconto viene riportato perché se ne conserva memoria anche nei paesi vicinori, come il nostro, nei quali, quando hanno da fare un paragone con abili individui che profittano della buona fede delle persone dabbene per trarle in inganno, citano a modello “il compare di S.Giorgio”.
Era persona socievole e simpatica il nostro uomo, con sciolto eloquio e di buona compagnia: lo si trovava più spesso a vagabondare in paese che a lavorare nei campi. Trovandosi alle strette si rivolse per un prestito al suo compare e questi, lasciatosi convincere da giurate promesse di sollecita restituzione, non seppe dire di no, acconsentì alla richiesta e prestò al compare la somma di cui diceva di avere urgente, assoluto bisogno solo per poco tempo.
Era passato del tempo, ma l’altro non manteneva il suo impegno. Alla richiesta di restituzione accampava ragioni e scuse per dilazionare. Era passata anche l’epoca dei raccolti: grano, granone, vino, ma il compare trovava sempre argomenti per giustificare la sua insolvenza.
Non che negasse il debito, anzi si protestava mortificato per la figura che faceva e chiedeva altro tempo per trovare il modo di assolvere al suo impegno.
Al compare creditore non poteva ormai più suggerire che al fondo delle promesse e delle belle parole mancava la volontà di pagare. Dopo averlo più volte minacciato di citazione, spazientito per la lunga attesa, lo chiamò in giudizio. Il debito doveva essere di una certa consistenza la somma era di competenza del pretore, che al tempo, era a S.Marco dei Cavoti.
L’atto di comparizione pervenne al due durante un periodo in cui il clima era rigido e piovoso. Il compare debitore ebbe la sua x “carta” non se l’ebbe a male: anzi dal suo creditore con aria sottomessa e senza scredine. Riconobbe che aveva buone ragioni per la sua richiesta, ma egli, diceva, non aveva mai negato il debito e in qualche maniera avrebbe pur pagato. Intanto dovevano recarsi a S.Marco il giorno dopo, il tempo era incolmente e la strada da avrebbero dovuto farla a piedi. Aveva per caso un mantello da prestargli per ripararsi dal freddo e dalla pioggia il gli fu prestato anche il mantello.
La mattina dopo si presentarono dal pretore, il quale, come di rito, domando al debitore se era vero che dovesse la somma di … al … sig., ecc., ecc., Al che il compare con tutta franchezza e tanto di faccia tosta espresse grande meraviglia e per la citazione e per quanto gli veniva chiesto; rispose che non era vero: mai si era rivolto al suo compare per chiedere denaro in prestito, anzi, aggiunse, che era nel carattere del suo compare inventare cose che non gli appartenevano. Fatti fasulli o dichiarazioni padrone di cose che non gli appartenevano.
La sorpresa dell’altro fu tale che, per la stizza, non riusciva a fare un discorso filato e a giustificare il suo credito, tanto più che non aveva alcun documento per dimostrare la veridicità del credito vantato.
L’altro, senza scomporsi, avvalorò la sua tesi dicendo che il suo compare sarebbe stato capace di dire che anche il mantello che aveva addosso fosse di sua proprietà.
Il compare era nel vero e non poté che affermare che il mantello era suo, che gli aveva prestato la sera precedente; ma così dicendo confermò la tesi del chiamato in causa, il quale fece presente che mai il suo compare poteva prestargli il mantello in considerazione dei rapporti normali esistenti tra loro.
E il giudice mandò assolto il debitore, che rimase padrone anche del mantello.