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Molinara

Molinara è uno dei paesi del Fortore nei quali la storia contemporanea si legge direttamente nella forma dell’abitato. Il vecchio borgo fortificato, raccolto dentro una cinta pentagonale e quasi completamente abbandonato dopo il terremoto del 1962, convive oggi con il paese moderno sviluppatosi all’esterno delle mura. Non si tratta semplicemente di due quartieri appartenenti a epoche differenti: tra l’uno e l’altro passa una delle fratture più profonde della storia recente della comunità.

A questa identità urbana se ne affianca un’altra, altrettanto importante, legata alla campagna. Molinara conserva una significativa vocazione agricola, con cereali, foraggi, allevamento e soprattutto olivicoltura. La cultivar Ortice, presente da secoli nel Sannio, è diventata negli ultimi anni il punto di partenza per esperienze cooperative, trasformazione locale e progetti di innovazione che cercano di mantenere sul territorio una parte maggiore del valore prodotto dall’agricoltura.

Borgo medievale e oliveti, memoria del terremoto e nuove attività, tradizioni comunitarie ed energia eolica compongono così il volto di un paese che ha saputo ricostruire fisicamente una parte importante del proprio patrimonio, ma che oggi affronta una sfida diversa e più lenta: quella di continuare ad avere abbastanza abitanti, imprese e servizi per trasformare quel patrimonio in vita quotidiana.

Tra il Tammaro e le montagne

Molinara sorge nell’Alto Sannio, a circa trenta chilometri da Benevento. Il centro abitato si trova intorno ai seicento metri di altitudine, mentre il territorio comunale presenta un dislivello considerevole e raggiunge, nella zona di Casone Cocca, quote prossime ai mille metri. Qui passa lo spartiacque appenninico che separa i corsi d’acqua diretti verso l’Adriatico da quelli appartenenti al sistema tirrenico.

La geografia comunale è segnata anche dal Tammaro e dai corsi d’acqua denominati Tammarecchia, che definiscono parte dei confini con San Giorgio la Molara e San Marco dei Cavoti. A nord il territorio incontra invece quello di Foiano di Val Fortore.

La varietà dei suoli e delle altitudini ha favorito nel tempo differenti forme di utilizzazione agricola. Nelle zone più basse e nelle aree vicine all’abitato trovano spazio oliveti, orti e frutteti; salendo di quota aumentano seminativi e coltivazioni cerealicole, mentre nelle zone più elevate assumono maggiore importanza prati e foraggi destinati anche all’allevamento.

Questa distribuzione ha contribuito a costruire un’economia rurale diversificata, nella quale la famiglia contadina poteva ottenere dal territorio prodotti differenti senza dipendere completamente da una sola coltura.

Le origini e il borgo medievale

La presenza umana nel territorio è molto più antica dell’attuale abitato. Ritrovamenti archeologici testimoniano frequentazioni precedenti al Medioevo, anche se non permettono di ricostruire con certezza l’esistenza di un vero centro urbano antico. Tra gli oggetti rinvenuti viene ricordato anche un tetradramma con l’effigie di Alessandro Magno, databile alla seconda metà del IV secolo a.C., testimonianza della circolazione di uomini e merci tra il Sannio e il mondo mediterraneo.

Una delle prime attestazioni medievali risale invece al 992, quando tra i beni dell’abbazia beneventana di San Modesto viene ricordata una chiesa di Santa Maria situata nel territorio.

La formazione del borgo viene tradizionalmente collegata a un contesto nel quale si incontravano l’influenza longobarda del Principato di Benevento e quella bizantina. A questa presenza orientale viene ricondotta anche l’origine della Chiesa di Santa Maria dei Greci, uno degli edifici religiosi più antichi del paese.

Nel 1118 il castello di Molinara compare tra i possedimenti di Raimondo di Loritello, signore di Bovino. Nei secoli successivi il feudo attraversò la complessa storia politica del Regno meridionale e passò sotto differenti famiglie, tra le quali De Capua, Miradois, Caracciolo, Carafa e Muscettola.

Lo stesso nome Molinara è stato tradizionalmente collegato alla presenza di mulini e all’importanza che l’acqua e la trasformazione dei cereali ebbero nell’economia locale. Al di là dell’esatta origine etimologica, l’attività molitoria appartiene comunque pienamente alla storia rurale del territorio.

Dentro le mura: la fortezza pentagonale

Il centro storico rappresenta uno degli esempi più riconoscibili di borgo fortificato del territorio fortorino. Costruito su una collina tufacea a circa 590 metri di quota, presenta un impianto sostanzialmente pentagonale, delimitato da mura e rafforzato originariamente da cinque torri circolari collocate agli angoli. Una torre quadrangolare completava probabilmente il sistema difensivo.

L’accesso principale è la Porta Ranna, integrata nell’antica struttura del castello feudale. Da qui prende avvio l’asse principale dell’abitato, l’attuale Corso Umberto I, che attraversava il borgo fino alla porta inferiore, ricordata nella tradizione locale come Porta Abbascio o Porta da Basso.

L’organizzazione dello spazio racconta chiaramente le esigenze di un insediamento medievale. Case, botteghe, edifici religiosi e residenza signorile erano concentrati all’interno delle mura e le strade seguivano la conformazione naturale del rilievo.

Subito dopo Porta Ranna si trovano i resti della Chiesa di San Bartolomeo, fondata dai De Capua e successivamente utilizzata dai Muscettola come cappella palatina. Nelle vicinanze si trovava l’accesso al mastio, trasformato nel corso dei secoli nel palazzo signorile conosciuto anche come Palazzo Santoro.

All’estremità opposta del nucleo antico sorge Santa Maria dei Greci, legata alle origini medievali del paese. Castello, porte, chiese, torri e abitazioni formavano quindi un organismo urbano compatto nel quale potere feudale, religione e vita quotidiana occupavano spazi differenti ma strettamente connessi.

Il terremoto del 1962

Il 21 agosto 1962 questa organizzazione urbana subì una rottura definitiva.

Il terremoto che colpì il Sannio e l’Irpinia provocò danni gravissimi a Molinara. Le verifiche effettuate dopo il sisma registrarono danni in 1.121 delle 1.210 abitazioni presenti nell’intero territorio comunale, pari a oltre il novanta per cento del patrimonio residenziale. Quasi cinquecento edifici risultarono gravemente compromessi e circa 831 persone dovettero abbandonare le proprie case e trovare sistemazione temporanea nelle baracche.

Nel paese ci fu anche una vittima, travolta dal crollo del campanile di una piccola chiesa.

Il terremoto arrivò in una fase nella quale Molinara stava già vivendo le conseguenze della grande emigrazione del dopoguerra. I dati demografici mostrano infatti che tra il 1951 e il 1961, prima del sisma, il comune aveva perso oltre settecento abitanti. La trasformazione sociale era quindi già in corso, ma il terremoto accelerò in maniera violentissima quella urbanistica.

Le abitazioni più antiche del borgo risultavano difficili da recuperare secondo i nuovi criteri di sicurezza e una parte consistente della ricostruzione avvenne nelle zone esterne alle mura. La popolazione si trasferì progressivamente nel nuovo abitato e il centro medievale perse quasi completamente la propria funzione residenziale.

Molinara non venne quindi ricostruita semplicemente sopra le proprie rovine. Il paese, in un certo senso, si spostò.

Il vecchio paese recuperato

L’abbandono successivo al terremoto produsse involontariamente una condizione eccezionale. Il borgo rimase per decenni quasi privo della vita quotidiana che lo aveva animato, ma conservò una parte significativa della propria struttura urbana.

Negli anni successivi vennero avviati programmi di recupero e consolidamento culminati in un importante intervento completato nel 2016, che ha reso nuovamente percorribili strade, edifici e spazi dell’abitato antico.

È proprio questa particolare conservazione ad aver favorito la definizione promozionale di “Pompei della Valfortore”. Il paragone è evidentemente suggestivo, ma permette di comprendere la specificità del luogo: visitare il vecchio borgo significa entrare in uno spazio urbano dal quale la popolazione si è ritirata quasi completamente dopo un evento traumatico, lasciando leggibile l’organizzazione del paese precedente alla ricostruzione.

Il recupero ha cercato anche di attribuire agli edifici nuove funzioni, attraverso spazi per l’ospitalità, attività culturali e iniziative pubbliche. Fuori dal borgo è stato restaurato anche Palazzo Ionni, in Piazza San Rocco, utilizzato per eventi, incontri e manifestazioni.

La sfida più difficile comincia però proprio dopo il restauro. Recuperare muri, strade e palazzi è possibile attraverso investimenti e opere pubbliche; restituire a quegli spazi una funzione duratura richiede invece frequentazione, attività economiche e una comunità sufficientemente vitale da utilizzarli.

Santa Maria dei Greci, San Rocco e la Madonna delle Grazie

Il patrimonio religioso permette di leggere le diverse fasi della storia urbana di Molinara.

Santa Maria dei Greci, all’interno dell’antico borgo, appartiene alla memoria medievale e viene tradizionalmente collegata alla presenza di una comunità di cultura bizantina. La sua collocazione dentro le mura la lega direttamente alla formazione più antica dell’abitato.

Fuori dal nucleo fortificato assume particolare importanza San Rocco, patrono di Molinara e centro di una devozione che conserva ancora consuetudini profondamente radicate nella vita comunitaria.

La Chiesa Madre della Madonna delle Grazie appartiene invece alla Molinara ricostruita dopo il terremoto. Il nuovo edificio è stato inaugurato soltanto il 21 dicembre 2014, oltre mezzo secolo dopo il sisma, diventando uno dei simboli della lunga conclusione materiale del processo di ricostruzione.

Anche attraverso le chiese si possono quindi osservare tre fasi differenti: l’abitato medievale, la crescita fuori dalle mura e il paese nato dopo il 1962.

San Rocco e la partecipazione della comunità

La festa di San Rocco conserva un’organizzazione che racconta molto della struttura sociale tradizionale di Molinara.

Le celebrazioni sono distribuite in due momenti principali. Nell’ultima domenica di maggio si svolge la festa conosciuta come quella di San Rocco “poverello”. Durante questa occasione vengono individuate, anche attraverso un sorteggio, alcune delle persone chiamate a partecipare all’organizzazione della festa principale di agosto. La banda musicale raggiunge poi le loro abitazioni e rende pubblico l’incarico.

Il 16 agosto si celebra la festa principale del patrono. La sera precedente la banda percorre le strade eseguendo la tradizionale Mattinata, fermandosi nei diversi punti dell’abitato e richiamando simbolicamente la popolazione alla celebrazione del giorno successivo.

Queste consuetudini mostrano come la festa non sia stata storicamente soltanto un appuntamento religioso organizzato dall’alto, ma un momento nel quale gli abitanti assumevano direttamente responsabilità e compiti. La devozione diventava così anche uno strumento di partecipazione e riconoscimento reciproco.

Sant’Antonio e i falò d’inverno

Un’altra tradizione caratteristica è quella dei falò di Sant’Antonio Abate, accesi la sera del 16 gennaio.

Nei quartieri del paese vengono raccolte legna e fascine e costruiti grandi fuochi attorno ai quali gli abitanti si incontrano. In passato tra le braci venivano spesso cucinati ceci e patate, trasformando la ricorrenza religiosa in una delle principali occasioni conviviali dell’inverno.

Alla festa era inoltre collegata l’usanza del “porco di Sant’Antonio”. Un maialino acquistato durante una precedente fiera veniva lasciato libero di muoversi per il paese e alimentato dagli abitanti, diventando in qualche modo un animale della comunità. La consuetudine è ormai scomparsa, ma appartiene alla memoria di una società rurale nella quale religiosità, economia domestica e rapporti di vicinato erano molto più strettamente intrecciati di quanto avvenga oggi.

Sono proprio pratiche come queste, più delle generiche definizioni di “tradizione contadina”, a permettere di comprendere concretamente come funzionasse la comunità.

L’agricoltura e il territorio

L’agricoltura continua a rappresentare una componente importante dell’economia di Molinara.

Nel censimento agricolo del 2011 risultavano 149 aziende, con oltre 822 ettari di superficie agricola utilizzata. La parte maggiore era occupata da seminativi: più di 339 ettari erano destinati ai cereali e circa 331 alle colture foraggere. Erano inoltre presenti allevamenti bovini, ovini e suini.

Questi dati aiutano a correggere un’immagine troppo semplicistica del territorio. Molinara non è esclusivamente il paese dell’olio: l’olivicoltura occupa una superficie inferiore rispetto a cereali e foraggi, ma possiede un valore identitario e commerciale molto maggiore grazie alla qualità delle produzioni e alla possibilità di trasformare localmente le olive.

È proprio questa capacità di ottenere più valore da una coltura tradizionale ad aver reso l’Ortice uno degli elementi più riconoscibili dell’agricoltura molinarese.

L’Ortice e gli oliveti di Molinara

L’Ortice è una cultivar storica particolarmente diffusa nel Sannio e presente da generazioni negli oliveti di Molinara. Alcune piante hanno raggiunto dimensioni ed età considerevoli, costituendo non soltanto una risorsa produttiva ma anche una parte del paesaggio rurale.

L’olio ottenuto da questa varietà è generalmente caratterizzato da profumi marcati e da un profilo sensoriale intenso. Negli ultimi decenni il crescente interesse per gli extravergini monovarietali e per le produzioni territoriali ha creato nuove possibilità per una coltura che in passato veniva spesso considerata semplicemente una componente dell’economia familiare.

Il punto centrale non è però soltanto la qualità dell’oliva. Per un piccolo comune agricolo la vera differenza viene fatta dalla possibilità di trasformare, imbottigliare e commercializzare il prodotto senza trasferire altrove la maggior parte del valore.

Da questa esigenza sono nate alcune delle esperienze più interessanti dell’agricoltura locale.

Terre di Molinara e la filiera dell’olio

La cooperativa Terre di Molinara è nata con l’obiettivo di valorizzare gli oliveti del territorio e costruire una filiera capace di seguire direttamente il prodotto dalla raccolta alla trasformazione.

L’attività si concentra in particolare su oliveti ultracentenari di Ortice e utilizza un proprio frantoio per la lavorazione. Il modello consente ai produttori di non limitarsi al conferimento delle olive come materia prima, ma di partecipare alla produzione dell’olio e alla sua successiva valorizzazione.

L’esperienza ha assunto negli anni anche una dimensione di ricerca. Terre di Molinara è stata coinvolta come capofila nel progetto S.Oil, sviluppato insieme all’Università del Sannio, aziende agricole e altri soggetti per sperimentare tecniche più sostenibili nella gestione degli oliveti, migliorare la qualità della produzione e valorizzare i sottoprodotti della lavorazione secondo principi di economia circolare.

È un esempio interessante perché dimostra che tradizione e innovazione non sono necessariamente contrapposte. Un olivo centenario può essere gestito attraverso conoscenze agronomiche contemporanee, ricerca, sostenibilità e nuovi strumenti di mercato senza perdere il proprio rapporto con il territorio.

Anche la Cooperativa CAM, nata negli anni Ottanta, ha sviluppato nel tempo attività agricole, agrituristiche e di produzione biologica, arrivando a gestire migliaia di piante di Ortice tra Molinara e Circello.

Queste realtà mostrano come l’agricoltura locale possa evolvere quando alla coltivazione si aggiungono trasformazione, organizzazione cooperativa e capacità commerciale.

La Giornata dell’Olio

Il rapporto tra Molinara e l’olivicoltura trova una delle sue principali occasioni di promozione nella Giornata dell’Olio, organizzata tradizionalmente nel periodo invernale.

La manifestazione mette insieme degustazioni, visite ai frantoi, prodotti locali e iniziative culturali. Tra i luoghi coinvolti figura anche lo storico frantoio Santoro, dove è conservata una macina in pietra e dove è possibile osservare il passaggio dalle tecniche tradizionali ai moderni sistemi di estrazione.

L’interesse della manifestazione deriva soprattutto dal fatto che promuove un’attività realmente presente nel territorio. Non si tratta di associare artificialmente un prodotto al paese per costruire un evento turistico, ma di utilizzare l’olio come strumento per raccontare aziende, paesaggio e lavoro agricolo.

L’eolico sui crinali

Negli ultimi decenni anche Molinara è entrata nella geografia dell’energia eolica che caratterizza ormai una parte consistente del Fortore.

Il territorio è interessato da impianti esistenti e da nuovi progetti. Tra quelli più importanti figura il parco previsto tra San Giorgio la Molara e Molinara, composto da otto aerogeneratori per una potenza complessiva progettata di 48 MW. Il comune rientra inoltre nei programmi di rifacimento e potenziamento di impianti eolici presenti in diversi centri del Fortore.

Le turbine hanno introdotto una nuova funzione economica nei territori di altura, sovrapponendo la produzione energetica a un paesaggio utilizzato storicamente per boschi, coltivazioni e pascolo.

Nel caso di Molinara, però, non avrebbe senso attribuire all’eolico un ruolo occupazionale paragonabile a quello dell’agricoltura senza dati che lo dimostrino. La questione più importante riguarda piuttosto la capacità del territorio di ottenere benefici concreti da una produzione energetica che utilizza una delle sue principali risorse naturali.

Il rapporto tra oliveti, campi, paesaggio ed energia rappresenta quindi una delle trasformazioni contemporanee del comune, destinata probabilmente a incidere ancora per molti anni sulle scelte di sviluppo.

La trasformazione demografica

La popolazione di Molinara raggiunse il massimo censuario nel 1911, con 3.369 residenti. Nel 1951 gli abitanti erano ancora 3.056, ma nel decennio successivo il paese conobbe una fortissima contrazione e nel 1961 era già sceso a 2.332 persone.

Questo dato è fondamentale perché mostra che il grande calo demografico era cominciato prima del terremoto del 1962. La meccanizzazione dell’agricoltura, la crescente attrazione esercitata dalle città industriali del Nord e l’emigrazione verso l’estero stavano già trasformando profondamente la società rurale.

Dopo il sisma la popolazione continuò a diminuire, anche se con ritmi differenti. Nel 1981 si contavano 2.018 residenti e nel 1991 si verificò persino una piccola risalita a 2.030. Successivamente il calo tornò costante: 1.946 abitanti nel 2001, 1.662 nel 2011 e 1.422 alla fine del 2024.

Oggi il problema principale non è rappresentato soltanto dall’emigrazione. È soprattutto il crescente squilibrio tra generazioni.

All’inizio del 2025 Molinara contava circa 150 residenti con meno di quindici anni e oltre 470 persone con almeno 65 anni. L’età media aveva superato i cinquant’anni e per ogni giovane sotto i quindici anni erano presenti più di tre anziani.

Anche il saldo naturale mostra chiaramente la difficoltà del ricambio demografico. Nel 2024 sono nati appena cinque bambini, mentre i decessi sono stati diciotto.

Molinara si trova quindi davanti a una fase diversa rispetto alla grande emigrazione del secondo dopoguerra. Allora il paese perdeva soprattutto persone che partivano; oggi rischia di perdere popolazione anche semplicemente perché le generazioni numericamente più anziane sono molto più consistenti di quelle che stanno nascendo.

Molinara oggi

Molinara possiede oggi due risorse particolarmente forti e immediatamente riconoscibili: un borgo medievale recuperato, capace di raccontare materialmente la storia precedente al terremoto, e un’agricoltura nella quale l’Ortice ha permesso di costruire esperienze di trasformazione, cooperazione e innovazione.

Nessuna delle due può però essere considerata sufficiente da sola.

Il borgo restaurato ha bisogno di funzioni. Senza attività, ospitalità, eventi, cultura e frequentazione rischierebbe di rimanere un magnifico contenitore, visitato occasionalmente ma separato dalla vita quotidiana del paese. Allo stesso modo, l’agricoltura può continuare a utilizzare il territorio anche con un numero progressivamente più basso di residenti, ma una comunità ha bisogno di qualcosa in più della semplice produzione agricola: servono famiglie, imprese, servizi e occasioni di lavoro capaci di garantire ricambio generazionale.

È proprio il rapporto tra centro storico e campagna a offrire una possibile chiave per il futuro. Il borgo può diventare il luogo nel quale raccontare e commercializzare il territorio; l’olio e le altre produzioni possono offrire contenuti economici reali a un turismo che, senza un legame con ciò che il paese produce, rischierebbe di rimanere superficiale.

Molinara possiede inoltre una caratteristica che la sua storia rende evidente: ha già affrontato una trasformazione radicale del proprio modo di abitare. Dopo il terremoto la comunità ha dovuto costruire un nuovo paese mentre quello antico rimaneva quasi vuoto. Decenni più tardi è riuscita a recuperare una parte significativa di ciò che sembrava definitivamente perduto.

La sfida contemporanea è differente. Non riguarda più la ricostruzione degli edifici, ma la capacità di mantenere abbastanza persone e attività perché sia il vecchio borgo sia il nuovo abitato conservino una funzione.

Per questo il futuro di Molinara non dipende soltanto da quanto bene saprà conservare il proprio passato. Dipende soprattutto dalla capacità di collegarlo a ciò che il territorio continua a produrre: olio, agricoltura, paesaggio, cultura e nuove forme di impresa.

Il terremoto del 1962 costrinse Molinara a ricostruire le proprie case. Più di sessant’anni dopo, la questione è riuscire a costruire condizioni economiche e demografiche sufficienti perché quelle case, vecchie e nuove, continuino ad avere qualcuno che scelga di abitarle.

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