San Giorgio la Molara è uno dei centri più estesi e storicamente più popolosi del Fortore, un paese nel quale la vita della comunità si è sviluppata per secoli lungo una dorsale tra il Tammaro e l’alta valle del Miscano, in un territorio di oltre sessanta chilometri quadrati fatto di contrade, pascoli, campi e rilievi. La sua identità contemporanea continua a poggiare su questa geografia rurale, ma assume una forma molto precisa nell’allevamento bovino: San Giorgio è oggi uno dei principali riferimenti del Sannio per la razza Marchigiana, con migliaia di capi allevati, cooperative di produttori, aziende specializzate e una manifestazione annuale che ha trasformato una filiera agricola in elemento riconoscibile dell’intero paese.
Ridurre San Giorgio alla sola zootecnia sarebbe però sbagliato. Il paese conserva una storia medievale articolata, due nuclei fortificati di particolare interesse, il Castello Iazeolla e i ruderi di Pietramaggiore, un patrimonio religioso e civile diffuso, il lago Mignatta e un paesaggio profondamente segnato anche dall’energia eolica. Allo stesso tempo deve confrontarsi con una trasformazione demografica che ha ridotto la popolazione dagli oltre 5.800 abitanti della metà del Novecento ai 2.688 residenti del 2024.
La chiave per comprenderlo sta proprio qui: San Giorgio non è un paese nel quale l’agricoltura sopravvive come residuo del passato, ma un territorio nel quale allevamento, trasformazione, cooperazione e nuove forme di produzione continuano ad avere un peso reale. È questa vitalità economica, più ancora della semplice conservazione delle tradizioni, a distinguere il paese nel panorama fortorino.
Tra il Tammaro e il Miscano
San Giorgio la Molara sorge su una dorsale compresa tra la valle del Tammarecchia e il vallone Sanzano, nel sistema dell’alta valle del Tammaro. Il territorio comunale è particolarmente vasto e si estende fino al torrente Ginestra, raggiungendo verso est l’alta valle del Miscano. Con i suoi 65,32 chilometri quadrati è uno dei comuni territorialmente più ampi della zona e presenta una forte dispersione degli insediamenti rurali tra contrade, masserie e aziende agricole.
Questa posizione ha sempre reso San Giorgio un luogo di cerniera tra aree differenti. A ovest il Tammaro collega il territorio al Sannio interno; verso est si aprono le direttrici che conducono alla valle del Miscano e quindi all’Irpinia e alla Puglia. Anche la storia amministrativa e feudale del paese riflette questa condizione di frontiera, con legami continui verso Buonalbergo, Ariano e gli altri centri che controllavano i grandi assi di attraversamento dell’Appennino.
Il nome stesso conserva una traccia dell’antica economia locale. “San Giorgio” deriva naturalmente dal santo patrono, mentre la specificazione “la Molara” viene ricondotta alla presenza di numerose mole e macine utilizzate nel territorio, segno dell’importanza che per secoli ebbero la cerealicoltura e la trasformazione dei prodotti agricoli.
Le origini tra il Tammaro e l’antico Castellum Sancti Georgii
Le testimonianze più antiche riguardano soprattutto la zona di Calise, lungo il Tammaro, dove sono stati rinvenuti sarcofagi e iscrizioni sepolcrali. Questi ritrovamenti hanno fatto ipotizzare che una parte della popolazione antica vivesse inizialmente più a valle, prima che esigenze difensive favorissero lo spostamento verso la collina sulla quale sorge l’attuale paese.
Una tradizione storiografica collega il territorio anche ai Liguri Bebiani, deportati dai Romani nel Sannio nel II secolo a.C. L’ipotesi è plausibile nel quadro storico dell’ager Taurasinus, ma non è supportata da documenti sufficienti per affermare con certezza l’esistenza di un vero insediamento ligure nell’attuale territorio sangiorgese. Le fonti diventano molto più solide a partire dal Medioevo.
Nel 1084 una bolla di papa Gregorio VII confermava alla Badia di Santa Sofia il possesso di una Sanctam Mariam in Calisi, mentre il nome del paese compare esplicitamente nel 1137 come Castellum Sancti Georgii. Proprio in quell’anno Ruggero II conquistò San Giorgio e Pietramaggiore, due centri fortificati che controllavano questa parte dell’Appennino, collocandovi proprie guarnigioni e modificando gli equilibri politici dell’area.
Nel 1350 il paese compare come Castrum Sancti Georgii Molinari e nei secoli successivi attraversa numerosi passaggi feudali. Caracciolo, Gaetani, Carafa, Cossa e Ruffo furono tra le famiglie che controllarono il territorio fino all’abolizione della feudalità all’inizio dell’Ottocento. Nel 1626 San Giorgio venne elevato a ducato, mentre durante il Regno delle Due Sicilie assunse anche il ruolo di capoluogo di circondario nell’ambito del distretto di Ariano.
Il peso demografico raggiunto già in età moderna era notevole. Nel 1595 il feudo contava 455 famiglie, risultando il più grande dei dintorni; la rivolta del 1648 e soprattutto la peste del 1656 provocarono poi una drastica riduzione della popolazione.
Il Castello Iazeolla
Il Castello Iazeolla domina ancora il punto più alto del paese e rappresenta una delle testimonianze più leggibili della San Giorgio feudale.
Il complesso ha una pianta quadrangolare ed è organizzato intorno a due cortili interni. La parte più antica, sul lato nord-occidentale, risale probabilmente al XV secolo e conserva le caratteristiche di una vera struttura fortificata, con torri e contrafforti. Nel secolo successivo venne aggiunto il corpo affacciato su Piazza San Pietro, mentre alla fine del Settecento un ulteriore ampliamento proiettò l’edificio verso la valle.
La trasformazione del castello mostra bene il passaggio dalla funzione militare a quella residenziale. Alla struttura difensiva originaria vennero progressivamente aggiunti spazi più adatti alla vita signorile e alle esigenze della società moderna, fino a formare il grande complesso che ancora oggi domina il centro.
I terremoti del Novecento provocarono gravi danni e le ricostruzioni successive non permisero di recuperare integralmente l’aspetto precedente, ma il castello continua a rappresentare uno dei principali punti attraverso i quali leggere l’evoluzione urbana del paese.
Pietramaggiore, un secondo paese scomparso
San Giorgio possiede però anche la memoria di un altro centro fortificato: Pietramaggiore.
Le prime notizie documentarie risalgono anch’esse al 1137, quando Pietramaggiore viene ricordato insieme a San Giorgio come castello conquistato dalle truppe di Ruggero II. Le fonti successive suggeriscono che non si trattasse di una semplice torre isolata, ma di un insediamento di dimensioni significative.
Il terremoto del 1456 colpì duramente il centro, che perse progressivamente importanza fino a ridursi prima a casale e successivamente a feudo disabitato. All’inizio del Cinquecento il suo territorio venne incorporato in quello di San Giorgio, contribuendo ad ampliare notevolmente l’estensione comunale.
Oggi i ruderi del castello sono scarsi, ma la grande roccia sulla quale sorgeva rimane chiaramente riconoscibile nel paesaggio.
La storia di Pietramaggiore è importante perché ricorda che la geografia insediativa medievale era molto diversa da quella contemporanea. L’attuale territorio comunale non ruotava attorno a un solo centro, ma comprendeva nuclei fortificati autonomi, casali e campagne che soltanto nel corso dei secoli vennero riuniti sotto un’unica comunità.
Palazzo Muscetta e la memoria civile
Accanto alle strutture fortificate, San Giorgio conserva anche testimonianze della società civile sviluppatasi nei secoli successivi.
Il Palazzo Muscetta, affacciato su Largo Purgatorio, risale al Settecento e apparteneva all’omonima famiglia. Successivamente donato al Comune, venne restaurato negli anni Novanta insieme alla piccola chiesa del Purgatorio annessa al complesso.
Oggi l’edificio viene utilizzato anche come spazio culturale ed espositivo. Durante la Festa della Marchigiana ospita, tra le altre iniziative, il Museo degli “ardegni sangiorgesi” e il plastico dedicato alla “San Giorgio de na vota”, strumenti attraverso i quali vengono conservati attrezzi, oggetti e rappresentazioni della vita quotidiana precedente alle trasformazioni del secondo Novecento.
È un patrimonio meno monumentale rispetto al castello, ma altrettanto utile per comprendere la storia locale: non quella dei feudatari e delle guerre, ma quella del lavoro, della casa e delle attività rurali.
Il patrimonio religioso
La religiosità ha accompagnato tutte le fasi della storia sangiorgese. Il patrono San Giorgio viene celebrato il 23 aprile e dà il nome stesso al paese, mentre le chiese e le cappelle distribuite tra centro e contrade testimoniano la presenza di una comunità storicamente molto dispersa sul territorio.
Tra i riferimenti contemporanei figura la Parrocchia di Nostra Signora di Fatima, mentre la storia del paese conserva anche il rapporto con l’antico convento agostiniano adiacente al Castello Iazeolla e con la chiesetta del Purgatorio inglobata nel complesso di Palazzo Muscetta.
Più che concentrare l’attenzione su un unico grande santuario, il patrimonio religioso di San Giorgio va letto insieme alla struttura territoriale del comune. In una comunità estesa per oltre sessanta chilometri quadrati, le chiese rurali e le devozioni delle contrade rappresentavano per generazioni punti di aggregazione essenziali, soprattutto quando raggiungere il centro significava percorrere a piedi o con animali strade molto più difficili di quelle attuali.
Una terra di allevatori
È nell’economia rurale che San Giorgio la Molara mostra oggi una delle proprie caratteristiche più forti.
Agricoltura e allevamento hanno storicamente convissuto: cereali e foraggi alimentavano sia le famiglie sia il bestiame, mentre l’ampiezza del territorio consentiva di utilizzare vaste superfici per il pascolo. Con la progressiva meccanizzazione dell’agricoltura, l’allevamento bovino ha assunto un ruolo sempre più specializzato, fino a fare del paese uno dei principali riferimenti campani per la razza Marchigiana.
Secondo i dati diffusi dagli organizzatori della Festa della Marchigiana, nel territorio vengono allevati circa 2.500 capi di razza Marchigiana IGP iscritti al libro genealogico. Gli allevatori locali contribuiscono a una quota molto rilevante della distribuzione regionale e nazionale di questa razza, tanto che la filiera sangiorgese rivendica oltre il 50% della distribuzione campana e più del 12% di quella italiana.
La Marchigiana deriva storicamente da bovini di ceppo podolico, successivamente incrociati con Chianina e Romagnola e selezionati progressivamente per la produzione di carne. In passato animali di questo tipo erano utilizzati anche per il lavoro nei campi; con la scomparsa della trazione animale, la selezione si è orientata sempre più verso le caratteristiche della carne.
A San Giorgio gli allevamenti sono spesso impostati sul pascolo o sul semibrado e l’alimentazione utilizza foraggi prodotti nel territorio. Diverse aziende dispongono direttamente dei terreni necessari a produrre cereali e alimenti per gli animali, creando un rapporto stretto tra stalla e campagna.
Una filiera organizzata, non soltanto allevamenti
La caratteristica più interessante non è però semplicemente la presenza di molti bovini. Nel tempo gli allevatori hanno costruito forme di cooperazione finalizzate alla certificazione, alla commercializzazione e alla tutela della qualità.
La Cooperativa Agricola San Giorgio Carni e il Consorzio Allevatori Sanniti riuniscono produttori impegnati nell’allevamento della Marchigiana e nella gestione di una filiera conforme al disciplinare del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP. Il disciplinare stabilisce criteri precisi sull’alimentazione, sulla provenienza dei foraggi e sulle modalità di macellazione.
La cooperazione è particolarmente importante in un territorio formato principalmente da aziende agricole di dimensioni familiari o medio-piccole. Un singolo allevatore avrebbe una capacità limitata di promuovere il prodotto, accedere ai mercati e costruire un’identità territoriale; la filiera organizzata permette invece di associare alla carne il nome del luogo nel quale viene allevata.
San Giorgio ha così trasformato una pratica agricola tradizionale in una specializzazione riconoscibile. Il valore economico non deriva soltanto dall’animale venduto, ma dalla certificazione, dalla qualità, dalla capacità di organizzare i produttori e dalla possibilità di presentare la Marchigiana come prodotto del territorio.
È un modello che ha una conseguenza importante: la campagna rimane produttiva perché continua ad avere una funzione economica contemporanea, non perché venga conservata come paesaggio del passato.
La Festa della Marchigiana
La Festa della Marchigiana è nata proprio da questa filiera e nel tempo è diventata una delle manifestazioni più importanti del paese.
Nel 2026 ha raggiunto la diciannovesima edizione e comprende non soltanto stand gastronomici, ma anche la Mostra Interregionale della Razza Bovina Marchigiana, con valutazioni morfologiche, incontri tecnici e premiazioni degli animali iscritti al libro genealogico.
Questo aspetto la distingue da una semplice sagra. Il visitatore incontra naturalmente la carne attraverso la cucina, ma dietro il momento gastronomico rimane visibile il mondo degli allevatori: selezione, genealogia, qualità dell’alimentazione e professionalità necessarie per mantenere gli standard della certificazione.
La manifestazione è diventata anche uno strumento attraverso il quale San Giorgio racconta il resto del proprio territorio, con visite alle aziende, percorsi nel borgo, iniziative culturali e attività dedicate alle produzioni locali.
Il successo della festa ha quindi un senso economico preciso: trasforma un settore produttivo in occasione di promozione, permettendo al consumatore di associare direttamente la carne Marchigiana agli allevamenti e ai pascoli nei quali nasce.
Latte, formaggi e produzioni agricole
L’allevamento bovino non alimenta soltanto la filiera della carne. Il latte prodotto nel territorio entra anche nella produzione casearia dell’Alto Sannio.
Il Caseificio Miscano di Castelfranco in Miscano, ad esempio, documenta l’utilizzo di latte proveniente da piccole stalle selezionate di Castelfranco e San Giorgio la Molara, dove gli animali vengono alimentati con erba fresca, fieno e frumento del territorio. Da questo latte vengono prodotti caciocavallo e altri formaggi tradizionali.
Questo collegamento è significativo perché mostra come l’economia agricola non segua rigidamente i confini comunali. Le aziende del Fortore e del Miscano formano una rete di approvvigionamento nella quale allevamenti di un comune possono alimentare caseifici di quello vicino, creando una filiera territoriale più ampia.
Accanto all’allevamento continuano naturalmente la cerealicoltura, la produzione di foraggi, l’orticoltura e altre attività agricole necessarie tanto all’alimentazione umana quanto alla zootecnia. In questo senso la Marchigiana è il prodotto più visibile di un sistema molto più vasto: senza campi, foraggi e lavoro agricolo quotidiano non esisterebbe la specializzazione bovina che oggi identifica il paese.
La Festa della Trebbiatura
Un’altra manifestazione permette di osservare l’agricoltura da una prospettiva differente.
La Festa della Trebbiatura rievoca una delle fasi più importanti dell’antico calendario cerealicolo, quando la raccolta del grano mobilitava famiglie e vicinato e la trebbiatura costituiva contemporaneamente un lavoro durissimo e un momento collettivo. La manifestazione viene organizzata nell’area del lago e continua a essere inserita tra gli eventi del Comune e della Pro Loco.
Il suo interesse non sta nella semplice ricostruzione folcloristica delle macchine e dei gesti antichi. Permette di ricordare quanto il sistema agricolo sia cambiato in poche generazioni: operazioni che richiedevano giornate di lavoro e numerose persone vengono oggi eseguite rapidamente da mezzi meccanici con pochissima manodopera.
È anche questa trasformazione a spiegare una parte della grande emigrazione del secondo Novecento. La campagna poteva continuare a produrre, ma aveva bisogno di molte meno persone.
Il Lago Mignatta
A circa 900 metri di altitudine, tra le colline del territorio comunale, si trova il Lago Mignatta, uno degli elementi naturalistici più riconoscibili di San Giorgio.
È uno specchio d’acqua semi-artificiale formato dalla raccolta delle acque provenienti dai terreni circostanti. Ha forma ellittica, con una lunghezza massima di circa 320 metri, e presenta un piccolo isolotto alberato quasi al centro.
Il nome viene tradizionalmente collegato alle mignatte, le sanguisughe che un tempo vivevano nell’acquitrino e che venivano raccolte entrando nell’acqua a gambe scoperte.
Oggi il lago ha una funzione completamente diversa. È diventato luogo per pic-nic, attività all’aperto e soprattutto pesca sportiva; da anni viene utilizzato come campo di gara FIPSAS e ospita competizioni frequentate anche da società provenienti dalle province di Avellino e Foggia. Le acque ospitano carpe, carassi, tinche, amur, persici e altre specie.
Il lago si trova inoltre dentro un paesaggio profondamente trasformato dalla presenza degli aerogeneratori. In pochi metri convivono così tre differenti utilizzazioni della montagna: naturalistica e ricreativa, agricola e pastorale, energetica.
Tratturi e sentieri
Una parte dei percorsi che attraversano le campagne di San Giorgio segue o affianca antichi tratturi utilizzati per lo spostamento stagionale degli animali.
La Pro Loco segnala come numerosi sentieri di montagna e pianura seguano ancora tratti del sistema tratturale e, in alcuni punti, accompagnino il corso del Tammaro.
Queste vie permettono di leggere il paesaggio secondo la logica dell’economia pastorale precedente alle strade moderne. Non collegavano soltanto paesi, ma pascoli, fonti d’acqua, masserie, mercati e territori lontani tra loro.
La specializzazione zootecnica contemporanea di San Giorgio assume quindi un significato ancora più interessante se collocata dentro questa continuità. Le forme di allevamento sono cambiate radicalmente, così come sono cambiate le razze, le tecnologie e i mercati, ma la relazione economica tra animali, pascoli e territorio non si è interrotta.
Il vento e una nuova economia dei crinali
Negli ultimi decenni ai pascoli e alle coltivazioni si è sovrapposta un’altra grande funzione economica: la produzione di energia eolica.
San Giorgio è interessata da impianti già esistenti e da nuovi progetti di notevole dimensione. Un parco eolico autorizzato dalla Regione Campania nel 2014 è stato successivamente interessato da varianti progettuali, mentre il territorio rientra anche nel grande programma di rifacimento e potenziamento di impianti esistenti che coinvolge San Marco dei Cavoti, Molinara, Baselice e Foiano.
A questi interventi si aggiunge il progetto San Giorgio la Molara-Molinara, composto da otto aerogeneratori per una potenza complessiva di 48 MW. La procedura di valutazione ambientale si è conclusa nell’aprile 2025 con esito positivo accompagnato da prescrizioni e, nell’agosto 2026, risultava avviata la successiva verifica di ottemperanza.
L’eolico ha quindi assunto una presenza strutturale nel paesaggio e continua a essere oggetto di nuovi investimenti.
Nel caso di San Giorgio, tuttavia, la questione energetica assume caratteristiche differenti rispetto a territori nei quali l’economia tradizionale è ormai molto debole. Qui agricoltura e allevamento restano vivi e utilizzano concretamente grandi superfici. Il problema diventa quindi trovare un equilibrio tra terre destinate alla produzione alimentare, paesaggio, allevamento ed energia.
Non si tratta di opporre automaticamente un settore all’altro. Il punto decisivo è capire quanto la produzione energetica riesca a generare benefici locali senza compromettere quelle attività agricole che già producono occupazione, reddito e identità territoriale.
Da quasi seimila abitanti a meno di tremila
San Giorgio è stato a lungo uno dei comuni più popolosi di questa parte del Sannio.
Nel 1861 contava 4.678 abitanti e per diversi decenni la popolazione continuò a crescere. Nel 1911 raggiunse 5.726 residenti e nel 1951 toccò il massimo storico censuario con 5.869 abitanti.
Il cambiamento fu rapidissimo. Nel 1961 i residenti erano già scesi a 4.895 e nel 1971 a 3.973. In appena vent’anni il comune aveva quindi perso quasi duemila persone.
La causa principale va cercata nella grande trasformazione dell’Italia rurale del dopoguerra. La meccanizzazione diminuiva la quantità di lavoro necessaria nelle campagne, mentre le città industriali italiane e l’emigrazione europea offrivano salari e possibilità che un’economia agricola periferica difficilmente poteva garantire.
Negli anni successivi il calo rallentò, ma non si arrestò. San Giorgio contava 3.700 residenti nel 1981, 3.486 nel 1991, 3.297 nel 2001 e 3.050 nel 2011. Alla fine del 2024 gli abitanti erano 2.688.
La particolarità rispetto ad alcuni comuni più piccoli del Fortore è che San Giorgio conserva ancora una popolazione relativamente consistente e una base economica agricola organizzata. Ma anche qui la struttura demografica si sta progressivamente spostando verso le età anziane.
La campagna produce con meno persone
La demografia di San Giorgio aiuta a comprendere un cambiamento più generale dell’agricoltura contemporanea.
Nel 1951 quasi seimila persone vivevano in un territorio nel quale il lavoro dei campi richiedeva una quantità enorme di manodopera. Semina, mietitura, fienagione, cura degli animali e trasporto dei prodotti coinvolgevano intere famiglie e spesso reti di vicinato.
Oggi lo stesso territorio può produrre cereali, foraggi e carne con una popolazione molto più piccola grazie alla meccanizzazione, alla specializzazione e a una maggiore dimensione produttiva delle aziende.
La Marchigiana ne è un esempio evidente. Migliaia di capi bovini possono essere allevati attraverso aziende organizzate, macchinari, stalle moderne e terreni gestiti in maniera molto diversa rispetto alla piccola agricoltura familiare del passato.
Questa maggiore produttività rappresenta una forza economica, ma crea anche una conseguenza demografica: un’agricoltura prospera non richiede necessariamente una popolazione numerosa.
Il problema contemporaneo non è quindi soltanto mantenere produttivi i campi, ma fare in modo che intorno alla produzione primaria esistano abbastanza attività di trasformazione, commercio, ristorazione, turismo rurale, servizi e professionalità da moltiplicare il lavoro generato sul territorio.
È proprio in questo passaggio che la filiera della Marchigiana può assumere un valore che va oltre l’allevamento.
San Giorgio oggi
San Giorgio la Molara arriva al presente con una base economica che, pur profondamente trasformata, conserva una relazione molto concreta con il territorio. Pascoli, cereali e foraggi alimentano una zootecnia specializzata; cooperative e allevatori hanno costruito una filiera certificata; la Festa della Marchigiana ha trasformato quella produzione in un’occasione di promozione e attrazione; il lago e i sentieri aggiungono una dimensione naturalistica e ricreativa; l’eolico introduce una nuova economia legata ai crinali.
A differenza di altri comuni nei quali il principale problema è ricostruire quasi da zero una funzione economica, San Giorgio dispone dunque ancora di attività produttive reali sulle quali lavorare.
La sfida consiste nel far sì che il valore generato dall’agricoltura non termini alla vendita dell’animale o della materia prima. Trasformazione delle carni, commercializzazione diretta, ristorazione, ospitalità rurale, prodotti caseari, turismo legato alle aziende e servizi alle imprese possono aumentare la quantità di reddito e lavoro che rimane in paese.
Lo stesso principio vale per l’energia eolica. I megawatt prodotti sulle montagne hanno un significato per la comunità soprattutto quando una parte dei benefici economici viene tradotta in servizi, infrastrutture e condizioni che rendano più semplice vivere e investire nel territorio.
San Giorgio possiede inoltre un vantaggio che la sua storia rende evidente: non deve inventare da zero una propria identità produttiva. La relazione con l’allevamento esiste da generazioni, ma è stata aggiornata attraverso selezione genetica, certificazione IGP, cooperazione tra produttori e costruzione di un marchio territoriale riconoscibile.
Questo permette di guardare al futuro senza trasformare il passato in una cartolina. La trebbiatura può essere ricordata perché racconta ciò che l’agricoltura era; la Marchigiana è importante perché dimostra ciò che l’agricoltura può ancora essere.
Il paese continuerà inevitabilmente a confrontarsi con denatalità, invecchiamento e diminuzione della popolazione, ma dispone di qualcosa che in molte aree interne è diventato raro: una campagna che non è soltanto paesaggio, ma continua a essere lavoro, impresa e produzione.
La vera questione dei prossimi anni sarà riuscire a trasformare questa forza agricola in una capacità altrettanto forte di trattenere persone. Perché San Giorgio ha già dimostrato di saper allevare e produrre molto di più di quanto suggeriscano le sue dimensioni demografiche; la sfida, oggi, è fare in modo che quella ricchezza continui a generare abbastanza opportunità perché vivere sulle colline del Fortore rimanga una scelta possibile.
Racconto ambientato a San Giorgio la Molara che narra la vicenda di un uomo credulone e socievole, raggirato dal proprio compare al quale aveva prestato denaro e persino un mantello. Nonostante le promesse di restituzione, il compare procrastina continuamente il pagamento adducendo scuse legate ai raccolti agricoli. Il creditore è costretto a citarlo in giudizio davanti al pretore, ma il compare nega anche il prestito del mantello, e il giudice lo assolve, lasciandolo padrone del bene conteso. Il racconto, di tono moraleggiante, diventa proverbiale nei paesi vicini come esempio di ingenuità sfruttata da chi profitta della buona fede altrui.
Il racconto narra un'antica leggenda ambientata nel luogo dove poi sorse Gerusalemme: due fratelli, Matteo e Vincenzo, ereditano rispettivamente un campo con un melo e la casa paterna. Il fratello scapolo, resosi conto delle maggiori necessità del fratello sposato con figli, inizia di notte a portargli parte del raccolto di mele senza farsi riconoscere. Contemporaneamente anche il fratello sposato, per gratitudine, fa lo stesso verso il fratello solo. Una notte i due si incontrano a metà strada portando ciascuno sacchi di mele per l'altro, scoprendo così la reciproca generosità e abbracciandosi commossi. Il racconto prosegue poi con un nuovo episodio ambientato a Villa Fontana, dove un personaggio di nome Matteo lavora nei campi tra dubbi sulla provenienza di alcune mele, introducendo il tema che continuerà nel documento successivo.
Un compare di San Giorgio la Molara, in visita ai fratelli Marchetti di Montefalcone durante l'ultima guerra per acquistare granone, riceve da questi la promessa di una visita di ricambio. Quando Claudio e Giovanni si recano infine a San Giorgio, trovano la moglie del compare assente e i due ospiti, noti per il loro grande appetito, finiscono per consumare progressivamente tutte le provviste di casa: salsiccia, uova, spalla di maiale, ventresca, formaggio, pane e due chili di maccheroni, lasciando alla fine la padrona di casa sconfortata nello scoprire che non restano che poche patate e neppure più vino per accompagnare le chiacchiere finali.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.