San Marco dei Cavoti è uno dei centri del Fortore che più difficilmente si lascia racchiudere nell’immagine tradizionale del piccolo paese agricolo dell’Appennino. La sua storia è attraversata da una singolare origine provenzale, da una precoce vocazione artigianale e commerciale, dalla nascita di imprese che hanno portato il nome del paese fuori dal territorio, da una stagione industriale legata al tessile e da un prodotto, il croccantino, che da specialità dolciaria è diventato parte dell’identità collettiva. A tutto questo si aggiungono musei, palazzi, chiese e un centro storico che conserva ancora l’impronta dell’abitato medievale.
È anche un paese che ha conosciuto terremoti, emigrazione, crisi industriali e un isolamento geografico che per decenni ha reso più difficile produrre, commerciare, studiare e raggiungere i principali servizi. La lunga vicenda della Fortorina, pensata negli anni Sessanta e arrivata soltanto progressivamente alle porte del paese, racconta forse meglio di qualunque altra opera pubblica quanto la distanza abbia condizionato la vita di questa parte del Sannio.
San Marco ha reagito più volte a questi cambiamenti trasformando la propria economia senza recidere completamente il rapporto con ciò che esisteva prima. Per questo, più che il paese di un singolo prodotto o di una singola stagione, può essere letto come uno dei luoghi del Fortore nei quali è più evidente una capacità storica di intraprendere, adattarsi e ricominciare.
Dall’antica San Severo al paese dei Provenzali
La storia dell’attuale San Marco dei Cavoti comincia prima della nascita del paese che conosciamo oggi. Le ricostruzioni storiche locali individuano nel territorio testimonianze riferibili a insediamenti di età sannitica e romana e collegano a questa fase l’antica Cenna, la cui identificazione e localizzazione non sono però tali da consentire ricostruzioni prive di incertezze. Più definita è la successiva presenza medievale, quando nell’area esisteva l’abitato di San Severo.
Uno degli avvenimenti decisivi fu il terremoto del 1349, che colpì duramente San Severo e contribuì allo spostamento della popolazione verso un nuovo insediamento. Nel 1352 il feudatario Luigi Shabran favorì il popolamento del nuovo borgo concedendo agevolazioni a quanti vi si fossero stabiliti. Fu in questa fase che alla popolazione locale si aggiunse una colonia proveniente dalla Provenza, legata alla presenza angioina nell’Italia meridionale.
L’arrivo dei Provenzali non è un dettaglio marginale della storia locale, perché ha lasciato una traccia persino nel nome del paese. Gli abitanti delle montagne dell’area di Gap erano indicati come Gavots e il nuovo centro venne identificato come San Marco dei Gavoti, denominazione dalla quale si sarebbe progressivamente formata quella attuale di San Marco dei Cavoti. La memoria di quella presenza sopravvive anche nella toponomastica rurale, dove nomi come Francisi, Franzese e Borgognona richiamano ancora l’origine di gruppi stabilitisi nel territorio molti secoli fa.
San Marco compare nella documentazione della fine del Trecento e nel corso dei secoli successivi il borgo si consolidò seguendo le vicende feudali, politiche e religiose del Regno di Napoli. Ma quella fondazione medievale ha lasciato qualcosa di più duraturo delle successioni feudali: ha dato al paese una delle identità storiche più particolari dell’intero Fortore.
Il borgo medievale e la città nuova
La forma urbana di San Marco permette ancora oggi di riconoscere epoche differenti della sua storia. Il nucleo più antico occupa la parte alta dell’abitato e conserva l’impianto del borgo medievale, fatto di strade strette, passaggi, edifici addossati e antichi accessi alla zona un tempo racchiusa dalle mura.
Uno dei punti simbolici è Porta Grande, attraverso la quale si entra nel cuore dell’abitato storico e in Via dei Provenzali. Le porte e le tracce delle fortificazioni ricordano una San Marco costruita secondo le necessità difensive del Medioevo, molto diversa dal paese che avrebbe cominciato a svilupparsi fuori dal nucleo originario soprattutto nell’Ottocento.
È infatti nella seconda metà del XIX secolo che l’abitato assume progressivamente una nuova dimensione. La crescita attorno all’attuale Piazza Risorgimento, insieme allo sviluppo di Corso Garibaldi, Via Roma e Via Mazzini, sposta una parte della vita civile e commerciale verso nuovi spazi. Palazzi, attività e luoghi pubblici accompagnano la formazione di un centro urbano più aperto rispetto al borgo medievale.
Tra gli edifici che raccontano questa fase figura Palazzo Jelardi, costruito nel 1859 e affacciato su Piazza Risorgimento, espressione di una società locale nella quale famiglie borghesi, professionisti, commercianti e imprenditori cominciavano ad assumere un ruolo crescente. Il Palazzo Marchesale, gli edifici religiosi, le porte e il tessuto del centro storico completano un patrimonio che permette di leggere San Marco non come un insieme di monumenti isolati, ma come il risultato di una progressiva espansione dal nucleo medievale verso la città ottocentesca e novecentesca.
Le chiese e la memoria religiosa
La dimensione religiosa ha accompagnato la formazione e lo sviluppo della comunità sammarchese. Chiese, cappelle e luoghi della devozione sono distribuiti tra il centro e le contrade e testimoniano un’organizzazione sociale nella quale per secoli la parrocchia e le confraternite hanno rappresentato punti essenziali della vita collettiva.
La storia della Chiesa Madre di San Marco Evangelista è strettamente intrecciata anche alle vicende sismiche del paese. Il terremoto del 1962 provocò danni così gravi da condurre successivamente alla demolizione dell’edificio e alla sua ricostruzione, modificando uno dei principali riferimenti architettonici del centro.
Accanto alla chiesa principale, il patrimonio religioso sammarchese comprende altri edifici storici e luoghi di culto che raccontano devozioni sviluppatesi nei diversi quartieri e nelle campagne. La loro importanza non riguarda soltanto il valore artistico: feste patronali, processioni e ricorrenze hanno continuato a mantenere rapporti tra il paese e quella parte della popolazione che, soprattutto durante le grandi stagioni migratorie, si è trasferita altrove.
Come in molti centri dell’Appennino, la religiosità popolare ha finito così per svolgere anche una funzione civile: conservare date, percorsi e occasioni nelle quali una comunità dispersa potesse periodicamente ricomporsi.
Il terremoto del 1962 e un paese che cambia forma
La notte tra il 21 e il 22 agosto 1962 rappresenta uno spartiacque nella storia contemporanea di San Marco dei Cavoti. Il terremoto che colpì il Sannio e l’Irpinia provocò danni molto gravi nel paese e in numerosi comuni circostanti, rendendo inagibili abitazioni ed edifici pubblici e accelerando trasformazioni urbanistiche che avrebbero modificato definitivamente il rapporto tra il nucleo antico e le nuove zone residenziali.
Il sisma arrivò inoltre in un momento nel quale l’emigrazione aveva già cominciato a svuotare le campagne e a ridurre la popolazione. Ricostruire non significava quindi semplicemente rifare ciò che era crollato. Una parte degli abitanti si trasferì nelle nuove aree di espansione, alcune abitazioni del borgo persero la propria funzione originaria e il baricentro della vita quotidiana continuò a spostarsi.
La San Marco contemporanea nasce anche da questa frattura. Il centro storico rimase depositario della memoria più antica, mentre il paese moderno si organizzava secondo esigenze abitative, commerciali e produttive differenti. Soltanto in una fase successiva il borgo avrebbe cominciato a essere guardato nuovamente non come una parte marginale dell’abitato, ma come patrimonio da recuperare e valorizzare.
Un paese di artigiani e imprenditori
L’agricoltura ha rappresentato per secoli una componente fondamentale dell’economia sammarchese, ma San Marco sviluppò relativamente presto un sistema di attività che andava oltre la produzione agricola. L’isolamento geografico, paradossalmente, contribuì in parte a questo processo: quando raggiungere altri centri era difficile, molte lavorazioni e molti servizi dovevano essere prodotti localmente.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento operarono così nel paese mulini, pastifici, oleifici, lanifici, tintorie e laboratori artigiani, insieme a commercianti e piccole attività manifatturiere. Non si trattava ancora di industrializzazione nel senso moderno del termine, ma della formazione di un tessuto economico nel quale il lavoro autonomo e la capacità di trasformare localmente materie prime e competenze assumevano un peso crescente.
Questa attitudine imprenditoriale sarebbe rimasta una delle caratteristiche della società sammarchese. Il passaggio dall’agricoltura all’artigianato e successivamente alla piccola industria non avvenne cancellando completamente ciò che esisteva prima, ma aggiungendo progressivamente nuove attività. È anche in questo ambiente che alla fine dell’Ottocento sarebbe nata la produzione destinata a diventare il simbolo gastronomico del paese.
1891: nasce il croccantino
Nel 1891 Innocenzo Borrillo, nato vent’anni prima e formatosi professionalmente nella pasticceria Caflish di Napoli, tornò a San Marco dei Cavoti e avviò la propria attività in Via Roma. Da quell’esperienza nacque un torrone composto da mandorle, nocciole e zucchero, successivamente ricoperto di cioccolato fondente: il prodotto che sarebbe diventato il croccantino di San Marco dei Cavoti.
La sua importanza va molto oltre la storia di una ricetta. Nel corso del tempo attorno al croccantino sono nate altre imprese, laboratori e produzioni dolciarie, trasformando un’intuizione artigianale in una piccola specializzazione produttiva territoriale. Borrillo, Autore, La Provenzale, Palumbo, Serio e altre realtà hanno contribuito, in epoche differenti, a costruire un settore che continua a legare il nome di San Marco alla lavorazione del torrone e del cioccolato.
È proprio questa continuità a distinguere il croccantino da molti prodotti utilizzati esclusivamente come simboli turistici. A San Marco il dolce è stato ed è anche impresa, produzione e lavoro. Dietro la confezione destinata al consumatore ci sono laboratori, tecniche tramandate e adattate, commercializzazione e aziende che hanno trasformato un prodotto locale in un elemento riconoscibile fuori dai confini del Fortore.
Dal 2001, la Festa del Torrone e del Croccantino ha aggiunto a questa dimensione produttiva quella turistica e culturale. Durante la manifestazione il centro si trasforma in una vetrina delle aziende e delle lavorazioni, attirando visitatori e restituendo al prodotto il legame con il luogo nel quale è nato.
San Marco viene spesso presentato semplicemente come il “paese del croccantino”. È una definizione comprensibile, ma incompleta: il croccantino è importante proprio perché rappresenta uno degli esempi più riusciti della più ampia vocazione imprenditoriale sammarchese.
La stagione del tessile
La seconda metà del Novecento aprì un altro capitolo, oggi meno conosciuto fuori dal territorio ma fondamentale per comprendere la San Marco contemporanea. A partire soprattutto dagli anni Settanta, nel paese si sviluppò un consistente settore tessile e dell’abbigliamento, formato da aziende e laboratori che lavoravano anche per grandi marchi della moda italiana.
Per circa un quarto di secolo il tessile garantì occupazione e contribuì alla formazione di una cultura industriale che coinvolse numerose famiglie. Il lavoro in fabbrica e nei laboratori si affiancò all’agricoltura, all’artigianato tradizionale e al commercio, offrendo soprattutto a una nuova generazione la possibilità di avere un reddito senza necessariamente lasciare il paese.
La crisi arrivò quando una parte crescente delle produzioni venne trasferita verso paesi nei quali il costo del lavoro era inferiore. La delocalizzazione delle commesse ridusse progressivamente gli spazi per le imprese locali e quello che era stato un distretto tessile significativo per le dimensioni del territorio subì un drastico ridimensionamento.
Questa vicenda è essenziale perché mostra un volto di San Marco quasi assente nell’immagine turistica contemporanea. Prima che il dibattito sulle aree interne si concentrasse sulla necessità di creare lavoro nei piccoli comuni, qui esisteva già una base manifatturiera capace di farlo. La sua crisi dimostra allo stesso tempo quanto possa essere fragile un sistema produttivo periferico quando dipende da filiere e decisioni prese molto lontano dal territorio.
Una banca nata dal territorio e la parentesi del petrolio
La vivacità economica raggiunta dal paese nel Novecento trova un altro indicatore nella nascita, nel 1972, della Cassa Rurale ed Artigiana di San Marco dei Cavoti. In un’economia composta da agricoltori, artigiani, commercianti e piccoli imprenditori, la disponibilità di un istituto finanziario radicato nella comunità rappresentava uno strumento importante per raccogliere il risparmio locale e sostenere famiglie e attività produttive.
La presenza di una banca nata nel paese racconta quindi qualcosa della struttura sociale di San Marco: non soltanto un luogo di produzione agricola, ma un centro capace di esprimere un proprio tessuto economico e strumenti costruiti per accompagnarlo.
Molto diversa, e decisamente più breve, fu la parentesi petrolifera. Nel territorio sammarchese furono effettuate attività di estrazione da parte dell’Agip e per un periodo funzionò un impianto collegato allo sfruttamento del giacimento, successivamente esaurito e smantellato. È un episodio minore rispetto alla lunga storia agricola, artigianale e manifatturiera del paese, ma particolarmente significativo perché ricorda quanto l’economia del Fortore sia stata più complessa di quanto suggerisca l’immagine contemporanea di territorio esclusivamente rurale.
Dal petrolio al vento
Negli ultimi decenni un’altra risorsa energetica ha modificato il territorio, questa volta in maniera molto più visibile. I rilievi intorno a San Marco, esposti a venti particolarmente favorevoli, sono stati interessati dallo sviluppo dell’energia eolica, inserendosi nel grande sistema di produzione energetica che ha trasformato il paesaggio del Fortore.
Gli aerogeneratori sono diventati parte dell’orizzonte e hanno aperto una nuova fase nella relazione tra territorio ed energia. Se il petrolio aveva rappresentato una parentesi circoscritta e destinata a esaurirsi, il vento ha assunto un carattere più strutturale, accompagnato da investimenti, infrastrutture e progressivi aggiornamenti tecnologici.
La presenza dell’eolico non sostituisce però la storia economica precedente. A San Marco si inserisce in un territorio che aveva già conosciuto agricoltura, artigianato, industria tessile, produzione dolciaria e servizi. È quindi un ulteriore strato di un’economia che nel corso del Novecento e dei primi decenni del nuovo secolo ha cambiato più volte composizione.
Il Museo degli Orologi da Torre
Tra le realtà culturali più originali di San Marco c’è il Museo Civico degli Orologi da Torre, nato da una storia personale prima ancora che da un progetto istituzionale.
Il protagonista è Salvatore Ricci, proveniente da una famiglia contadina e animato da una forte passione per la meccanica. Dopo diverse esperienze professionali cominciò a occuparsi della manutenzione degli orologi installati sui campanili e sugli edifici pubblici di numerosi comuni dell’Italia meridionale. Con la progressiva sostituzione dei vecchi sistemi meccanici, molti di quei congegni rischiavano di essere demoliti o dispersi. Ricci iniziò invece a recuperarli.
Nacque così una collezione di circa cinquanta meccanismi da torre, differenti per epoca, provenienza e tecnica costruttiva. Non sono semplicemente orologi di grandi dimensioni: sono macchine che per generazioni hanno regolato il tempo pubblico dei paesi, scandendo ore di lavoro, celebrazioni religiose, appuntamenti e vita quotidiana quando possedere un orologio personale non era affatto scontato.
La raccolta divenne mostra permanente nel 1997; il museo comunale fu istituito nel 1998 e inaugurato nel 2000. Il coinvolgimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che acquisì la collezione e stipulò una convenzione con il Comune, contribuì ulteriormente alla conservazione e valorizzazione di questo patrimonio.
In un paese che ha conosciuto tante trasformazioni economiche, il museo conserva paradossalmente macchine nate per misurare qualcosa che non può essere fermato: il tempo. Ed è proprio questa origine, legata alla passione e alla capacità di recuperare ciò che altrove veniva scartato, a renderlo molto più di una semplice raccolta di curiosità.
Palazzo Jelardi e il MODERN
Un’altra esperienza culturale significativa ha trovato sede nel Palazzo Jelardi, costruito nel 1859 e affacciato su Piazza Risorgimento. L’edificio ospita il MODERN – Museo Osservatorio Didattico Espositivo e di Ricerca sul Novecento, con il Museo della Pubblicità, del Packaging e del Commercio.
Aperto nel 2016, il museo occupa circa cinquecento metri quadrati e raccoglie documenti, oggetti, archivi, pubblicazioni e testimonianze attraverso le quali viene ricostruita la cultura materiale e sociale del Novecento. Biblioteca, emeroteca e fondi documentari convivono con raccolte dedicate alla pubblicità e alle confezioni commerciali, trasformando oggetti apparentemente quotidiani in strumenti per comprendere come siano cambiati consumi, linguaggi e società.
Particolare è anche la Sala della Musica, con un pianoforte a coda del 1893 e una raccolta di centinaia di spartiti d’epoca.
La presenza del MODERN e del Museo degli Orologi restituisce a San Marco una densità culturale non comune per un centro di queste dimensioni. Sono musei molto diversi, ma accomunati da un’idea precisa: conservare oggetti e documenti che raccontano trasformazioni tecnologiche e sociali altrimenti destinate a scomparire dalla memoria collettiva.
La Fortorina, una strada attesa per sessant’anni
Per comprendere la storia economica e sociale di San Marco bisogna infine guardare alla strada che per decenni è stata contemporaneamente una promessa e un’incompiuta: la Fortorina.
L’idea di creare un collegamento moderno tra Benevento, San Marco dei Cavoti e l’Alto Fortore risale almeno agli anni Sessanta. Nel 1965 la Provincia di Benevento approvò una proposta per una nuova direttrice capace di superare i limiti della viabilità esistente. La necessità era evidente: pochi chilometri in linea d’aria potevano trasformarsi in tempi di percorrenza molto lunghi a causa di strade tortuose, attraversamenti dei centri abitati e caratteristiche geometriche inadeguate.
Per San Marco questa condizione aveva conseguenze che andavano molto oltre il disagio automobilistico. Significava costi maggiori per le imprese, spostamenti più difficili per i lavoratori, minore accessibilità ai servizi di Benevento e un ostacolo concreto per chiunque volesse investire nel territorio. Il fatto che il paese sia riuscito a sviluppare industrie tessili, produzioni dolciarie e attività commerciali nonostante questa situazione rende ancora più evidente il peso che l’isolamento ha avuto sulla sua storia.
La nuova SS 212, realizzata progressivamente attraverso varianti, viadotti e gallerie, ha ridotto sensibilmente la distanza reale tra San Marco e il capoluogo. Ma la vicenda è stata lunghissima e il progetto originario non prevedeva affatto che la strada terminasse qui: la direttrice era pensata per proseguire verso San Bartolomeo in Galdo e il confine con la Puglia, ricucendo l’intera valle del Fortore con Benevento e con le grandi vie di comunicazione.
Nell’agosto 2026 è stato aperto al traffico un nuovo tratto della variante di San Marco dei Cavoti, comprendente la galleria San Marco e due viadotti. L’opera consente di evitare una parte dell’attraversamento urbano e rappresenta un altro passo nel progressivo completamento della direttrice. Resta tuttavia aperta la questione del proseguimento verso l’Alto Fortore.
San Marco occupa quindi una posizione quasi simbolica nella storia della Fortorina: è il paese che ha visto arrivare la nuova strada e, nello stesso tempo, il luogo oltre il quale per decenni quella strada non è riuscita a proseguire.
Il completamento della direttrice non riguarda soltanto i minuti risparmiati in automobile. Una strada moderna modifica il raggio entro il quale è possibile lavorare, studiare, utilizzare un ospedale, raggiungere una stazione, spedire una merce o ricevere un cliente. In un’area interna significa intervenire direttamente su uno dei fattori che determinano la possibilità di continuare ad abitarla.
Una popolazione che si riduce
Neppure la maggiore articolazione economica di San Marco è riuscita a sottrarre il paese alla grande trasformazione demografica dell’Appennino.
Per buona parte della prima metà del Novecento la popolazione rimase numerosa e distribuita tra il centro e un vasto territorio rurale. Il dopoguerra segnò invece l’inizio di una lunga contrazione. La meccanizzazione dell’agricoltura ridusse la necessità di manodopera nelle campagne, mentre le città industriali italiane e i paesi dell’Europa settentrionale offrivano salari e possibilità difficilmente confrontabili con quelle disponibili nel Fortore.
Il terremoto del 1962 si inserì in questa fase già delicata e contribuì ad accelerare cambiamenti che erano in corso. Successivamente il tessile e le altre attività produttive offrirono nuove possibilità occupazionali e permisero a una parte della popolazione di rimanere, ma non furono sufficienti a invertire definitivamente la tendenza.
I dati censuari mostrano anche il cambiamento della struttura economica. Nel 1991 quasi il 39 per cento degli occupati lavorava ancora in agricoltura; vent’anni dopo, nel 2011, la quota era scesa a poco più del 15 per cento. Nello stesso censimento circa il 29 per cento degli occupati apparteneva all’industria, mentre commercio e altri servizi rappresentavano ormai la parte maggioritaria dell’occupazione.
San Marco è quindi diventato meno agricolo senza diventare meno vulnerabile dal punto di vista demografico. È un passaggio importante: dimostra che la diversificazione economica può offrire opportunità e rallentare alcune dinamiche, ma non basta da sola a compensare il calo delle nascite, l’invecchiamento e la tendenza delle generazioni più giovani a spostarsi verso centri nei quali sono concentrati università, servizi e mercati del lavoro più ampi.
San Marco oggi
La San Marco contemporanea porta ancora i segni di tutte le economie che l’hanno attraversata. L’agricoltura continua a modellare una parte importante del territorio; il tessile ha lasciato competenze e memoria di una stagione industriale intensa; il croccantino continua a sostenere aziende e laboratori; commercio e servizi mantengono una funzione che supera in parte i confini comunali; l’eolico ha introdotto un nuovo rapporto con le risorse energetiche; i musei e il patrimonio storico hanno aperto ulteriori possibilità legate alla cultura e al turismo.
Questa stratificazione è probabilmente il tratto che distingue maggiormente San Marco da altri piccoli centri del Fortore. Il paese non ha affidato la propria storia economica a una sola risorsa e, quando alcuni settori sono entrati in crisi, ne sono rimasti altri sui quali provare a costruire una nuova fase. Non sempre la transizione è stata indolore e la scomparsa di una parte del tessile dimostra quanto sia difficile sostituire posti di lavoro industriali con attività capaci di garantire la stessa continuità occupazionale.
Anche il croccantino assume un significato diverso se osservato dentro questa storia. Non è soltanto il prodotto con cui San Marco si presenta ai visitatori, ma la dimostrazione che una piccola attività nata nel 1891 può attraversare generazioni, generare altre imprese e diventare contemporaneamente economia, cultura e immagine del territorio. Allo stesso modo, la Fortorina non è semplicemente un’infrastruttura stradale: rappresenta la possibilità di ridurre finalmente uno svantaggio geografico con il quale aziende e cittadini hanno dovuto fare i conti per decenni.
La sfida futura sarà capire se queste risorse riusciranno a tradursi in nuove opportunità sufficienti a trattenere popolazione e competenze. Una strada più veloce può avvicinare Benevento, ma può anche rendere più semplice andare altrove; un prodotto tipico può attrarre visitatori, ma deve continuare a essere produzione; un centro storico restaurato può diventare una risorsa, ma soltanto se rimane parte della vita quotidiana; l’energia prodotta sulle montagne acquista valore per la comunità quando una parte dei suoi benefici rimane sul territorio.
San Marco possiede però qualcosa che la sua stessa storia rende evidente: una lunga familiarità con il cambiamento. È nato dallo spostamento di una comunità dopo un terremoto medievale e dall’incontro con uomini arrivati dalla Provenza; è cresciuto oltre le proprie mura; ha trasformato un laboratorio dolciario in una tradizione produttiva; ha costruito fabbriche tessili in un territorio apparentemente lontano dai grandi distretti industriali; ha attraversato terremoti, emigrazione e crisi economiche continuando a cercare nuove funzioni.
È per questo che definirlo soltanto “il paese del croccantino” finisce per raccontarne troppo poco. San Marco dei Cavoti è soprattutto un paese che, in epoche diverse e con risultati diversi, ha continuato a produrre iniziativa. Il croccantino, le fabbriche, gli artigiani, la banca locale, i musei, il commercio, l’energia e la lunga battaglia per uscire dall’isolamento attraverso la Fortorina sono capitoli differenti della stessa storia: quella di una comunità dell’Appennino che non è rimasta immobile mentre il mondo intorno cambiava.
Racconto ambientato a San Giorgio la Molara che narra la vicenda di un uomo credulone e socievole, raggirato dal proprio compare al quale aveva prestato denaro e persino un mantello. Nonostante le promesse di restituzione, il compare procrastina continuamente il pagamento adducendo scuse legate ai raccolti agricoli. Il creditore è costretto a citarlo in giudizio davanti al pretore, ma il compare nega anche il prestito del mantello, e il giudice lo assolve, lasciandolo padrone del bene conteso. Il racconto, di tono moraleggiante, diventa proverbiale nei paesi vicini come esempio di ingenuità sfruttata da chi profitta della buona fede altrui.
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