Fu troppo impulsivo zì Salvatore, la sua reazione fu violenta e incontrollata. Lo riconobbe lui stesso quando si fu calmato. Lo riconosceva ancor più in seguito, quando gli veniva chiesto di raccontare come accadde il fatto, di aver reagito in maniera irriverente e per il luogo e per l’abito; per l’abito, però, diceva, perché chi lo indossava non aveva scusante nel modo come si era comportato. Era stato questo il motivo della sua violenta reazione.
E davvero non aveva tutti i torti perché lui, zì Salvatore Paoletti, detto “Seculora”, si era presentato nel migliore dei modi, con tutta devozione e con la migliore predisposizione al sacramento della penitenza. E, poi, non era persona da fare scenate: con gli amici non aveva mai dato motivo di lagnanze per il suo comportamento anche tra gente così varia incontrata e trattata tanti anni in America.
La “compagnia” era arrivata stanca e sudata al Santuario dell’Incoronata di Foggia e senza fare sosta, data l’ora, era entrata in gruppo in chiesa e si era appressata al confessionale.
Zì Antoniella, la moglie di zì Salvatore, aveva pregato gli altri di dare la precedenza al marito, fra gli uomini il più anziano, di potersi confessare. Non dissero di no gli altri e zì Salvatore attese chi lo precedeva del gruppo di un’altra “compagnia” di forestieri e si accostò al confessionale.
Sistemò il ruvido bastone sotto il braccio, giunse le mani in atto di preghiera e piegò le ginocchia rimanendo dritto di fronte al confessore.
Fu questione di attimi, si era appena inginocchiato e, forse, mormorata qualche preghiera, quando il confessore in malo modo spinse zì Salvatore, che, preso alla sprovvista, cadde lungo steso per terra.
Una grossa bestemmia gridata con voce irata richiamò l’attenzione dei presenti, mentre zì Salvatore, drizzatosi di repente, raccolse il bastone e lo brandiva per il puntale.
Il sacerdote, intanto, con passo affrettato si dirigeva verso la sagrestia. Zì Salvatore gli corse dietro e nell’impossibilità di raggiungerlo perché il prete, sentita la minaccia, aveva preso la corsa, lanciò il bastone con tale violenza che percorse tutta la chiesa roteando in vortice sul pavimento. La mira non poteva che essere fallace data la distanza e la mancanza di un occhio che gli toglieva l’esatta mira al bersaglio; ma la violenza non fece difetto e il legno andò a battere in un angolo della chiesa.
Zì Salvatore corse a raccogliere il bastone e sempre impugnandolo per il puntale perché i colpi fossero più efficaci con la parte grossa dell’impugnatura, si diresse verso la sagrestia. La porta era chiusa a chiave e i colpi risuonavano nell’ampia chiesa.
Nell’impossibilità di aprire la porta, zì Salvatore, sempre più ostinato, si piantò lì col fermo proposito di aspettare fino a quando quello sarebbe uscito per dargli una lezione di buona creanza col suo ben stagionato bastone.
Le preghiere della moglie, le parole convincenti di tanti paesani non riuscivano a dissuaderlo dall’insano proposito. La prospettiva delle immancabili, incresciose conseguenze che gli venivano fatte presenti non lo disarmavano. Era grave — diceva — l’onta subita, a lui “uomo di conseguenza” non si dovevano fare certi affronti, non doveva essere trattato in quella maniera.
Ormai nessuno pensava più di confessarsi o di rifocillarsi per quanto mezzogiorno fosse trascorso da un pezzo. Un grave disagio invadeva tutti e li lasciava perplessi.
Ci fu, alfine, chi ebbe l’idea più chiara e con buone maniere fece presente a zì Salvatore che tutte le sagrestie, come quelle in paese, hanno un’altra porta di uscita e che a quell’ora il suo prete aveva già mangiato e, forse, schiacciava un sonnellino, mentre lui era là impalato a rodersi il fegato e costringeva tutta la “compagnia” a stargli intorno.
Alla remissione di zì Salvatore si raccolsero in fretta e proseguirono per altro santuario, fiduciosi di non trovare un altro diavolo nel confessionale.