Castelvetere in Val Fortore

Castelvetere in Val Fortore è uno dei paesi nei quali la trasformazione delle aree interne appare con maggiore evidenza. Arroccato sulle alture dell’Appennino sannita, quasi al confine con il Molise, conserva un centro storico formatosi intorno a un’antica fortificazione, un grande palazzo marchesale, chiese di origine medievale e un territorio rurale nel quale agricoltura, olivicoltura e allevamento continuano ad avere un peso concreto. Eppure, nello spazio di poche generazioni, la comunità si è ridotta a una frazione di quella che era un tempo.
È proprio questo contrasto a rendere Castelvetere interessante. Non siamo davanti a un territorio nel quale l’agricoltura è scomparsa: nel 2023, su 171 imprese registrate nel comune, ben 120 appartenevano al settore agricolo. Il problema è piuttosto la progressiva riduzione delle persone che abitano stabilmente il territorio. Dai 2.664 residenti del 1991 si è passati a 1.810 nel 2001, 1.389 nel 2011 e appena 925 all’inizio del 2025. Nel frattempo l’età media ha raggiunto i 59 anni.
Castelvetere permette quindi di osservare uno dei problemi fondamentali del Fortore contemporaneo: un territorio può continuare a produrre anche mentre la comunità che lo abita diventa sempre più piccola. La vera sfida non consiste soltanto nel mantenere vive le attività economiche, ma nel ricostruire le condizioni perché intorno a quelle attività possano continuare a vivere famiglie, giovani e servizi.
Un paese sul confine
Castelvetere sorge a circa 700 metri di altitudine, nell’estremo settore orientale della provincia di Benevento. Il territorio comunale presenta però un dislivello molto ampio, scendendo verso la valle del Fortore e raggiungendo, nelle zone più elevate, quote prossime ai mille metri.
La posizione geografica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella storia del paese. Castelvetere si trova infatti a poca distanza dal Molise e per secoli appartenne amministrativamente a territori differenti da quello beneventano. Durante l’età normanna era inserito nella contea di Civitate e successivamente fece parte della Capitanata. Nel 1811 venne aggregato alla provincia di Molise, con capoluogo Campobasso, e soltanto nel 1861, con la costituzione della provincia di Benevento, entrò a far parte del Sannio amministrativo contemporaneo.
Questi passaggi non rappresentano semplicemente curiosità burocratiche. Per secoli i rapporti economici, familiari e culturali non hanno seguito i confini regionali odierni. Le comunità dell’Alto Fortore guardavano contemporaneamente verso Benevento, la Capitanata e il Molise e condividevano con i territori vicini mercati, percorsi pastorali, devozioni e consuetudini.
Castelvetere conserva ancora questa identità di confine. La distanza tra Benevento e Campobasso è quasi equivalente e il paesaggio stesso anticipa progressivamente quello molisano, formando una continuità geografica molto più evidente di qualsiasi linea amministrativa.
Castrum Vetus, il Castello Vecchio

Il nome del paese deriva da Castrum Vetus, letteralmente “Castello Vecchio”, documentato anche nelle forme Castro Vetere e Castro Vetulo. Le origini dell’insediamento vengono talvolta ricondotte a una precedente presenza romana, ma le prime testimonianze storiche realmente documentabili appartengono al Medioevo e all’età normanna.
Il borgo si sviluppò intorno a una fortificazione collocata in posizione dominante. Dell’antico sistema difensivo rimangono i resti della torre normanna, risalente all’XI secolo, la cui massiccia base continua a rappresentare uno degli elementi più antichi del paese. Il Catalogo generale dei Beni culturali segnala nella struttura anche caratteristiche riconducibili alla tradizione costruttiva bizantina.
Durante il Medioevo Castelvetere fu coinvolto nelle guerre e nelle trasformazioni politiche del Regno meridionale. Il paese venne distrutto durante gli scontri tra Aragonesi e Angioini e passò successivamente attraverso differenti famiglie feudali. Nel 1532 Carlo V concesse il feudo a Ferrante Gonzaga; nei secoli successivi si alternarono altri possessori fino all’arrivo dei Moscatelli, destinati a lasciare una delle tracce architettoniche più evidenti nella storia del paese.
Anche terremoti e rivolte contribuirono ripetutamente a modificarne l’aspetto. Il centro subì distruzioni in seguito ai moti della metà del Seicento e nuovi danni a causa dei terremoti che colpirono l’Appennino nei secoli successivi. La forma attuale del borgo è quindi il risultato di continue ricostruzioni, ampliamenti e adattamenti piuttosto che la conservazione immobile di un unico impianto medievale.
Il borgo e Palazzo Moscatelli

Una delle caratteristiche più interessanti di Castelvetere è che la struttura del centro storico permette ancora di leggere alcune delle diverse fasi della sua formazione.
Nella parte bassa dell’abitato antico sopravvive un quartiere di forma approssimativamente trapezoidale, attraversato da un asse centrale curvo e suddiviso in isolati stretti e paralleli. Questa organizzazione urbana viene fatta risalire alla fase di espansione medievale successiva alla riunificazione dei due suffeudi nei quali il territorio risultava diviso nel XII secolo.
Su questo tessuto domina il Palazzo Marchesale Moscatelli, una delle architetture civili più importanti del paese. L’edificio segue il crinale del dosso sul quale è costruito e presenta una forma irregolare distribuita su tre livelli. La sua storia è più complessa di quella di una semplice residenza nobiliare: il palazzo incorporò infatti un precedente palatium fortificato trecentesco, costruito quando l’antico castello non era più sufficiente a ospitare il signore feudale.
La costruzione della residenza dei Moscatelli iniziò intorno al 1650 e si concluse verso il 1700. Nei secoli successivi l’edificio venne più volte trasformato fino ad assumere progressivamente la funzione di dimora civile.
Accanto al palazzo venne realizzata la cappella gentilizia, oggi Chiesa della Madonna della Neve. Palazzo, cappella, torre e tessuto medievale non sono quindi monumenti indipendenti: appartengono allo stesso processo attraverso il quale il potere feudale passò dalla fortificazione medievale alla residenza signorile dell’età moderna.
È questo insieme, più che il singolo edificio, a raccontare l’evoluzione urbana di Castelvetere.
San Nicola e le chiese del paese

Tra gli edifici religiosi più importanti figura la Chiesa di San Nicola Vescovo, la cui presenza è documentata già nel 1102. In quell’anno una bolla di papa Pasquale II confermava all’abbazia beneventana di Santa Sofia il possesso di Castellum Vetus et Ecclesiam S. Nicolai Episcopi.
La chiesa attraversò numerose trasformazioni. Il cardinale Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, la consacrò nel 1696 e, dopo un importante ampliamento, nuovamente nel 1710. Ulteriori interventi interessarono l’edificio nel Novecento e nei primi anni del XXI secolo, senza cancellarne completamente l’impianto storico.
La devozione a San Nicola occupa ancora oggi un posto centrale nella vita religiosa locale. La festa del 6 dicembre è tradizionalmente accompagnata dalla benedizione e distribuzione del pane, un elemento che lega il culto religioso a una pratica comunitaria molto antica.
La Madonna della Neve, celebrata il 5 agosto, è invece strettamente legata alla cappella dei Moscatelli, costruita insieme al palazzo tra Seicento e Settecento.
Particolarmente interessante è anche il rapporto con la Madonna Incoronata. La relativa chiesa, conosciuta in passato come Santa Maria della Montagna, testimonia una devozione che collega Castelvetere direttamente alla Puglia e al grande santuario dell’Incoronata di Foggia. Per generazioni il pellegrinaggio verso il santuario pugliese ha rappresentato uno dei percorsi attraverso i quali la comunità manteneva rapporti culturali e religiosi con territori che amministrativamente appartenevano a un’altra regione.
Anche sotto questo aspetto, quindi, Castelvetere conferma la propria natura di paese di confine.
Campanaro, il paese che non c’è più
Nel territorio di Castelvetere esiste la memoria di un’altra comunità medievale: Campanaro.
Il villaggio compare già nel Catalogus Baronum, una delle principali fonti per conoscere l’organizzazione feudale dell’Italia meridionale normanna. Non siamo quindi davanti semplicemente al nome di una contrada rurale, ma alla traccia di un insediamento che ebbe una propria esistenza nel sistema medievale del territorio.
Campanaro venne successivamente abbandonato e la sua storia finì per essere assorbita da quella di Castelvetere. Oggi il toponimo continua però a identificare una parte del territorio comunale e mantiene viva la memoria di una geografia insediativa molto più articolata di quella contemporanea.
La presenza di un villaggio scomparso assume un significato particolare in un paese che oggi affronta una forte contrazione demografica. Sarebbe però sbagliato costruire un parallelo semplicistico tra l’abbandono medievale di Campanaro e lo spopolamento contemporaneo: cause, società ed epoche sono completamente differenti.
Ciò che Campanaro permette di comprendere è piuttosto che il territorio del Fortore non è mai stato organizzato esclusivamente intorno ai centri abitati che vediamo oggi. Casali, piccoli villaggi, masserie e insediamenti rurali formavano una rete molto più diffusa, progressivamente trasformata nel corso dei secoli.
Una campagna ancora produttiva
Se si osserva Castelvetere soltanto attraverso il numero degli abitanti si rischia di avere l’impressione di un territorio economicamente quasi fermo. I dati sulle imprese raccontano invece una realtà più complessa.
Al 31 dicembre 2023 risultavano registrate nel comune 171 imprese. Di queste, 120 appartenevano all’agricoltura, silvicoltura e pesca. In altre parole, circa sette imprese su dieci erano legate direttamente al settore primario.
L’agricoltura non è quindi soltanto una componente del paesaggio o il ricordo della società contadina. Continua a rappresentare una delle principali strutture economiche del territorio.
Cereali, foraggi, allevamento e olivicoltura compongono un sistema rurale nel quale le aziende operano su un territorio molto più esteso del solo centro abitato. È significativo che già nel censimento del 2001 più di cinquecento residenti vivessero nelle case sparse, quasi il trenta per cento dell’intera popolazione comunale. La campagna era quindi non soltanto luogo di lavoro, ma una parte fondamentale dell’insediamento umano.
Lo spopolamento ha progressivamente ridotto questa presenza diffusa, ma non ha cancellato la funzione produttiva dei terreni. Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi più interessanti della Castelvetere contemporanea: la superficie agricola può continuare a essere lavorata anche mentre diminuisce il numero delle famiglie che vivono stabilmente nelle campagne.
La conseguenza è una progressiva separazione tra territorio produttivo e territorio abitato, questione che riguarda non soltanto Castelvetere ma molte aree rurali dell’Appennino.
L’olivo di San Giorgio e il recupero dell’Ortice
Dentro questa agricoltura esistono anche esperienze che tentano di trasformare una coltivazione tradizionale in un prodotto maggiormente legato all’identità del territorio.
Un caso interessante è quello della Masseria dei Nunzi, azienda agricola nata dal recupero della tradizione olivicola familiare tra Castelvetere e San Bartolomeo in Galdo. L’azienda conta circa duemila piante, con una presenza prevalente della cultivar Ortice, affiancata da Olivella, Leccino, Leccio del Corno, Pendolino, Ortolana e Racioppella.
Particolarmente interessante è un ecotipo locale dell’Ortice conosciuto come “olivo di San Giorgio”, presente in un’area del Sannio che comprende Castelvetere, San Giorgio la Molara, Molinara, Pesco Lamazza e Pago Veiano.
Il progetto recupera vecchi impianti, comprese piante centenarie, affiancandoli a nuove coltivazioni e puntando sulla produzione di olio extravergine e sull’olivicoltura biologica.
Non è necessario trasformare una singola azienda nell’immagine dell’intera economia castelvetrese. Il suo interesse sta piuttosto nel modello che rappresenta: non limitarsi a coltivare la terra, ma associare alla produzione agricola trasformazione, qualità, riconoscibilità e recupero del paesaggio.
In un comune nel quale l’agricoltura è ancora così diffusa, la capacità di aumentare il valore prodotto da ogni ettaro può diventare molto più importante della semplice estensione delle superfici coltivate.
La Scroppella castelvetrese
Se l’Ortice racconta una possibile evoluzione contemporanea dell’agricoltura, la Scroppella castelvetrese appartiene invece alla dimensione domestica e rituale della cultura alimentare locale.
In dialetto viene chiamata Scruppèdde ed è una preparazione tradizionalmente associata al Carnevale, oggi riconosciuta dalla Regione Campania tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
L’impasto viene preparato con farina, uova, acqua, lievito madre e sale, lasciato lievitare a lungo e successivamente fritto. In passato si utilizzava frequentemente lo strutto e il dolce poteva essere completato con zucchero o miele.
Ma è soprattutto il metodo tradizionale di formatura a rendere la Scroppella immediatamente riconoscibile. A Castelvetere il pezzo di impasto veniva appoggiato e schiacciato direttamente sul ginocchio, ottenendo la caratteristica forma tondeggiante e leggermente irregolare. La Regione ricorda che il gesto poteva assumere anche significati rituali collegati alla forza e alla fertilità.
Oggi, per evidenti ragioni igieniche, la lavorazione viene generalmente effettuata sul piano, ma la memoria del gesto sopravvive nel racconto e nella denominazione della preparazione.
La Scroppella è particolarmente interessante perché non è una ricetta ricostruita artificialmente per il turismo. La documentazione regionale sottolinea come continui a essere preparata nelle famiglie durante il Carnevale secondo modalità tramandate oralmente.
È quindi uno di quei casi nei quali un alimento permette di osservare direttamente la continuità di una pratica comunitaria.
Il vento e una nuova funzione del territorio
Come gran parte dell’Alto Fortore, Castelvetere possiede caratteristiche favorevoli alla produzione di energia eolica. I crinali e le aree esposte al vento hanno attirato negli anni investimenti destinati alla realizzazione di impianti, introducendo una nuova funzione economica in un paesaggio storicamente legato soprattutto all’agricoltura e all’allevamento.
Il processo è ancora in corso. Nel marzo 2025 il Consiglio comunale ha approvato una convenzione con la società C&C Castelvetere relativa alla realizzazione di un parco eolico già interessato da autorizzazione unica regionale.
Nel caso di Castelvetere è però importante non attribuire all’eolico un peso occupazionale che i dati disponibili non consentono di dimostrare. Il settore agricolo rimane molto più chiaramente leggibile nella struttura imprenditoriale locale.
La questione decisiva è piuttosto quella delle ricadute territoriali. Per un comune con meno di mille abitanti, la produzione energetica può rappresentare una risorsa se convenzioni, entrate e compensazioni vengono trasformate in servizi, infrastrutture e investimenti capaci di produrre benefici durevoli per la popolazione.
Castelvetere si trova così davanti a un rapporto nuovo con le proprie montagne. Gli stessi crinali che per secoli hanno delimitato pascoli e campi sono diventati anche luoghi nei quali produrre energia. La sfida consiste nel far convivere questa funzione con l’agricoltura, il paesaggio e le esigenze di una comunità che ha bisogno soprattutto di condizioni concrete per continuare ad abitare il territorio.
Da 2.664 a meno di mille abitanti
Nessun aspetto della Castelvetere contemporanea è però comprensibile senza considerare la dimensione della trasformazione demografica.
Nel 1991 il comune contava 2.664 residenti. Dieci anni dopo erano 1.810. La perdita di 854 abitanti in un solo decennio corrisponde a una riduzione superiore al trenta per cento. Nel 2011 la popolazione era ulteriormente scesa a 1.389 persone.
In appena vent’anni Castelvetere aveva quindi perso quasi la metà dei propri abitanti.
Il fenomeno non si è arrestato. All’inizio del 2025 i residenti erano 925, dei quali soltanto 52 avevano meno di quindici anni, mentre 434 avevano almeno 65 anni. L’età media aveva raggiunto i 59 anni.
Ancora più significativo è il confronto nel tempo. Nel 2002 i minori di quindici anni erano 181; nel 2025 sono diventati 52. Nello stesso periodo la popolazione complessiva si è praticamente dimezzata.
Non siamo quindi più soltanto davanti all’emigrazione tradizionale, nella quale una parte della popolazione giovane parte e quella rimasta continua comunque a garantire un certo ricambio generazionale. Il problema contemporaneo è diventato strutturale: ci sono sempre meno persone nelle età nelle quali si formano nuove famiglie e nascono bambini, mentre aumenta proporzionalmente il peso delle generazioni anziane.
Già nel censimento del 2011 l’indice di vecchiaia aveva raggiunto 652,9 anziani ogni cento giovani sotto i quindici anni, contro 125,9 nel 1991. Nel 2025 il rapporto ha superato quota ottocento.
Questi numeri hanno conseguenze molto concrete. Meno bambini significano maggiore difficoltà nel mantenere scuole e servizi per l’infanzia; meno giovani significano meno persone disponibili a subentrare nelle aziende, aprire attività o lavorare nei servizi; una popolazione anziana richiede invece maggiore assistenza sanitaria e sociale proprio mentre diminuisce la base demografica che dovrebbe sostenerla.
È questa, più del semplice numero degli abitanti, la vera emergenza demografica di Castelvetere.
Quando lo spopolamento cambia anche il territorio
La riduzione della popolazione non modifica soltanto il centro abitato. In un comune rurale produce effetti anche sulle campagne.
Nel 2011 il 36,3 per cento dei residenti viveva ancora in nuclei minori o case sparse, una percentuale enormemente superiore alla media regionale e nazionale. Castelvetere conservava quindi una forma di popolamento fortemente distribuita sul territorio.
Quando una comunità di questo tipo perde abitanti, il problema non consiste semplicemente nell’avere alcune case vuote nel centro storico. Significa ridurre la presenza umana lungo chilometri di strade rurali, nelle masserie, nei terreni e nelle contrade. Alcune aziende continuano a lavorare, ma diminuisce progressivamente quella rete quotidiana di persone che per generazioni ha curato il territorio vivendo direttamente al suo interno.
È qui che agricoltura e demografia tornano a incontrarsi. Le 120 imprese agricole registrate nel 2023 dimostrano che la terra mantiene un valore produttivo. Ma il futuro non dipende soltanto dal numero delle aziende: dipende dalla loro capacità di garantire reddito sufficiente, favorire il ricambio generazionale e generare attività di trasformazione e servizi collegati.
Se la terra continua a essere coltivata ma chi la lavora vive altrove, oppure se poche aziende sempre più grandi sostituiscono progressivamente molte aziende familiari, il paesaggio può rimanere produttivo mentre il paese continua a svuotarsi.
Per Castelvetere questa distinzione è fondamentale. Salvare l’agricoltura e salvare la comunità non sono necessariamente la stessa cosa.
Castelvetere oggi
Castelvetere arriva quindi al presente con una situazione apparentemente contraddittoria. Possiede ancora un’economia agricola significativa, un territorio esteso, produzioni che possono essere valorizzate, un centro storico nel quale sono leggibili quasi mille anni di trasformazioni e nuove possibilità legate all’energia. Allo stesso tempo, la popolazione ha raggiunto dimensioni che rendono sempre più difficile mantenere quella rete di servizi e relazioni necessaria a una comunità.
La risposta non può consistere soltanto nella promozione turistica. Palazzo Moscatelli, la torre normanna, Campanaro, le chiese e la Scroppella sono elementi preziosi dell’identità locale, ma un paese non rimane vivo semplicemente perché possiede monumenti e tradizioni. Ha bisogno soprattutto di persone che possano lavorare, formare famiglie, utilizzare le case, mantenere le attività e dare una funzione contemporanea agli spazi ereditati dal passato.
L’agricoltura offre una base dalla quale partire proprio perché, a differenza di altre attività scomparse con lo spopolamento, è ancora presente. Esperienze di recupero dell’olivicoltura, trasformazione delle produzioni, biologico e valorizzazione delle cultivar locali mostrano una possibile direzione: ottenere più valore da ciò che il territorio già produce, invece di competere soltanto sulla quantità delle materie prime.
Anche l’eolico può avere un ruolo, ma la sua utilità per Castelvetere non si misura soltanto nei megawatt installati. La questione è quanto della ricchezza generata dal vento possa trasformarsi in servizi, infrastrutture, risparmio energetico, opportunità economiche o altre condizioni capaci di migliorare concretamente la vita di chi rimane.
Il vero patrimonio di Castelvetere, in questo senso, non è fatto soltanto di edifici antichi. Sono anche 34 chilometri quadrati di territorio, campi ancora lavorati, oliveti, imprese, case e competenze che rischierebbero di perdere progressivamente la propria funzione se venisse meno la comunità necessaria a utilizzarli.
Per questo Castelvetere rappresenta forse uno dei casi nei quali la questione dello spopolamento può essere osservata nella sua forma più concreta. Non si tratta di riportare il paese ai numeri del passato, né di immaginare un improbabile ritorno alla società rurale del Novecento. Con una popolazione profondamente invecchiata, quell’epoca non può essere ricostruita.
La sfida è diversa: capire quale dimensione economica e sociale possa permettere a una comunità molto più piccola di continuare a esistere senza diventare progressivamente soltanto il custode di ciò che è rimasto.
Castelvetere ha già conosciuto distruzioni, terremoti, cambi di confine e trasformazioni del proprio sistema agricolo. Il problema che affronta oggi è forse meno improvviso, ma proprio per questo più difficile da contrastare: un paese non scompare in un giorno. Si restringe lentamente, perde bambini, famiglie, attività e servizi fino a quando ogni ulteriore perdita rende più difficile fermare quella successiva.
La presenza di un’agricoltura ancora forte rende però Castelvetere diversa da un territorio privo di una base economica. La terra continua a produrre. La questione decisiva è tornare a far sì che quella produzione contribuisca anche a produrre comunità.
