Castelfranco in Miscano occupa una posizione particolare nella geografia del Fortore. Sorge nell’alta valle del Miscano, in un territorio di confine nel quale Campania, Puglia e Molise sono storicamente molto più vicini di quanto suggeriscano le attuali divisioni amministrative. Per secoli queste montagne e queste pianure d’altura sono state attraversate da uomini, animali e merci; i tratturi hanno collegato l’Appennino ai pascoli pugliesi, l’allevamento ha modellato il paesaggio e dalla necessità di trasformare e conservare il latte è nata una tradizione casearia che ancora oggi rappresenta una delle principali identità economiche del paese.
Il caciocavallo di Castelfranco è probabilmente l’espressione più conosciuta di questa storia, ma considerarlo semplicemente una specialità gastronomica significherebbe comprenderne soltanto una parte. Dietro ogni forma ci sono allevamenti, campi destinati alla produzione di foraggio, stalle, aziende agricole, caseifici, tecniche di lavorazione tramandate e famiglie che hanno trasformato una pratica antichissima in un’attività economica contemporanea. In pochi altri paesi del Fortore il rapporto tra paesaggio, agricoltura e prodotto finale appare così diretto.
A questa identità rurale si affiancano un centro storico di origine medievale, antichi casali, chiese, boschi tutelati e fenomeni naturali rarissimi come le Bolle della Malvizza. Castelfranco è inoltre uno dei comuni del Fortore nei quali lo spopolamento ha raggiunto dimensioni particolarmente severe: il contrasto tra un territorio ancora produttivo e una comunità che continua a ridursi rappresenta oggi una delle questioni decisive per il suo futuro.
Una terra tra Sannio, Irpinia e Puglia
Castelfranco si trova nell’estremità orientale della provincia di Benevento, nell’alta valle del Miscano, il corso d’acqua dal quale deriva la seconda parte del nome del comune. Il centro abitato sorge a circa 760 metri di altitudine, mentre il territorio comunale supera in alcuni punti i novecento metri e presenta una morfologia molto varia, con ampie superfici agricole, pascoli, valloni e zone boscate.
È una geografia diversa da quella di molte altre parti del Sannio. Avvicinandosi alla Puglia, il paesaggio si apre progressivamente in grandi distese coltivate nelle quali dominano cereali e foraggi, alternate alle aziende zootecniche. Alle quote più alte il carattere cambia e compaiono aree boschive più fitte, fino alla dorsale di Monte Tufaro, che raggiunge circa 918 metri e costituisce uno degli elementi naturalistici più importanti del territorio.
La posizione geografica ha determinato per secoli anche i rapporti economici e culturali del paese. Benevento è il capoluogo amministrativo, ma la storia di Castelfranco è stata costruita in costante relazione anche con Ariano, la Daunia, il Molise e gli altri paesi attraversati dalle antiche vie appenniniche. Prima dell’attuale organizzazione provinciale, il comune cambiò infatti più volte appartenenza amministrativa: fece parte del Principato Ultra, nel 1811 venne assegnato alla Capitanata e soltanto dopo l’Unità d’Italia entrò definitivamente nella provincia di Benevento.
Più che una periferia, Castelfranco è stato quindi per secoli un territorio di frontiera, e proprio questa condizione permette di comprenderne la storia.
Le origini del borgo
Le prime attestazioni del nome Castelfranco risalgono al Medioevo. Secondo la tradizione storica locale, la denominazione deriverebbe dalla presenza di un castello posseduto da un franco, probabilmente durante la dominazione angioina, mentre l’aggiunta “in Miscano” richiama naturalmente il fiume e la valle nella quale sorge il paese.
La storia feudale fu complessa. Il territorio passò nel corso dei secoli attraverso diverse famiglie, tra le quali i De Lecto, i Buisson, gli Shabran, i Mansella, gli Sforza, i Guevara, i Caracciolo, i De Sangro e infine i Mirelli di Teora. Questa successione colloca Castelfranco pienamente dentro le vicende politiche dell’Italia meridionale medievale e moderna.
Un episodio significativo avvenne nel 1496, quando il territorio divenne luogo di raduno delle forze aragonesi guidate da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e Giovanni Gonzaga, impegnate nelle operazioni contro le truppe francesi che agivano nell’area di Circello. La posizione del paese, apparentemente marginale se osservata con la geografia contemporanea, assumeva infatti un’altra importanza quando gli spostamenti seguivano le vie appenniniche e le direttrici tra Campania, Molise e Puglia.
Dell’antico sistema fortificato rimangono oggi resti delle mura e del castello medievale, insieme ai pilastri dell’antica Porta della Terra, testimonianze di un abitato che si sviluppò attorno alla funzione difensiva del castello. Il nucleo storico scende lungo il pendio sotto la parte più moderna del paese e conserva ancora la distinzione tra le diverse fasi della sua crescita.
Una terra attraversata da millenni
La posizione di Castelfranco acquista ancora maggiore significato se si guarda alla storia delle comunicazioni nell’area del Miscano. Poco a sud del territorio comunale si trova infatti il sito archeologico di Aequum Tuticum, nell’attuale territorio di Ariano Irpino, uno dei più importanti nodi viari dell’Appennino in età romana.
Qui si incontravano grandi direttrici capaci di mettere in comunicazione Benevento, la Puglia, l’Irpinia e il Sannio pentro. Castelfranco si trovava quindi a poca distanza da uno degli incroci attraverso i quali per secoli sono transitati eserciti, mercanti e viaggiatori.
A questa rete antica si sovrappose nel Medioevo una geografia dei percorsi che continuò a sfruttare naturalmente le stesse vallate e gli stessi valichi. Ne sono testimonianza anche antichi complessi rurali come il Casale Tre Fontane, lungo una direttrice storica associata ai percorsi della Via Francigena meridionale, e il Casale Campanaro, antico possedimento abbaziale collocato nell’alta valle del Miscano.
Castelfranco non nasce dunque in un territorio isolato, ma in un luogo che per lunghissimo tempo è stato attraversato. L’isolamento contemporaneo delle aree interne è una condizione relativamente recente se confrontata con una storia nella quale proprio queste montagne rappresentavano vie obbligate di comunicazione tra differenti regioni dell’Italia meridionale.
Il tratturo e la civiltà della transumanza
Tra le vie che più profondamente hanno segnato il territorio c’è il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, una delle grandi arterie della transumanza appenninica. Il suo percorso attraversava Abruzzo, Molise e Campania prima di raggiungere i pascoli della Puglia, formando per secoli una vera infrastruttura economica lungo la quale si muovevano ogni anno migliaia di animali.
Castelfranco appartiene pienamente a questa geografia pastorale. Per generazioni greggi e mandrie hanno attraversato il territorio seguendo spostamenti stagionali tra pascoli montani e pianure pugliesi, mettendo in comunicazione comunità che oggi appartengono a regioni amministrativamente differenti ma che condividevano commerci, tecniche di allevamento e consuetudini.
Il tratturo non era semplicemente una strada per gli animali. Intorno alla transumanza vivevano allevatori, pastori, commercianti, artigiani, locande e attività legate alla trasformazione dei prodotti. Anche la cultura casearia si sviluppò in questo contesto: quando il latte veniva prodotto in quantità e doveva essere conservato e trasportato, trasformarlo in formaggi stagionabili significava renderlo durevole e commerciabile.
È qui che la storia della transumanza incontra direttamente quella del prodotto che oggi identifica Castelfranco più di qualsiasi altro.
Il caciocavallo di Castelfranco
Il Caciocavallo di Castelfranco è riconosciuto tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani ed è uno dei formaggi più rappresentativi della valle del Miscano. La sua origine è inseparabile dalla vocazione agro-pastorale del territorio e dalla disponibilità di latte prodotto negli allevamenti locali.
Il nome stesso “caciocavallo”, comune a diverse produzioni dell’Appennino meridionale, richiama il metodo tradizionale di stagionatura: le forme vengono legate a coppie e sistemate a cavallo di una pertica, lasciandole maturare sospese. Ma sono il territorio, l’alimentazione degli animali e le tecniche di trasformazione a conferire alla produzione castelfranchese una propria identità.
In passato erano diffuse soprattutto razze bovine rustiche come Podolica e Marchigiana, utilizzate anche nel lavoro agricolo; oggi gli allevamenti impiegano, tra le altre, bovine di razza Bruna, Frisona, Pezzata Rossa e altre razze adatte alla produzione lattiera. Ciò che rimane centrale è il legame tra alimentazione e territorio: pascolo, erba fresca, fieno, cereali e foraggi prodotti localmente entrano indirettamente nella qualità del latte e quindi del formaggio.
La lavorazione tradizionale prevede la coagulazione del latte, la maturazione della cagliata, la filatura della pasta, la formatura manuale o comunque fortemente artigianale, la salatura e infine una stagionatura che può durare molti mesi. Il risultato cambia con il tempo: le forme giovani mantengono una maggiore morbidezza e delicatezza, mentre quelle stagionate acquistano consistenza, profumi più intensi e un gusto più complesso.
Esiste anche una tradizione particolare legata alla maturazione di alcune forme nel grano, pratica storicamente utilizzata soprattutto per produzioni invernali e capace di conferire caratteristiche aromatiche e cromatiche differenti.
Ma ciò che rende davvero importante il caciocavallo è il fatto che questa tradizione non appartenga soltanto al passato.
Dalla stalla al caseificio: un’economia ancora viva
A Castelfranco la filiera casearia è ancora un’attività economica concreta. Il territorio ospita allevamenti, aziende agricole e caseifici che continuano a lavorare latte locale e a produrre non soltanto caciocavallo, ma anche mozzarelle, trecce, bocconcini, ricotta e altri formaggi freschi e stagionati.
Il paese mantiene una vocazione zootecnica particolarmente forte nel panorama provinciale. Le aziende agricole non si limitano alla vendita della materia prima, ma in diversi casi hanno costruito una filiera che parte dai campi destinati a cereali e foraggi, passa attraverso l’allevamento e arriva direttamente alla trasformazione del latte e alla vendita del prodotto finito.
È un modello importante per un’area interna perché aumenta la parte del valore che rimane sul territorio. Vendere soltanto latte significa dipendere maggiormente dai prezzi della materia prima e dagli acquirenti esterni; trasformarlo in caciocavallo, ricotta o mozzarella permette invece alle aziende di associare al prodotto agricolo competenze, lavoro e identità territoriale.
Tra le realtà che testimoniano questa continuità c’è il Caseificio Miscano, nato nei primi anni Novanta dall’iniziativa della famiglia Riccio-Pellegrino e sviluppato mantenendo uno stretto legame con allevatori di Castelfranco e San Giorgio la Molara. La produzione utilizza latte proveniente da stalle locali selezionate e trasforma la tradizione casearia in un’attività organizzata secondo gli standard contemporanei.
Un altro esempio è l’azienda agricola e agrituristica Caseria, dove la filiera parte direttamente dalla produzione agricola e dall’allevamento. Il piccolo caseificio aziendale trasforma il latte in caciocavallo, mozzarella, trecce, bocconcini e ricotta, collegando produzione alimentare, ristorazione, ospitalità e attività didattiche.
Proprio un caciocavallo prodotto a Castelfranco dall’azienda Caseria ha ottenuto nel 2021 il riconoscimento agli Italian Cheese Awards nella categoria dei formaggi a pasta filata stagionata, mostrando come una produzione profondamente tradizionale possa competere anche sul terreno contemporaneo della qualità agroalimentare.
Queste aziende non esauriscono naturalmente la realtà agricola del paese, ma aiutano a comprendere il punto fondamentale: a Castelfranco il caciocavallo non è una rievocazione di ciò che si produceva una volta. È ancora lavoro.
Una sagra nata dagli allevatori
Anche la Sagra del Caciocavallo, che si tiene tradizionalmente nel mese di settembre, assume un significato diverso se letta dentro questa struttura economica. Non nasce semplicemente dalla volontà di creare un appuntamento turistico, ma dal mondo degli allevatori e dei produttori locali.
La manifestazione, giunta ormai a oltre venticinque edizioni, ha nel tempo affiancato alle degustazioni esposizioni di prodotti, momenti dedicati all’agricoltura, attrezzature, incontri e iniziative di valorizzazione delle aziende del territorio. Per alcuni giorni il caciocavallo diventa il punto attraverso il quale Castelfranco racconta all’esterno una filiera che durante il resto dell’anno continua a funzionare nelle campagne, nelle stalle e nei caseifici.
Anche il modo di consumarlo durante la festa conserva un rapporto diretto con la cultura pastorale, dalla degustazione delle differenti stagionature al caciocavallo impiccato, sospeso sopra la brace e lasciato fondere lentamente prima di essere raccolto sul pane.
La sagra ha assunto nel tempo una rilevanza che supera i confini comunali, ma il suo valore maggiore rimane forse quello di ricordare che dietro il prodotto esiste una comunità di allevatori e trasformatori senza la quale qualsiasi promozione gastronomica perderebbe significato.
Santa Maria delle Grazie e il patrimonio religioso
Tra gli edifici più importanti del paese figura il complesso di Santa Maria delle Grazie, di origine medievale e legato a un antico convento. L’edificio religioso conserva elementi di particolare interesse, tra cui un portale sul quale è collocata una scultura in arenaria del XV secolo. Parte del complesso conventuale è stata successivamente utilizzata come sede municipale, creando una continuità singolare tra uno dei principali luoghi della storia religiosa e la vita amministrativa contemporanea.
La Chiesa di San Giovanni Battista è legata invece al patrono del paese, celebrato il 24 giugno, e costituisce un altro riferimento importante della comunità.
Fuori dall’abitato si trova la Cappella di San Lorenzo, la cui storia appartiene pienamente al paesaggio rurale castelfranchese. L’edificio originario risaliva ai primi anni dell’Ottocento ed ebbe inizialmente anche la presenza di religiosi e successivamente di un eremita. Dopo un periodo di abbandono crollò nel 1926 e venne in seguito ricostruito.
Nel patrimonio religioso locale rientra inoltre la Chiesa di San Rocco, mentre cappelle, edicole e devozioni disseminate nelle campagne testimoniano il rapporto che per secoli ha unito religiosità e società rurale.
Sono luoghi che acquistano significato soprattutto se letti insieme alle contrade e ai percorsi che collegavano il centro alle aziende agricole. In un territorio esteso e scarsamente popolato, la vita comunitaria non si esauriva infatti nel nucleo urbano, ma si distribuiva tra masserie, casali e insediamenti rurali.
Il Bosco di Castelfranco e Monte Tufaro
Il territorio comunale possiede anche un patrimonio naturalistico di notevole importanza. Lungo la dorsale di Monte Tufaro si estende il Bosco di Castelfranco in Miscano, riconosciuto all’interno della rete europea Natura 2000.
Alle quote maggiori il paesaggio agricolo lascia spazio a formazioni boschive nelle quali sono presenti specie come carpino, orniello, roverella e acero. È un ambiente che segna anche lo spartiacque tra il bacino del Fortore e quello del Miscano e rappresenta una delle aree di maggiore interesse naturalistico dell’estremo Sannio orientale.
La presenza del bosco completa un territorio caratterizzato da ambienti molto differenti concentrati in pochi chilometri: dalle grandi superfici cerealicole e foraggere della valle alle aree destinate all’allevamento, fino ai rilievi e alle zone forestali.
Questo mosaico ambientale non ha soltanto valore paesaggistico. È la stessa varietà che ha permesso storicamente di combinare agricoltura, produzione di foraggio, pascolo e allevamento, costruendo le basi dell’economia rurale che ancora oggi caratterizza Castelfranco.
Le Bolle della Malvizza, un paesaggio quasi irreale
Tra i fenomeni naturali più sorprendenti dell’intera valle del Miscano ci sono le Bolle della Malvizza, situate nell’area di confine tra Castelfranco e Montecalvo Irpino. Si tratta del più vasto sistema di vulcanetti di fango dell’Appennino meridionale.
Il fenomeno è legato alla risalita di gas, soprattutto metano, attraverso strati di terreno ricchi d’acqua e argilla. In superficie il risultato è un insieme di piccole bocche dalle quali acqua e fango gorgogliano continuamente, creando un paesaggio inconsueto e apparentemente in movimento.
Non si tratta di vulcanismo nel significato comunemente associato alla presenza di magma. I vulcanetti sono invece la manifestazione superficiale di fenomeni geologici legati alla presenza di idrocarburi gassosi nel sottosuolo e alle strutture tettoniche dell’Appennino.
Per Castelfranco rappresentano una risorsa naturalistica ancora poco conosciuta rispetto alla sua particolarità. In pochi chilometri il territorio passa così dalle stalle e dai campi coltivati a un bosco protetto e a uno dei fenomeni geologici più singolari dell’Italia meridionale.
La stazione di Castelfranco e la ferrovia Napoli-Foggia
La storia dei collegamenti di Castelfranco presenta un paradosso interessante. Il paese ha dato il proprio nome a una stazione lungo una delle principali linee ferroviarie dell’Italia meridionale, la Napoli-Foggia, ma quella stazione si trova in realtà molto lontano dal centro abitato, nella valle del Miscano, al confine tra i territori di Ariano Irpino e Montecalvo Irpino. Per raggiungerla da Castelfranco era necessario scendere dalle alture verso il fondovalle, affrontando una distanza che riduceva inevitabilmente l’utilità quotidiana del collegamento ferroviario.
La sua storia comincia nel 1869, durante i difficili lavori per la realizzazione della ferrovia. La costruzione della vicina galleria Cristina procedeva con enorme difficoltà a causa della presenza di idrocarburi gassosi nel sottosuolo, gli stessi fenomeni geologici che ancora oggi alimentano le Bolle della Malvizza. Nel 1867 una fuoriuscita di grisù provocò una deflagrazione nella quale morì un’intera squadra di operai, rendendo necessario adottare soluzioni provvisorie per mantenere il collegamento durante il completamento del traforo.
Fu così realizzato un tratto provvisorio a scartamento ridotto e, presso il fiume Miscano, venne creato uno dei punti di interscambio. Nel linguaggio comune quell’impianto cominciò a essere identificato come stazione di Castelfranco in Miscano, nonostante sorgesse diversi chilometri più a valle rispetto al paese. Il nome derivava quindi più dalla funzione territoriale che dalla posizione geografica effettiva.
Con il completamento della galleria Cristina, nel 1871, il posto di interscambio perse la funzione originaria, ma la ferrovia continuò a condizionare profondamente l’area. Negli anni Venti la struttura tornò utile grazie all’apertura di una grande cava di gesso nel vicino territorio di Ariano. Una teleferica lunga circa 730 metri collegava direttamente la cava allo scalo ferroviario, consentendo il trasferimento del materiale verso la linea Napoli-Foggia. In questa fase l’impianto era conosciuto anche come stazione di Cristina o fermata di Cristina.
Nel 1939 la fermata venne ufficialmente destinata anche al trasporto dei viaggiatori e assunse definitivamente il nome di Castelfranco in Miscano. Nel secondo dopoguerra l’apertura della strada statale 90 bis migliorò l’accessibilità dell’area, e per diversi decenni la fermata fu servita quotidianamente da treni passeggeri: cinque coppie nel 1955 e quattro nel 1973.
La stazione entrò così nella memoria di generazioni di abitanti del territorio, soprattutto in un’epoca nella quale il treno rappresentava uno dei principali collegamenti con Benevento, Foggia, Napoli e con le città verso le quali molti emigranti si dirigevano per lavoro o studio.
Il terremoto dell’Irpinia del 1980 danneggiò gravemente il piccolo fabbricato di stazione, che venne successivamente demolito e sostituito da una struttura prefabbricata. Negli anni successivi il numero dei treni diminuì progressivamente fino alla soppressione definitiva del servizio passeggeri nel 1990. Oggi la fermata non è più servita, anche se la linea ferroviaria continua a passare lungo la valle.
La storia della stazione sintetizza bene una delle contraddizioni di Castelfranco e dell’intero Fortore: una grande infrastruttura nazionale attraversa il territorio, ma non sempre riesce a trasformarsi in un collegamento realmente utile per chi vive nei paesi più interni. Il treno corre ancora lungo la valle del Miscano, mentre Castelfranco, che continua a portare il proprio nome su quella fermata, rimane sulle montagne diversi chilometri più in alto.
Anche per questo la questione dei collegamenti non è un tema marginale nella storia del paese. Dalla transumanza sui tratturi alla ferrovia ottocentesca, fino alla viabilità moderna, Castelfranco ha sempre vissuto sul confine tra due condizioni opposte: essere collocato lungo importanti direttrici di comunicazione e, nello stesso tempo, rimanere fisicamente distante dai grandi centri e dalle infrastrutture capaci di rendere più semplice la vita quotidiana.
Il vento sopra i pascoli
Negli ultimi decenni anche il paesaggio di Castelfranco è stato interessato dallo sviluppo dell’energia eolica. I rilievi e le ampie superfici esposte ai venti rendono infatti questa parte dell’Appennino particolarmente appetibile per la produzione energetica.
Gli aerogeneratori hanno introdotto una nuova funzione economica in territori che storicamente erano stati utilizzati soprattutto per pascolo e agricoltura. Il fenomeno continua ancora oggi: nuovi progetti e procedure autorizzative interessano Castelfranco e la vicina Ariano Irpino, a dimostrazione di come la pressione degli investimenti energetici sul crinale appenninico sia tutt’altro che conclusa.
Per il paese la questione presenta la stessa complessità che assume in tutto il Fortore. L’eolico produce energia e può generare entrate, investimenti e opportunità, ma modifica anche un paesaggio che costituisce una risorsa agricola, naturalistica e potenzialmente turistica. In un territorio nel quale l’allevamento ha ancora un peso economico concreto, il rapporto tra produzione energetica e uso agricolo del suolo assume inoltre un significato particolare.
La Castelfranco contemporanea si trova quindi a utilizzare contemporaneamente due risorse del proprio ambiente: la terra, che attraverso campi e allevamenti continua a produrre alimenti, e il vento, trasformato in energia. La sfida consiste nel fare in modo che la seconda non impoverisca la prima e che entrambe producano valore per la comunità residente.
Lo spopolamento: il grande problema di Castelfranco
La vitalità dell’agricoltura e della filiera casearia convive con una situazione demografica molto più difficile. Castelfranco è oggi uno dei piccoli comuni del Fortore maggiormente esposti alla riduzione della popolazione.
Alla fine del 2024 risultavano 763 residenti, distribuiti su oltre 43 chilometri quadrati di territorio, con una densità di appena 17,6 abitanti per chilometro quadrato. Nel censimento del 2011 gli abitanti erano ancora 935; nel 2019 erano 862, nel 2021 819 e nel 2023 772. In appena cinque anni, tra il 2019 e il 2024, il comune ha quindi perso quasi cento residenti.
Il problema non è rappresentato soltanto dalle partenze. A pesare sempre di più è il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi. Nel 2024 a Castelfranco sono nati quattro bambini e sono morte quattordici persone; negli anni precedenti il rapporto è stato spesso altrettanto squilibrato. Quando la popolazione diventa più anziana e le generazioni giovani sono numericamente ridotte, anche fermare completamente l’emigrazione non sarebbe sufficiente nell’immediato a ristabilire un equilibrio demografico.
È uno dei paradossi più evidenti del paese. Castelfranco conserva un’attività agricola concreta, allevamenti, produzione lattiera, caseifici e prodotti capaci di ottenere riconoscimenti nazionali, ma tutto questo non è ancora sufficiente a garantire una popolazione stabile.
La questione diventa quindi capire come trasformare un’agricoltura produttiva in una ragione più ampia per abitare il territorio. Significa servizi, collegamenti, scuole, possibilità di impresa, accesso digitale, qualità della vita e capacità di rendere conveniente ciò che alcune aziende stanno già facendo: produrre qui invece di limitarsi a utilizzare il territorio come fonte di materia prima.
Anche le iniziative comunali rivolte all’apertura di attività commerciali, artigianali, agricole e professionali, compreso l’utilizzo di immobili pubblici in comodato, testimoniano il tentativo di affrontare un problema che ormai non riguarda soltanto la crescita economica, ma la stessa permanenza di una comunità numericamente sufficiente a mantenere vivo il paese.
Castelfranco oggi
Castelfranco appare oggi come un paese costruito intorno a un equilibrio delicato. Da una parte possiede alcune delle caratteristiche che più spesso vengono indicate come possibili risorse per le aree interne: un’agricoltura ancora produttiva, una forte specializzazione agroalimentare, aziende capaci di trasformare direttamente il latte, un prodotto riconoscibile, un patrimonio naturale raro e una storia attraversata da tratturi e grandi vie di comunicazione. Dall’altra continua a perdere abitanti con una velocità che mette progressivamente in discussione servizi, attività e ricambio generazionale.
Il caciocavallo rappresenta forse la migliore dimostrazione di ciò che il territorio può ancora fare. Non è stato necessario inventare una vocazione turistica estranea alla comunità: è bastato valorizzare ciò che Castelfranco produce da generazioni. Quando il latte di una stalla locale diventa un formaggio stagionato, viene venduto con il nome del paese, raggiunge consumatori lontani e ottiene riconoscimenti nazionali, una risorsa agricola apparentemente semplice acquista un valore economico e culturale molto maggiore.
Lo stesso principio può essere applicato al resto del patrimonio. Il tratturo può diventare percorso culturale ed escursionistico senza perdere la memoria della transumanza; il Bosco di Monte Tufaro può essere valorizzato senza smettere di essere un ecosistema da proteggere; le Bolle della Malvizza possono attirare visitatori proprio perché sono un fenomeno naturale autentico e non costruito; casali, masserie e strade rurali possono raccontare una società che per secoli ha organizzato il proprio spazio intorno all’allevamento.
Il futuro del paese si gioca probabilmente sulla capacità di tenere insieme queste risorse, evitando due estremi ugualmente pericolosi: considerare l’agricoltura una reliquia del passato oppure trasformare il territorio in un semplice spazio da sfruttare per produzioni che lasciano poco valore nella comunità.
Castelfranco possiede già l’esempio di una strada differente. La filiera del latte dimostra che la terra può produrre molto più della materia prima quando allevamento, trasformazione, competenze, qualità e identità rimangono collegati nello stesso territorio.
È forse questa la caratteristica più profonda del paese. Per secoli Castelfranco è stato attraversato dalle greggi che percorrevano l’Appennino verso la Puglia; oggi gli animali non percorrono più i grandi tratturi come un tempo, ma allevamento e trasformazione casearia continuano a definire il rapporto tra la comunità e le sue campagne.
Il paesaggio è cambiato, sui crinali sono arrivate le pale eoliche e gli abitanti sono diventati molti meno. Eppure, nelle stalle e nei caseifici, una parte dell’antica economia pastorale non è stata semplicemente conservata: si è trasformata in un’attività capace di vivere nel presente.
Ed è da qui, più che dalla nostalgia per il paese che fu, che Castelfranco può provare a costruire il proprio futuro.
L'articolo riflette sul valore dell'artigianato locale, ricordando com'era un tempo il mestiere dell'artigiano, legato a passione e cura del lavoro manuale. Si parla di come oggi i giovani artisti non trovino più motivo per costruire con le proprie mani, in un contesto sociale che sembra aver perso il senso della dignità del lavoro artigiano. L'autore rimpiange l'orgoglio antico di saper fare e invita a riscoprire il valore autentico del mestiere. Continuazione di un articolo storico dedicato a Castelfranco, che ricostruisce vicende feudali e dinastiche legate al castello e alla contea. Si narra il passaggio del feudo tra vari signori attraverso…
L'articolo ricostruisce le origini storiche e geografiche di Castelfranco, capoluogo del mandamento del Circondario di S. Bartolomeo in Galdo. Vengono descritte la posizione territoriale, i collegamenti viari con Benevento e Montecalvo, e riferimenti a studi di eruditi (Vitale, D'Anville) sull'antico Equotutico. Si discute l'origine etimologica del toponimo, legata a un feudo di Montefalcone e alla famiglia Rarifre, con riferimenti a documenti storici, catasti e famiglie nobiliari locali proprietarie del territorio. Il testo continua nel numero successivo.
Da Castelfranco si denuncia che nel giugno precedente il sindaco Michele Del Vecchio aveva fatto costruire, a ridosso del mulino, un fabbricato con un muro che si eleva per oltre 2 metri sul ciglio interno della cunetta stradale, in una curva a piccolo raggio a meno di 150 metri dall'abitato, ostacolando la visibilità dei conducenti. Nonostante l'accertamento dell'abuso da parte delle autorità e una presunta contravvenzione, la demolizione non è stata eseguita. Si segnala inoltre che lo stesso Del Vecchio ha ridotto una siepe di alberi cresciuta abusivamente nello stesso punto. Dopo circa sette mesi l'Amministrazione Provinciale di Benevento comunica che la ditta Del Vecchio Michele e Giovanni ha presentato istanza per costruire a distanza minore di quella legale. L'articolo sostiene che l'istanza non possa essere accolta prima della demolizione del muro abusivo, richiamando le disposizioni del Codice della strada, e auspica che si faccia giustizia nell'interesse della collettività.
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